3/27/2021

Gli occhi del mondo su Erbil, la visita del papa e il Mediterraneo dimenticato dalla stampa

ERBIL – by Adriana Fara - Photo di Stefano Stranges e Marioluca Bariona «Tacciano le armi», come ha sostenuto nel suo primo discorso a Baghdad Papa Francesco, parlando a tutti. E le armi hanno taciuto mentre i canti e i preparativi fervevano a Erbil. In un frenetico pomeriggio nel Kurdistan iracheno, in attesa dei Media Press Pass for Pope Francis per il 7 marzo allo Stadio Franso Hariri, può capitare di chiedere indicazioni a due ragazzi siriani che, invece di mandarti nella chiesa caldea che cercavi da 20 minuti, ti dirottano su un’altra chiesa ad Ankawa, Saints Peter and Paul nel sobborgo di Mar Auda, nel quartiere cristiano della città. E con grande sorpresa scopri di essere al centro della grande prova generale del comitato di accoglienza del Papa. Ben 200 ragazzi, tra i 5 e i 12 anni, impegnati con i loro insegnanti di lingua italiana nel più simpatico e spensierato motivo di benvenuto; un appuntamento unico per loro, sotto la scaletta dell’aereo papale, sulla pista dell’aeroporto americano di Erbil, sotto gli occhi di tutta la sicurezza del mondo. Per giornalisti e fotoreporter questa è la formula giusta: per errore, nel posto giusto e al momento giusto. Di questi momenti ne abbiamo vissuti diversi nei dieci giorni in Iraq, spesso per caso o anche insieme ai colleghi curdi e iracheni nel Saad Abdullah Conference Hall, all’entrata del Sami Abdulrahman Park della città la mattina del 7 marzo a Erbil, alle 6 per il controllo passaporti, e per l’avvio di quella che sarebbe diventata una giornata speciale. Aeroporto di Erbil, l’arrivo di papa Francesco da Baghdad. Fotografia di Stefano Stranges «Siamo più di 300, ci terranno qui fino alle 7, poi la sicurezza sposterà tutti noi in aeroporto con i bus. Ieri sera sono state fermate quattro persone, c’era movimento in alcune zone di Erbil». Parlo con Sayed, lavora come freelance per una radio curda e, mentre prendiamo il caffè nell’unico posto di ristoro, gli confermo la tensione della sera prima, vissuta anche vicino al nostro compound; alle 3.15 e alle 5 del mattino, spari neanche tanto lontani, vicino alla nostra casa in area periferica di Erbil. Poi il nostro autista confermerà i posti di blocco dell’esercito e alcuni fermi. Seivan Salim è l’unica fotoreporter curda presente al Saad Abdullah Conference. È di Duhok, nel Kurdistan iracheno. Rifugiata politica in Iran, ha studiato psicologia a Guilan, è tornata nel 2012, ha lavorato per Rudaw e l’Associated Press Agency, e poi su diversi progetti con agenzie umanitarie: UNESCO, UNICEF, UNFPA, War Child e The Lutheran World Federation. «La situazione dei media in Kurdistan è quella che vedi: è partitica, nulla di nuovo per noi. La stampa è in parte assoggettata, controllata, ma ci sono modi per poter lavorare». Parla con attenzione, Seivan, si avvicina più ai giornalisti stranieri che quelli locali, li saluta, ma si occupa prevalentemente di noi italiani. «Sono forse l’unica fotoreporter curda. Nel mio mestiere non ci sono donne. Ricordo tre anni fa un’altra ragazza non di Erbil. È difficile fare questo mestiere, anche se i colleghi sono sempre molto gentili». Seivan è stata istruttrice di fotografia per ragazze yazidi IDP a Dohuk, i suoi sono stati pubblicati da National Geographic, Le Monde, The Guardian, Daily Beast, Sunday Times e Daily Mail. La più straordinaria opera di Seivan è intitolata Escaped e tratta delle donne yazidi salvate: è stata esposta a Ginevra, Praga, Lubiana. Una mostra di tre mesi presso la sede delle Nazioni Unite a New York per due anni consecutivi e, più recentemente, in Kurdistan al Memoriale Nazionale di Barzani a Barzan e all’Institut Francais a Erbil. L’incontro con Seivan è determinate, lei ci dice come lavorare nel suo paese: «Mio marito è un videomaker-regista, lavoriamo spesso insieme, ma stiamo attenti. Anche in questi giorni è necessario stare attenti, vedi che la sicurezza non ti perde di vista». E non aveva torto Seivan, ma le notizie su quei giorni sono state date ai media solo ora. I servizi antiterrorismo iracheni (ICTS), il 16 marzo, hanno catturato un terrorista dello Stato islamico (ISIS) in un’operazione condotta nel distretto Abu Ghraib di Baghdad, ha annunciato un portavoce militare. L’arresto è stato uno dei numerosi raid contro le forze dell’Isis in tutto l’Iraq, ha dichiarato Yehia Rasool, Spokesman of the Commander-in-Chief delle Forze Irachene; le forze di sicurezza che hanno trovato un covo dell’Isis nell’area di Wadi al-Shai di Kirkuk e hanno condotto un’operazione di ricerca per i militanti nella provincia di Diyala. L’ufficio di sicurezza iracheno ha annunciato su Telegram che l’intelligence è riuscita ad arrestare un terrorista nel distretto di Daquq di Kirkuk; l’ISIS, a sua volta, ha affermato su al-Naba di aver ucciso e ferito almeno 36 persone in 21 attacchi in Iraq dal 4 marzo al 10 marzo. Giorni importanti, carichi di tensione durante gli spostamenti dal 4 all’8 marzo di Papa Francesco in Iraq, il lockdown regionale per il Covid e le frontiere molto sorvegliate, come fossero zone-cuscinetto. Rasool, a febbraio, ha avvertito della continua minaccia dell’ISIS, soprattutto nel vuoto di sicurezza nelle aree contese tra Erbil e Baghdad. Rudaw Media Network ha una rete di notizie curde che trasmette in Medio Oriente, Europa, Africa, Asia, Pacifico, Canada e Stati Uniti. Sarà proprio per tale riconosciuta professionalità che, durante la messa del Papa allo Stadio Hariri ad Erbil, un collega ha voluto approfondire il discorso fatto da Francesco su “Gesù nel Tempio” proprio con noi italiani: «È in italiano, anche se tradotto è un concetto importante, fondamentale, andrebbe approfondito, curato e reso comprensibile a tutti anche a noi musulmani». Rudaw è stato temporaneamente bandito nel Kurdistan siriano, a causa delle sue notizie di parte e delle presunte campagne diffamatorie contro i partiti politici curdi che si oppongono al Partito Democratico del Kurdistan della famiglia Barzani. Nel settembre 2017, la Turchia ha rimosso tre canali televisivi con sede nel nord dell’Iraq, compresa l’agenzia di stampa curda Rudaw. Il 28 ottobre 2017, l’ufficio dei Media della Commissione le Comunicazioni del Governo Iracheno ha emesso un decreto che ordinava la chiusura della trasmissione televisiva Rudaw, la messa al bando delle sue troupe e il sequestro delle loro apparecchiature in tutto l’Iraq. E proprio per questa ostinazione politica, non sono mancati i premi: World Association of Newspapers and News Publishers ha premiato Rudaw per aver esteso la sua portata a 100 milioni nei social media nel 2017. Il giornalista Majeed Gly, corrispondente curdo per Rudaw Media Network, è stato insignito del Ricardo Ortega Memorial Prize per i media radiotelevisivi dalla United Nations Correspondents Association (UNCA) presso la sua sede di New York. Immagine di Marioluca Bariona «È un popolo che vuole rinascere, che sta ricostruendo il tessuto sociale, anche attraverso nuove forme di comunicazione, anche reagendo gli attacchi dell’Isis», così commenta la visita del Papa Ivana Borsotto, neo presidente della Focsiv – Federazione degli Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontariato – rappresenta 87 ONG italiane che, da quasi 50 anni, lavorano con progetti di cooperazione allo sviluppo umano in oltre 80 Paesi in ogni parte del mondo e in Italia. «Sono molto affascinata anche dalla grande presenza delle donne in tutti i campi professionali, anche nel giornalismo. Torneremo con tutti i nostri soci per occuparci di loro, dei beni primari e con un aiuto fattivo alle comunità». Chi si occupa da sempre di comunicazione internazionale ha ben altri timori: «Spenti i riflettori, si sa bene cosa accade»: Giulia Pigliucci, capo ufficio stampa della Focsiv, commenta così queste intense giornate con Papa Francesco e le centinaia di giornalisti internazionali accreditati all’evento. «Il New York Times ci ha fotografato, eravamo lì davanti a Qaraqosh. Ma quanti di questi colleghi italiani andranno oltre l’evento? Siamo in Medio Oriente ma è anche casa nostra: noi viviamo sul Mediterraneo, ma ci occupiamo molto poco anche della nostra area geo-politica. I nostri quotidiani non seguono gli eventi come dovrebbero, questa è stata una missione storica, il Papa è stato “fermo” su questo viaggio così simbolico. È importante anche sottolineare come la nostra Cooperazione Italiana si è impegnata con un grande progetto per i prossimi tre anni in quest’area del mondo: questo è un incentivo in più a “collegarsi”, e a seguire con più attenzione ciò che accade in Iraq».

2/27/2021

US finds Saudi crown prince approved Khashoggi murder but does not sanction him

www.theguardian.com Stephanie Kirchgaessner in Washington Biden administration to target ‘counter-dissident’ activity and Saudi official but not Mohammed bin Salman personally. US intelligence agencies have concluded in a newly declassified intelligence report that Saudi crown prince, Mohammed bin Salman, approved the 2018 murder of the Washington Post journalist Jamal Khashoggi – but Washington stopped short of targeting the future Saudi king with financial or other sanctions. The four-page report released on Friday confirmed the long-suspected view that the 35-year-old future king had a personal hand in the violent murder of one of his most prominent critics, a columnist and former Saudi insider who was living in exile in the US and used his platform to decry the prince’s crackdown on dissent. The assessment’s release was accompanied by further actions from the Biden administration, including the unveiling of a new “Khashoggi policy” which is set to impose visa sanctions on individuals who, acting on behalf of a foreign government, engage in “counter-dissident” activities, including harassment, surveillance, and threats against journalists, activists, and dissidents. Khashoggi confidant Omar Abdulaziz: 'I’m worried about the safety of the people of Saudi Arabia' The US treasury also issued new sanctions against Ahmad Hassan Mohammed al Asiri, the former deputy head of Saudi Arabia’s General Intelligence Presidency, who it said was “assigned” to murder Khashoggi and was the ringleader of the operation, as well as several members of the hit squad that killed the journalist. Asked whether Joe Biden had concerns about Prince Mohammed’s position in Saudi succession, the White House press secretary, Jen Psaki, said it was for Saudi Arabia to “determine the path forward on their future leadership”. “I will say that the president has been clear, and we’ve been clear by our actions that we’re going to recalibrate the relationship,” Psaki said. Avril Haines, the director of national intelligence, told NPR that the report could complicate relations in the future. “I am sure it is not going to make things easier,” she said. But even as the Biden administration was praised for releasing the partially redacted assessment, there were hints of frustration in Washington that Prince Mohammed would not face personal accountability for the grisly murder. In Saudi Arabia, the mood was said to be one of relief. In a statement, the Saudi foreign ministry said the kingdom’s government “categorically rejects what is stated in the report provided to Congress”. Senator Ron Wyden, who wrote the law that ultimately forced the report to be published, said there was “no question” in his mind that more should be declassified. He added that more needed to be understood about the Saudi royal’s relationship with Donald Trump, whom he accused of covering up the murder as part of his “transactional” relationship with Saudi Arabia. Wyden’s call for personal sanctions against Prince Mohammed were echoed by Agnès Callamard, the special rapporteur for extrajudicial killings who investigated the murder. Advertisement “The United States government should impose sanctions against the Crown Prince, as it has done for the other perpetrators – targeting his personal assets but also his international engagements,” Callamard said. The partially redacted assessment, which was released by the Office of the Director of National Intelligence and relied heavily on information gathered by the CIA, said the agencies assessed that “Saudi Arabia’s Crown Prince Mohammed bin Salman approved an operation in Istanbul, Turkey to capture or kill Saudi journalist Jamal Khashoggi”. It based the assessment on the prince’s “control of decision-making in the kingdom, the direct involvement of a key adviser and members of [the prince’s] protective detail in the operation, and [his] support for using violent measures to silence dissidents abroad, including Khashoggi”. The US intelligence agencies’ assessment – which was released at about 9pm Saudi time – also found that the prince’s “absolute control” of the kingdom’s security and intelligence organisations made it “highly unlikely” that Saudi officials would have carried out an operation like Khashoggi’s murder without the prince’s approval. Included in the assessment were several bullet points that contributed to the agencies’ findings, including that Prince Mohammed had “probably” fostered an environment in which aides were afraid that they might be fired or arrested if they failed to complete assigned tasks, suggesting they were “unlikely to question” the prince’s orders or undertake sensitive tasks without his approval. The report pointed to the fact that the 15-member hit squad that arrived in Istanbul worked for or were associated with the Saudi Center for Studies and Media Affairs at the Royal Court – which at the time was led by Saud al-Qahtani, a close adviser to the prince who claimed publicly in 2018 that he did not make decisions without the prince’s approval. “Although Saudi officials had pre-planned an unspecified operation against Khashoggi, we do not know how far in advance Saudi officials decided to harm him,” the report concluded. While Prince Mohammed has previously denied ordering the killing or having any knowledge of it, the damning picture portrayed by the new report raises serious new questions about how the newly publicised information will affect the future heir’s relationship with the Biden administration and other foreign and business leaders. One Saudi dissident living in exile compared the administration’s actions to convicting a man of murder, but then allowing him to walk out of court. Advertisement “I am disappointed, but it is early and we expect more to come,” the dissident said, adding that he believed it was now up to Congress to pass targeted sanctions against Prince Mohammed under the global Magnitsky Act. The administration’s statements also alluded to other acts by Saudi Arabia, beyond Khashoggi’s murder, in what appeared to be a nod to reports that the CIA has intervened on at least two occasions – in Norway and in Canada – to warn that dissidents and activists were possibly under threat. Tony Blinken, the US secretary of state, said: “While the United States remains invested in its relationship with Saudi Arabia, President Biden has made clear that partnership must reflect US values. To that end, we have made absolutely clear that extraterritorial threats and assaults by Saudi Arabia against activists, dissidents, and journalists must end. They will not be tolerated by the United States.” The release of the report comes more than two years after Khashoggi entered the Saudi consulate in Istanbul on a mission to retrieve papers that would allow him to marry his Turkish fiancee, Hadice Cengiz, who has since emerged as a fierce advocate for justice for her late partner. Cengiz did not immediately comment on the report but tweeted a photo of Khashoggi. While Khashoggi had been assured by Saudi officials that he would be safe inside the consulate’s walls, details later emerged – pieced together through recording and other evidence gathered by Turkish authorities – that described how a team of Saudi agents, who had arrived in Istanbul on state-owned planes for the intended purpose of killing the journalist – subdued, killed and then dismembered Khashoggi using a bone saw. In one recording, a close ally of Prince Mohammed referred to the journalist as a “sacrificial lamb”. The decision to release the report and expected move to issue further actions represents the first major foreign policy decision of Biden’s presidency, months after he vowed on the presidential campaign trail to make a “pariah” out of the kingdom. The White House’s “recalibration” of its relationship with Saudi Arabia is a major departure from the close relationship the crown prince, who is known as MBS, had with Trump, and Trump’s adviser and son-in-law, Jared Kushner. Trump defended and brushed aside the findings of his own intelligence agencies, even after it became widely known through media reports that the CIA had concluded with a medium- to high-degree of confidence that Prince Mohammed had approved the murder. Advertisement Trump was reported to have bragged to the Washington Post reporter Bob Woodward that he had protected the crown prince from congressional scrutiny, telling Woodward: “I saved his ass.” The declassified US intelligence assessment was released after it was mandated by Congress. The Trump administration had ignored the law but the Biden administration signalled early on that it would be willing to release the document. “By naming Mohammed bin Salman as the amoral murderer responsible for this heinous crime, the Biden-Harris administration is beginning to finally reassess America’s relationship with Saudi Arabia and make clear that oil won’t wash away blood,” Wyden said.

2/17/2021

Bahrain, dieci anni dalla rivolta di San Valentino: a che punto è la notte?

Caffè dei Giornalisti 14 Febraio 2021 https://www.youtube.com/watch?v=xaTKDMYOBOU La National Security Agency ha sventato e dissinnescato due bombe artigianali, il 6 di febbraio 2021, nelle località di Al Naim e Jidhafs a Manama, in Bahrain. Le autorità hanno descritto l’evento come un attacco terroristico alla Banca Nazionale del Bahrain: i due ordigni erano posizionati nei bancomat. Le indagini hanno portato all’arresto di alcuni sospetti e il paese ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rinnovare l’embargo sulle armi all’Iran, terminato il 18 ottobre 2020.Secondo il governo del Bahrain, gli investigatori continuano a scoprire spedizioni di armi destinate alle cellule terroristiche. Nel dicembre dello scorso anno, gli Stati Uniti hanno definito la “Saraya Al Mukhtar, o Resistenza islamica del Bahrain”, come organizzazione terroristica. La Primavera Araba in Bahrain è arrivata dieci anni fa, il 14 febbraio 2011 in un freddo pomeriggio, quando ci fu la prima manifestazione della popolazione shiita a Manama, la famosa “Rivolta di San Valentino”. Furono scontri durissimi con la polizia locale, lacrimogeni, bird-shot, proiettili di gomma e tanto sgomento da parte delle autorità. Sorprendente, per la famiglia reale Āl Khalīfa, la grande presenza delle donne: a migliaia, e per la prima volta intere generazioni di donne a rappresentare la piazza in Pearl Roundabout. Migliaia di persone hanno rischiato la propria vita o il proprio sostentamento per lottare a favore del rispetto propri diritti fondamentali e ciò che hanno subito, da allora, è inaccettabile per qualsiasi individuo o Stato che desideri promuovere i diritti umani a livello globale. Ora, queste manifestazioni o raduni non autorizzati, come spesso vengono definiti dai giornali sauditi e bahreniti locali, non ci sono più. Complice la pandemia di Covid e la violenta repressione di questi lunghi anni sulla popolazione shiita del paese, che rappresenta il 70% (una percentuale altamente istruita e politicamente attiva) le proteste non sono più in scena. Amnesty International ha definito la più bella notizia di questo famigerato 2020 la liberazione, il 9 di giugno scorso, di Nabeel Rajab, fondatore e presidente del Centro dei Diritti Umani in Bahrain. 55 anni, detenuto nella prigione di Jau dal 2016, Rajab nel 2018 aveva ricevuto una condanna a 5 anni di reclusione per alcuni tweet, nei quali alludeva ad abusi compiuti in prigione e soprattutto esprimeva critiche al coinvolgimento bellico del Bahrain in Yemen. Forte di questa decisione inaspettata del Governo, l’Associazione dei Giornalisti Bahreniti ha quindi sensibilizzato il Primo Ministro Salmān bin Ḥamad Āl Khalīfa, in carica dall’11 novembre 2020, sulle scarcerazioni dei giornalisti ancora in stato di detenzione e sul loro futuro collocamento nei media del Governo, nel rispetto dei diritto “umanitario” e certo non della libera informazione. Diversa la situazione per gli attivisti. Il 25 gennaio 2021, 16 deputati in una lettera aperta consegnata all’Alto Rappresentante dell’UE Josep Borrell hanno chiesto un ‘intervento forte” per il danese-bahrenita Abdulhadi Al Khawaja e lo sceicco svedese-bahrenita Mohammed Habib Al Muqdad, che stanno scontando l’ergastolo per aver espresso pacificamente il loro diritto alla libertà di espressione, riunione e associazione durante la rivolta della Primavera Araba del 2011. Insieme ad altri prigionieri di coscienza come Hassan Mushaima, sono stati sottoposti a torture, maltrattamenti e negazione sistematica delle cure mediche. Dal 2011 ad oggi si è assistito a un grave deterioramento dei diritti umani nel paese; sei persone sono state giustiziate in Bahrein dal 2017, cinque delle quali sono state condannate come arbitrarie dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, Agnes Callamard, rispettivamente nel 2017 e nel 2019. E sono ancora 26 i detenuti nel braccio della morte. Sebbene il governo abbia rilasciato 1.486 prigionieri nel marzo 2020 a causa del COVID-19, la decisione ha escluso le centinaia di leader dell’opposizione, attivisti, giornalisti e difensori dei diritti umani, incarcerati con accuse relative alla libertà di espressione o di opinione politica, come l’ultima prigioniera politica Zakeya Al Barboori. Il DHRB – Americans for Democracy & Human Rights in Bahrain – denuncia la “continua repressione, gli attacchi alla libertà di espressione, del dissenso in Bahrain, con limitazioni all’uso dei social violando in modo netto la Press and Media Bill Drafted by the Cabinet of Bahrain nel 2019”. Questa legge è stata redatta per modificare la Press Law del 2002 e introduce il concetto di ““social media misuse”, cioè uso improprio dei social media, e sanzioni più severe in caso di violazione della legge. “Social media misuse” è un atto che minaccia la pace della comunità: può causare divisioni e indebolire l’unità nazionale. A tal fine, il disegno di legge si concentra in particolare sui reati di diffamazione, insulto, diffusione di voci e danneggiamento di individui, enti, entità e istituzioni statali. Questo disegno di legge si rivolge agli utenti indipendenti dei siti di social networking – arrivando a criminalizzare i tweet e altre attività sulle piattaforme dei media – così come i giornalisti e i direttori dei giornali indipendenti. Al-Wasat, l’unico giornale indipendente in Bahrain secondo la Bahrain Independent Commission of Inquiry (BICI), è stato costretto a chiudere nel 2017. Altri giornali hanno chiuso, pagato multe elevate e, in alcuni casi, i giornalisti sono stati costretti a scontare qualche mese in prigione per il solo motivo di condividere opinioni critiche sul governo. Il 30 maggio 2019, le autorità hanno inviato un sms a tutti i numeri di cellulare registrati del Bahrein con la minaccia di ritorsioni contro chiunque segua, sulle piattaforme dei social media, quelli che le autorità hanno definito “account pro-terrorismo”, inclusi gli account “che sono di parte o incitano discordia”. Nel gennaio 2020, il Department of Cybercrime ha interrogato diversi utenti di Twitter per aver pubblicato tweet che il Ministero della Difesa ha ritenuto pericolosi e atti a “danneggiare l’ordine generale”. Di seguito, il Ministero dell’Interno (MoI) ha quindi rilasciato una dichiarazione chiedendo agli utenti di non interagire con quegli account che, sempre secondo il ministero, violano l’ordine pubblico in Bahrain e minacciando quest’ultimi di azioni legali. La criminalizzazione dei tweet e delle attività sui social media colpisce un numero preoccupante di attivisti e giornalisti, molti dei quali sono stati “segnalati” dalle autorità per le loro attività su Twitter. Tra questi Jassim al-Abbas, lo storico e autore del blog “Years of al-Jareesh”, che è stato condannato nel gennaio 2020 con l’accusa di aver utilizzato il suo account per diffondere informazioni false. Allo stesso modo, i famosi avvocati per i diritti umani Abdullah Hashim e Abdullah al-Shamlawi sono stati condannati per il loro utilizzo di piattaforme social media, rispettivamente nel maggio 2019 e nel marzo 2020, il tutto per otto tweet tra maggio 2017 e aprile 2019, nei quali accusavano il governo di corruzione; Hashim è stato interrogato per aver condiviso notizie false, mentre Al-Shamlawi per due tweet critici sulle pratiche legate all’Ashura, la festa religiosa più importante per gli shiiti. La legge sulla stampa e sui media viola l’articolo 19 (2) dell’ International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR), che il Bahrein ha ratificato nel 2006. L’articolo 19 (2) afferma esplicitamente che “tutti hanno il diritto di libertà di espressione … di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni tipo, indipendentemente dalle frontiere, sia oralmente, per iscritto o a stampa, sotto forma d’arte o attraverso qualsiasi altro mezzo di sua scelta”. L’approvazione del disegno di legge sulla stampa e sui media del 2019 mostra fino a che punto il Bahrein abbia ignorato le numerose raccomandazioni che chiedono il rispetto dell’ICCPR che gli Stati hanno formulato durante il Third Cycle of the Universal Periodic Review nel 2018. La continua soppressione del dissenso e l’annullamento delle libertà in Bahrain violano la libertà di espressione e sono una violazione dei trattati internazionali. L’ADHRB invita la comunità internazionale a “sollevare pubblicamente la questione della libertà di espressione in Bahrein. Il Bahrein deve porre fine alla persecuzione de jure e de facto dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti, dei dissidenti e degli utenti dei social media liberando tutti i prigionieri politici e modificando le sue leggi per conformarsi all’articolo 19 (2) dell’ICCPR”. Ora la parola e la decisione spettano al nuovo Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e al Dipartimento di Stato; certo, gli equilibri in Golfo Persico sono molto delicati, con il “Patto di Abramo” e l’apertura al Qatar. Finita l’era dell’ex Presidente Trump, il caso Bahrain sarà disinnescato da “ordigni” di natura politica e umanitaria, e c’è da sperarlo.

2/04/2021

In prima linea e senza stringhe: due lavori per raccontare le migrazioni, sul campo

Caffè dei Giornalisti. www.caffedeigiornalisti.it Da Lipa, terra di nessuno innevata e fredda, tra Bosnia e Croazia. Tanto se ne è parlato in queste ultime settimane, ma ben poco è stato fatto per chi cerca sicurezza e trova solo respingimenti e violenza. Uno dei tanti “border” nel mondo, in cui la via di fuga si interrompe e si ferma per settimane, mesi, anni. Così come da Briançon, Montgenevre, Claviere, nella neve con bambini piccoli sulla schiena, senza attrezzature adatte, ma con il desiderio del “passaggio a ovest”. Sono due storie di frontiera, due modi di raccontare diversi, ma i temi così attuali le rendono forti e simili. La prima è di un grande fotoreporter e giornalista, che ha raccontato più frontiere oltre che le guerre nel mondo. Livio Senigalliesi, fotoreporter, giornalista, libero docente al Dipartimento di Antropologia dell’Università Bicocca di Milano, da trent’anni documenta conflitti armati e migrazioni. Insieme a Medici Senza Frontiere, ha vissuto un anno tra Turchia e i Balcani, seguendo le vie di fuga, i passaggi di persone in ombra: «Di Lipa ce ne sono tante: sono stato testimone di tutto ciò, più volte, sotto molti cieli e mari. A Lesbos, nel 2016, ero con la Sea-Watch, contavamo più di 60-70 navi dalla costa turca e in Grecia ne approdavano forse poco più della metà. E mi sono sempre chiesto: “E gli altri? Chi conterà mai quelli che non sono approdati su una costa, quelli in mare?”». Situazioni drammatiche, gente trattata non come esseri umani alle porte dell’Europa e in Europa. I migranti, oggi più che mai, sono oggetto di miseri ricatti e violenze inaudite, un problema che viene gestito con grande cinismo e una “cercata” disinformazione. «La polizia croata, quando ti ferma, spacca il tuo telefono, così che non puoi più comunicare coi tuoi familiari e non puoi chiedere aiuto, prende ogni cosa in tuo possesso e, se sei fortunato, te la cavi con tanti lividi e qualche ferita», racconta Senigalliesi. «La mia direzione è ostinata e contraria. Non ho mai chiuso gli occhi: bisogna studiare, parlare e andare sul campo per documentare. Sono andato nei Balcani nel ’91 e ci sono tornato per dieci anni, sempre in prima linea: prima in Croazia, in Bosnia e, infine, in Kosovo ,dove sono entrato nel 1998, un anno prima della guerra, per documentare le vie dei narcotrafficanti. Sono rimasto fino al termine del conflitto, nel 1999. Una tragedia umana alle porte dell’Europa: ho condiviso con loro la guerra e raccontato le ragioni dell’uno e dell’altro, ho provato la sofferenza, la fame e la paura dell’assediato, ho guardato negli occhi la violenza dell’assediante e, infine, la pace e la ricostruzione. Il mio libro, Diario dal Fronte, parla della vita di un reporter: sangue, urla, esplosioni e incendi e tante riflessioni sulle conseguenze della guerra. Un libro scomodo, che rivela le notizie nascoste dai media mainstream, per i fatti e i nomi riportati. Proprio per questo lavoro il Tribunale dei Crimini di Guerra dell’Aja ha deciso di acquisire il testo e di avviare delle indagini». La “prima linea” di Livio Sinigalilesi è diventata un documentario prodotto e pronto per la distribuzione dal 2020, ma il Covid ha fermato tutte le proiezioni nelle sale. In Prima Linea – On The Front Line è un documentario con la regia di Matteo Balsamo e Francesco Del Grosso, prodotto da Giotto Production in collaborazione con Merry-Go-Sound. Gli interpreti sono 14 fotogiornalisti italiani: Isabella Balena, Giorgio Bianchi, Ugo Lucio Borga, Francesco Cito, Mauro Galligani, Pietro Masturzo, Gabriele Micalizzi, Arianna Pagani, Franco Pagetti, Sergio Ramazzotti, Andreja Restek, Massimo Sciacca, Francesca Volpi e Livio Senigalliesi stesso. Il fronte è raccontato attraverso l’obiettivo di questi fotoreporter che, con i loro scatti, hanno mostrato l’inferno, gli orrori, le sofferenze e le cicatrici indelebili della guerra. Molte di queste immagini raccontano i “border”: tendopoli, campi, vite di persone normali fermate su una linea immaginaria. Perché la prima linea non è solo dove si spara e cadono le bombe, ma ovunque si “combatte” quotidianamente per la sopravvivenza. «La preparazione di un viaggio è una missione che dura anche dei mesi ed è fondamentale: allenamento fisico, essere in forma, e poi studiare, studiare, studiare… Capire la burocrazia di guerra, la logistica e mai diventare un “turista di guerra”. La fotografia diventa l’atto finale del lavoro straordinario che c’è a monte di tutto questo». Frontiera italo-francese: non sono migranti ma frontiere in cammino. Il cambio di rotta non scoraggia la loro forza e resistenza. «Noi stiamo viaggiando da due anni, arriviamo dalle montagne di là, da Kabul. In Italia, siamo arrivati a piedi una settimana fa e ora continuiamo, a piedi». Così racconta uno dei ragazzi incontrati sul Colle da Andrea Pellegrini. «Le frontiere diventano incomprensibili, senza aver chiara l’origine dei vari cammini: la rotta balcanica, il Mar Mediterraneo centrale, i mercati del lavoro forzato e le richieste europee. Le frontiere si modellano, si ripetono e si diversificano ma presentano tutte una caratteristica isomorfa: la politica del consenso interno oltre che strutturale». E proprio queste storie sono condensate in un lavoro intenso, giovane e ben raccontato: si chiama Senza Stringhe e fotografa la notte, e ciò che accade su un confine. Elena Lovato, Federica Tessari e Andrea Pellegrini sono stati coordinati dal fotoreporter professionista Stefano Stranges: sono i giovani giornalisti che hanno realizzato il documentario. C’è anche una storia a riguardo delle stringhe: Elena Pozzallo vive a Oulx, ha accolto un ragazzo del Camerun che oggi gestisce il Rifugio Solidale del posto contenente principalmente scarponi senza stringhe, facili da indossare per chi non ha mai visto la neve e deve affrontarla. «Scomodo è una realtà editoriale nata nel 2016, a Roma, in un liceo, e proseguita coinvolgendo diversi atenei italiani». Forte dei suoi studi in Cooperazione Internazionale, Federica parla della redazione: «Siamo quasi tutti venticinquenni e, ormai, oltre 500 sono gli attivisti e collaboratori. Il nostro è un mensile di 80 pagine, cartaceo, che viene distribuito nelle librerie gratuitamente: viviamo di autofinanziamento e riceviamo aiuti da Banca Etica, Green Peace, Treccani e Teatro India. Torino e Milano sono molto attive e il lavoro di redazione ci appassiona molto. Molti di noi collaborano anche sul sito web». Elena Lovato è l’ufficio stampa di Scomodo, sta terminando gli studi in Biologia: «Emotivamente questa esperienza è stata molto forte: vedere la gente tra la neve – come quella notte, erano in nove persone e una aveva in braccio un bambino di 12 giorni – scattare foto, parlare con loro… Il versante italiano è molto silenzioso, quello francese più attivo, vitale. L’ONG Médecins du Monde interviene sempre e salva la gente che attraversa quei sentieri». Stefano Stranges ha lavorato per tutto il mese di dicembre 2020 sulla frontiera italo-francese con i ragazzi: «Quando mi hanno chiamato dalla redazione, a ottobre, sono stato disponibile da subito, ho formato al fotoreportage tre giovani giornalisti e poi li ho trasferiti sul campo: tra la neve, il freddo, l’umanità che non si arrende e che vuole vivere a costo della propria vita. Sono contento di loro e del lavoro che hanno svolto di notte e di giorno, con grande impegno». «L’idea di sviluppare un fotoreportage che portasse la firma di Scomodo nasce dall’esigenza di sperimentare nuove forme di scrittura e di approfondimento giornalistico. In particolare, la scelta dell’argomento si è presentata quasi naturalmente: da un lato, per cercare di colmare un vuoto mediatico riguardante il fenomeno della migrazione transalpina e, dall’altro, per una sensibilità propria e specifica che caratterizza la redazione torinese, considerata la vicinanza territoriale al fenomeno stesso». Così, al termine di Senza Stringhe, la redazione spiega il progetto: che non è solo vicinanza territoriale ma attenzione umanitaria. Quella “mossa” sul campo che ai giornalisti non dovrebbe mancare mai.

1/18/2021

B-52 US bombers fly over Middle East; Iran condemns intimidation

//www.aljazeera.com/news/2021/1/18/b-52-us-bombers-fly-over-middle-east-iran-condemns-intimidation?utm_campaign=trueAnthem%3A%20Trending%20Content&utm_medium=trueAnthem&utm_source=facebook&fbclid=IwAR3WOtHnWX9lDBoqtLch72Z32G_DuvxZKIwTQRmWA2D1xKOZzLhDqcwGWd8" Iranian foreign minister says the US would be better off spending its military billions ‘on your taxpayers’ health’. The United States again flew B-52 bombers over the Middle East with Iran responding it should spend its military budget on healthcare for Americans rather than intimidation tactics. The US Central Command (CENTCOM) said on Sunday the “presence patrols” were flown “as a key part of CENTCOM’s defensive posture”. The latest military manoeuvres come as security analysts have warned that US President Donald Trump could take military action against Iran in his final days in office. In recent weeks, the US military has taken a series of steps designed to deter Iran while publicly emphasising that it is not planning – and has not been instructed – to take unprovoked action against Tehran. Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif condemned the B-52 mission on Sunday, saying if the move was an attempt to intimidate Tehran, then the US would be better off spending its military billions “on your taxpayers’ health”. “While we have not started a war in over 200 years, we don’t shy from crushing aggressors,” Zarif said on Twitter. The latest American Middle East flyover by the aircraft capable of carrying up to 32,000kg (70,000 pounds) of weapons – including nuclear bombs – occurred a day after the Islamic Revolutionary Guard Corps tested long-range missiles and drones against land and sea targets in Iran’s fourth large-scale military show of force in two weeks. It was the fifth B-52 operation in recent weeks and US Central Command said aircrews successfully completed the mission. Tensions high Tension has risen between the US and Iran following the assassination of Iranian nuclear scientist Mohsen Fakhrizadeh in Tehran in November. Iranian President Hassan Rouhani has accused Israel, a US ally in the region, of killing the scientist and vowed “strong retaliation”. Friction also increased around the January 3 anniversary of the assassination of Iran’s top general, Qaseem Soleimani, in an American drone strike in Baghdad, Iraq. A military confrontation would severely complicate foreign policy for US President-elect Joe Biden, who intends to restart diplomatic engagement with Tehran after assuming office on Wednesday. Biden has said he plans to rejoin the Iran nuclear deal with world powers – a landmark accord signed during President Barack Obama’s administration, which saw Tehran limit its nuclear enrichment in exchange for a lifting of international sanctions.

1/16/2021

Timeline: How the Arab Spring unfolded

"https://www.aljazeera.com/news/2021/1/14/arab-spring-ten-years-on" Ten years ago, protests swept across Arab nations that changed the course of history. On January 14, 2011, Tunisian President Zine El Abidine Ben Ali stepped down after weeks of protests, ending his 24-year rule. What began as a protest by Mohamed Bouazizi – a fruit vendor who set himself on fire – the month before, sparked the period of unrest that unseated Ben Ali. Keep Reading Arab Spring Cartoon: Now and Then … and 10 years on Cartoon: Winds of change, from Arab Spring to winter The Arab world must avoid another lost decade Protests and uprising were then witnessed across the region. Al Jazeera takes a look at the turn of events that changed the course of history. [Alia Chughtai/Al Jazeera] TUNISIA December 2010 December 17: Jobless graduate Bouazizi died after setting himself on fire when police refused to let him operate his cart. The self-immolation, following WikiLeaks’s publication of US criticism of the government, provokes young Tunisians to protest. December 29: After 10 days of demonstrations, President Ben Ali appears on television promising action on job creation, declaring the law will be very firm on protesters. January 2011 January 9: Eleven people die in clashes with security forces. Protesters set fire to cars in several Tunisian cities, while security forces respond violently. January 14: Ben Ali finally bows to the protests and flees to Saudi Arabia. January 17: Tunisia’s Prime Minister Mohamed Ghannouchi announces the formation of an interim unity government that includes figures from the previous government. But protesters throng the streets to reject it. February 2011 February 27 – Prime Minister Ghannouchi resigns. March 2011 March 9: Tunisian court rules the party of former President Ben Ali will be dissolved. The news is followed by street celebrations. October 2011 October 23: Polls open nine months after Tunisians first took to the streets. January 2012 January 14: Celebrations are witnessed in the capital to mark one year since the overthrow of Ben Ali. LIBYA January 2011 January 14: First reports of unrest in Libya. Muammar Gaddafi condemns the Tunisian uprising in a televised address. January 16: Protests erupt in Benghazi after the arrest of human rights activists. February 2011 February 20: The death toll passes 230; Gaddafi’s son addresses Libyan TV defending his father. February 25: As uprising reaches the heart of Tripoli, protests erupt across the Middle East. March 2011 March 9: Gaddafi warns the imposition of a no-fly zone in Libyan airspace will be met with armed resistance. March 18: The United Nations backs a no-fly zone. March 19: Operation Odyssey Dawn begins, marking the biggest assault on an Arab government since the 2003 Iraq invasion. March 23: Britain, France and the US agree NATO will take military command of Libya’s no-fly zone. March 28: Rebels advance on Sirte, Gaddafi’s home city, recapturing several towns without resistance on the way. April 2011 April 15: US President Barrack Obama commits to military action until Gaddafi is removed. April 25: Libyan government accuses NATO of trying to assassinate Gaddafi after two air raids in three days hit his premises in Tripoli. May 2011 May 1: The British embassy in Tripoli is set on fire and other Western missions ransacked in retaliation to NATO’s air raid. August 2011 August 26: In its first Tripoli news conference, the National Transitional Council says its cabinet will move from Benghazi to the capital. September 2011 September 8: While in hiding, Gaddafi issues a defiant message promising never to leave “the land of his ancestors”. September 25: A mass grave containing 1,270 bodies is discovered in Tripoli. October 2011 October 20: Cornered by rebel forces and pinned down by NATO air raids, Gaddafi is found hiding and killed. October 25: Gaddafi’s burial alongside his son ends the controversy over the public displaying of his body. November 2011 November 19: Celebrations as Gaddafi’s fugitive son Saif is arrested while attempting to flee to Niger. November 20: All leading figures from the Gaddafi regime are killed, captured or driven into exile. EGYPT January 2011 January 17: A man sets fire to himself next to the Parliament building in Cairo to protest the country’s economic conditions. January 25: The first coordinated demonstrations turn Cairo into a war zone as protesters demand the removal of President Hosni Mubarak. January 28: After four days of protests and 25 deaths, Mubarak makes his first TV appearance, pledging his commitment to democracy. He sacks his government but refuses to step down. January 31: The army declares itself allied to the protesters. February 2011 February 1: Mubarak declares he will not run in the next election but will oversee the transition. February 2: Mubarak supporters stage a brutal bid to crush the Cairo uprising. Using clubs, bats and knives, they start a bloody battle in Tahrir Square. February 11: Mubarak resigns and hands power to the military. February 13: The military rejects protesters’ demands for a swift transfer of power to a civilian administration. August 2011 August 1: Bringing in the tanks, the army violently retakes Tahrir Square. September 2011 September 27: The military regime announces parliamentary elections since Mubarak was overthrown. Protesters fear remnants of the old regime will stay in power. October 2011 October 6: Supreme Council of the Armed Forces unveil plans that could see it retain power until 2013. November 2011 November 13: Violence escalates as protests against the governing military government spread beyond Cairo and Alexandria. November 21: The interim government bows to growing pressure as violence leaves 33 dead and more than 2,000 injured. November 29: Egyptians vote in record numbers in the country’s first free ballot for more than 80 years. November 30: The Muslim Brotherhood’s Freedom and Justice Party looks on course to be the biggest winner after the first round of voting. December 2011 December 5: Egyptians go to the polls once more in runoff elections for parliamentary seats as no party gained more than 50 percent of the votes. December 7: A new government is sworn in by Kamal Ganzouri, who was appointed prime minister by the military rulers. May 2012 May 23-24: Egyptians vote in the first round of the presidential election with Ahmed Shafik and Mohammed Morsi in the lead. June 2012 June 2: Former President Mubarak sentenced to life in prison by an Egyptian court. June 24: Egypt’s election commission announces Muslim Brotherhood candidate Mohammed Morsi wins Egypt’s presidential runoff. BAHRAIN February 2011 February 4: Several hundred Bahrainis gather in front of the Egyptian embassy in the capital Manama to express solidarity with anti-government protesters there. February 14: “Day of Rage”: An estimated 6,000 people participate in demonstrations. Their demands include constitutional and political reform and socioeconomic justice. February 17: “Bloody Thursday”: At about 3am local time, police clear the Pearl Roundabout of an estimated 1,500 people in tents. Three people are killed and more than 200 injured during the raid. February 26: The king dismisses several ministers in an apparent move to appease the opposition. March 2011 March 1: An anti-government rally, called by seven opposition groups, sees tens of thousands of protesters taking part. March 14: Saudi Arabia deploys troops and armoured vehicles into Bahrain to help quell the unrest. March 15: Bahrain declares martial law. March 18: The Pearl Monument – the focal point of the protest movement – is demolished. March 27: Opposition party Al Wefaq accepts a Kuwaiti offer to mediate talks. March 29: Bahraini Foreign Minister Khalid ibn Ahmad Al Khalifah denies any Kuwaiti involvement. SAUDI ARABIA March 2011 March 6: Authorities ban public protests after demonstrations by minority Shia groups. September 2011 September 25: King Abdullah announces cautious reforms, including the right for women to vote and stand for election from 2015. YEMEN January 2011 January 24: Police arrest 19 opposition activists including Tawakil Karman, a female campaigner and Nobel Peace Prize winner, who called for the removal of President Ali Abdullah Saleh. March 2011 March 8: More than 2,000 inmates stage a revolt at a prison in the capital Sanaa and join calls by anti-government protesters for Saleh to step down. March 10: Saleh’s pledge to create a parliamentary system of government is rejected by the opposition. March 18: Forty-five people are killed after government forces open fire on protesters in Sanaa. April 2011 April 27: Security forces shoot at an anti-government demonstration, killing 12. June 2011 June 3: President Saleh survives an assassination attempt in which he is severely wounded. September 2011 September 23: Saleh returns unexpectedly after three months of recovering in Saudi Arabia. He calls for a truce after five days of violence in Sanaa in which 100 protesters are killed. September 25: Saleh calls for early elections in his first speech after returning to Yemen. November 2011 November 23: Agreement for an immediate transfer of power pledges immunity for Saleh and his family. December 2011 December 1: The political opposition and Saleh’s party agree to the makeup of an interim government. February 2012 February 27: Saleh officially resigns and hands over powers to Vice President Abd-Rabbu Mansour Hadi. SYRIA March 2011 March 15: Major unrest begins when protesters march in Damascus and Aleppo, demanding democratic reforms and the release of political prisoners. Rallies were triggered by the arrest of a teenage boy and his friends a few days earlier in the city of Deraa for graffiti denouncing President Bashar al-Assad. April 2011 April 9: Anti-government demonstrations spread across Syria. At least 22 are killed in Deraa. April 25: Tanks are deployed for the first time. April 28: Hundreds of governing Baath party members resign in protest as an increasingly bloody crackdown kills 500. June 2011 June 4: Security forces kill at least 100 protesters in two days of bloodshed. July 2011 July 25: The cabinet backs a draft law to allow rival political parties for the first time in decades. January 2012 January 10: In a televised speech, President al-Assad says he will not stand down and promises to attack “terrorists” with an iron fist. February 2012 February 3: The Syrian government launches an attack on the city of Homs. April 2013 April 16: The first truce in the battle of Aleppo is declared. June 2013 June 16: Iran sends 4,000 troops to aid Syrian government forces. September 2015 September 30: Formal permission is granted by Russia’s upper house for air raids in Syria. Al-Assad asks President Vladimir Putin for military aid. November 2015 November 24: Putin calls Turkey “accomplices of terrorists” and warns of “serious consequences” after a Turkish F-16 jet shoots down a Russian warplane. March 2016 March 14: Putin announces the withdrawal of the majority of Russian troops from Syria, saying the intervention has largely achieved its objective. JORDAN January 2011 January 14: Protests begin with demands for Prime Minister Samir Rifai’s resignation in addition to economic reforms. March 2011 March 24: About 500 protesters set up camp in the main square in the capital Amman. October 2011 October 7: Protests start again when former Prime Minister Ahmad Obeidat leads about 2,000 people in a march outside the Grand Husseini Mosque in central Amman. There were also marches in the cities of Karka, Tafileh, Maan, Jerash and Salt. October 2012 October 5: Thousands protest hours after King Abdullah II dissolved Parliament and called early elections. November 2012 November 13: Protests erupt nationwide in response to an increase in fuel prices and other basic goods announced by Prime Minister Abdullah Ensour. SUDAN December 2018 December 19: Hundreds protest in the northern city of Atbara against soaring bread prices. Demonstrations spurred by a broader economic crisis spread to Khartoum and other major cities. April 2019 April 11: The army overthrows President Omar al-Bashir, ending his 30 years in power. The generals announce two years of military rule followed by elections. Street celebrations turn into more demonstrations as hundreds of thousands demand handover to civilians. June 2019 June 3: Security forces raid a sit-in protest outside the defence ministry in Khartoum. Crowds flee in panic. In the days that follow, opposition-linked medics say more than 100 people were killed in the assault. June 16: Al-Bashir appears in public for the first time since his overthrow as he is taken from prison to be charged with corruption-related offences. He has already been charged with incitement and involvement in the killing of protesters. July 2019 July 5: A military council and a coalition of opposition groups agree to share power for three years after mediation by Ethiopia and pressure from the African Union and world powers. July 17: A political accord is signed that defines the transition’s institutions. Differences remain over the wording of a constitutional declaration. July 29: At least four children and one adult are shot dead when security forces break up a student protest against fuel and bread shortages in the city of El-Obeid. Source : Al Jazeera and News agencies

8/05/2020

Dozens killed, thousands wounded in Beirut explosion

https://www.aljazeera.com/news/2020/08/huge-explosion-rocks-lebanon-capital-beirut-live-updates-200804163620414.html

Officials expect death toll to rise after huge explosion rips through Lebanon's capital.

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7/06/2020

Parigi: 30 anni di carcere per l’emiro francese dell’Isis.

https://www.confessioni-elvetiche.ch/2020/07/06/30-anni-di-carcere-per-lemiro-francese-dellisis-era-stato-arrestato-nel-2015-in-turchia-poco-prima-di-tornare-in-europa/

by Stefano Piazza


30 anni di carcere per l’emiro francese dell’Isis. Era stato arrestato nel 2015 in Turchia poco prima di tornare in Europa


Lo scorso 3 luglio 2020 , poco dopo le 23:00, la corte d’assise speciale di Parigi ha condannato a 30 anni di carcere due terzi dei quali da scontare in una struttura di massima sicurezza,  il jihadista francese Tyler Vilus “per avere avuto un ruolo di primo piano nel gruppo terroristico Stato islamico in Siria. Il 30enne Vilus era partito per la Siria nel 2012 dove era diventato quasi subito, uno dei leader piu’ influenti della “katiba” franco-belga dell’Isis. Come riportato da “Le Parisien” durante la sua requisitoria il procuratore Guillaume Michelin, ha affermato; “Aprire il fascicolo su Tyler Vilus è come aprire un elenco telefonico contenente tutti i nomi dei jihadisti francofoni. Li conosceva quasi tutti, la maggior parte di loro è già morta, questo è un caso eccezionale“. Vilus venne fermato all’aeroporto di Istanbul il 2 luglio 2015 (quindi quattro mesi prima degli attacchi di Parigi) poco prima di salire sul volo Turkish Airlines 1767 Istanbul-Praga. Qui uno zelante addetto al controllo passaporti dell’aeroporto Atatürk, si accorse l’uomo che era davanti a lui non era lo stesso del passaporto (in realtà apparteneva ad un foreign fighters svedese), e lo fece prima fermare, e poi arrestare. Una volta estradato Tyler Vilus ha sempre cercato di minimizzare il suo ruolo di comandante militare e durante gli interrogatori riuscì’ anche a negare ( nonostante le fotografie che lo mostrano durante delle riunioni del gruppo), di essere stato uno dei capi dell’Amniyat, il servizio segreto dello Stato islamico. Dissimulazione e bugie alle quali gli inquirenti francesi non hanno mai creduto vista la poderosa documentazione che lo chiama direttamente in causa per molti misfatti. Durante le udienze ci sono stati momenti di tensione emotiva ad esempio il 30 giugno 2020 quando ha deposto la madre della seconda moglie di Vilius che in lacrime gli ha chiesto; “Vorrei sapere dov’è mia figlia. Dal 2017 non ho più notizie”al silenzio opposto da Vilius è intervenuto il presidente del tribunale che gli ha comunicato sua figlia sarebbe morta a Mosul nel 2017 insieme alla figlioletta. Come riportato anche da “ Le Figaro” l’avvocato generale ha concluso il suo intervento con queste parole indirizzate alla corte: Quando dissipi le cortine di fumo intorno a Tyler Vilus, vedi solo cadaveri. Sta a voi porre fine definitivamente a questa carneficina”

6/18/2020

LA LIBERAZIONE DI RAJAB E IL CARCERE DURO PER I GIORNALISTI DEL BAHRAIN

https://caffedeigiornalisti.it/la-liberazione-di-rajab-e-il-carcere-duro-per-i-giornalisti-del-bahrain/

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Ken Roth, responsabile della Human Rights Watch, già nel luglio del 2014, all’interno del programma televisivo di Comedy Central intitolato Colbert Report aveva parlato di Rajab e di Nelson Mandela come di importanti difensori dei diritti civili del nostro tempo.

http://www.cc.com/video-clips/5qceid/the-colbert-report-ken-roth




LA LIBERAZIONE DI RAJAB E IL CARCERE DURO PER I GIORNALISTI DEL BAHRAIN

https://caffedeigiornalisti.it/la-liberazione-di-rajab-e-il-carcere-duro-per-i-giornalisti-del-bahrain/

by Adriana Fara
Nabeel Rajab è stato liberato dal Governo del Bahrain nella mattinata del 9 giugno, dopo cinque anni di dura detenzione nelle carceri di massima sicurezza di Jaw. Presidente del Bahrain Center for Human Rights (BCHR), Rajab è il primo importante uomo politico rilasciato dopo anni, ma restano in carcere ancora 11 giornalisti e importanti attivisti politici internazionali. Nabeel, nel febbraio 2018, era stato condannato a cinque anni di carcere per alcuni tweet che segnalavano torture nelle carceri del Bahrein e il coinvolgimento militare del paese nella guerra in Yemen. Altre accuse, più specifiche, gli erano state mosse nel 2017: “diffondere false voci in tempo di guerra”, “insultare le autorità pubbliche” e “insultare un Paese straniero”. Il primo tweet che ha messo nei guai Nabeel – e che non viene ricordato spesso – è tuttavia del 2012, quando segnalò il reclutamento di jihadisti nella moschea di Busaiteen in Muharraq a Manama, un’area molto vicina al campus universitario irlandese della facoltà di medicina.
Ken Roth, responsabile della Human Rights Watch, già nel luglio del 2014, all’interno del programma televisivo di Comedy Central intitolato Colbert Report aveva parlato di Rajab e di Nelson Mandela come di importanti difensori dei diritti civili del nostro tempo.
Con il passare del tempo, Nabeel è diventato famoso in tutto il mondo per essere stato l’anima e il cuore pulsante della Primavera Araba del 14 febbraio 2011, che ha segnato per sempre i destini della popolazione sciita del piccolo stato del Golfo Persico; un uomo che ha saputo sempre mediare con le autorità e parlare ai sunniti e agli sciiti con il cuore e la ragione. «Siamo felicissimi della notizia della liberazione di Nabeel Rajab», ha detto il rappresentante di Human Rights Watch Aya Majzoub.
Dopo il rilascio di Nabeel Rajab, tuttavia, restano ancora sotto silenzio assoluto e con zero libertà di parola 11 giornalisti bahreniti, finiti in carcere con accuse specifiche legate alla rivolta del 2011. Secondo Sabrina Bennoui, capo della redazione di RSF, «il fatto che undici giornalisti siano ancora detenuti in Bahrein rende lo Stato uno dei più grandi carceri per giornalisti in Medio Oriente, proporzionato al numero di abitanti. Le autorità devono porre fine a queste detenzioni ingiustificate».
Devono essere ancora rilasciati né si hanno notizie di parecchi giornalisti e blogger: tra questi, Hassan Mohamed Qambar, giornalista fotografo freelance già condannato in modo sproporzionato a più di 100 anni di carcere lo scorso dicembre per aver coperto le proteste nel 2011. Le accuse nei suoi confronti sono di aver sostenuto una cellula terroristica filmando le loro attività in Pearl Roundabout nel 2011, pubblicando e inviando i video sui social media e alle redazioni dei giornali internazionali. E ancora: Mahmood Al-Jazeeri, un giornalista condannato a 15 anni di prigione nel 2017 e messo in  isolamento a Jaw, perché aveva rilasciato una dichiarazione dalla sua cella nella quale smentiva il governo sulle misure sanitarie prese per combattere la diffusione di Covid-19 nelle carceri del Bahrain.
In piena pandemia, il Bahrain ha registrato a oggi 18.544 casi, con soli 45 deceduti secondo il Ministero della Salute e nessun lockdown. Per via della epidemia le autorità hanno emanato, il 12 marzo scorso, attraverso una ordinanza reale di Hamad bin Isa Al Khalifa la grazia a 901 prigionieri e liberato altri 585 detenuti delle “carceri semplici” che stanno scontando la condanna in centri riabilitativi e di formazione. Secondo il Bahrain Institute for Rights and Democracy (BIRD), si tratta della più grande amnistia messa in atto dal governo dalla Rivolta di San Valentino del 14 febbraio 2011 contro la monarchia. Nonostante ciò, però, nulla è cambiato per molti: sono rimasti in carcere a Jaw importanti personalità con doppio passaporto e altre nazionalità; sono 21 le organizzazioni umanitarie nel mondo che chiedono la liberazione di attivisti e di giornalisti per i loro ruoli nel movimento di protesta del 2011 a Manama, come Hassan Mushaima, segretario del gruppo di opposizione Al-Haq per la Libertà e la Democrazia, Abdulwahab Hussain, leader dell’opposizione scrittore e filosofo, Abdulhadi Al Khawaja, ex presidente del Bahrain Centre for Human Right in Golfo Persico e padre dell’attivista politica Zeniab Al Khawaja, ormai libera in Europa. e poi Abdel-Jalil al-Singace, portavoce di Al-Haq, ingegnere professore associato all’Università del Bahrain. Importanti figure dell’opposizione, come lo sceicco Ali Salman, segretario generale della Società Islamica Nazionale Al-Wefaq, sciolta con una sentenza del tribunale di Manama il 17 luglio 2017. Sayed Nizar Alwadaei, ritenuto “arbitrariamente detenuto” dalle Nazioni Unite in “rappresaglia” per l’attivismo di suo cognato; Sayed Ahmed Alwadaei, in esilio in UK e Director of Advocacy at the Bahrain Institute for Rights and Democracy (Bird). Infine, il difensore dei diritti umani  Naji Fateel, membro del Board of Directors of the Bahraini human rights NGO Bahrain Youth Society for Human Rights (BYSHR).
Amnesty International li considera prigionieri di coscienza che dovrebbero essere rilasciati immediatamente e incondizionatamente.
Sempre il 9 giugno scorso, le Nazioni Unite si sono espresse finalmente sulla questione della cosiddetta Brigata Zulfiqar e sulla detenzione arbitraria dei suoi membri attraverso il Working Group on Arbitrary Detention – WGAD. Si è pubblicato un documento in merito ai casi di 20 cittadini bahreniti condannati dalla Quarta Corte Penale del Bahrein il 15 maggio 2018, a seguito di un processo di massa contro 138 imputati condannati perché accusati di presunto coinvolgimento in quella cellula terroristica. Secondo la UN, in determinate circostanze, la detenzione diffusa o sistematica o altre gravi privazioni della libertà possono costituire reati contro l’umanità.
Poco prima dell’inizio della pandemia del Covid-19, esattamente il 4 febbraio 202,0 a Roma si sono aperte le porte della prima ambasciata del Bahrain e, con l’occasione, il nostro governo ha siglato con le principali imprese del regno sette accordi commerciali per un valore complessivo di 330 milioni di euro. A siglare i contratti il PrincipeSalman bin Hamad Al Khalifa, primo figlio del re e unico “sostenitore” in famiglia reale della causa sciita. Il Bahrein è al 169 ° posto su 180 Paesi e territori nell’indice Freedom Press World 2020 di RSF .

6/16/2020

Coronavirus: Alarm over 'invasive' Kuwait and Bahrain contact-tracing apps

https://www.bbc.com/news/world-middle-east-53052395



Kuwait and Bahrain have rolled out some of the most invasive Covid-19 contact-tracing apps in the world, putting the privacy and security of their users at risk, Amnesty International says.
The rights group found the apps were carrying out live or near-live tracking of users' locations by uploading GPS co-ordinates to a central server.
It urged the Gulf states to stop using them in their current forms.
Norway has halted the roll-out of its app because of similar concerns.
The country's data protection authority said the app represented a disproportionate intrusion into users' privacy given the low rate of infection there.
Researchers at Amnesty's Security Lab carried out a technical analysis of 11 apps in Algeria, Bahrain, France, Iceland, Israel, Kuwait, Lebanon, Norway, Qatar, Tunisia and the United Arab Emirates.

Bahrain's "BeAware Bahrain" and Kuwait's "Shlonik" stood out, along with Norway's "Smittestopp", as being among the most alarming mass surveillance tools, according a report published on Tuesday.
Most contact-tracing apps rely solely on Bluetooth signals, but Bahrain and Kuwait's capture location data through GPS and upload this to a central database, tracking the movements of users in real time.
The researchers say Bahraini and Kuwaiti authorities would easily be able to link this sensitive personal information to an individual, as users are required to register with a national ID number. Other countries' contact tracing apps assure users' anonymity.
Accessing such data could help authorities tackle Covid-19, but Claudio Guarnieri, head of Amnesty's Security Lab, said the apps were "running roughshod over people's privacy, with highly invasive surveillance tools which go far beyond what is justified".
Mr Guarnieri added: "They are essentially broadcasting the locations of users to a government database in real time - this is unlikely to be necessary and proportionate in the context of a public health response. Technology can play a useful role in contact tracing to contain Covid-19, but privacy must not be another casualty as governments rush to roll out apps."
Mohammed al-Maskati, a Bahraini activist who is the Middle East digital protection co-ordinator for the human rights group Front Line Defenders, said there was also a concern the information collected by the apps might be shared with third parties.
Bahrain's app was linked to a television show called "Are You At Home?", which offered prizes to users who stayed at home during Ramadan.
The issues uncovered by Amnesty's investigation are particularly alarming given that the human rights records of Gulf governments are poor.
"When you equip a repressive state with the means to surveil an entire population - whether it's in the name of public safety or not - you can be certain that it's only going to enhance their means of control and repression to then track down dissidents or anyone that they consider to be a public threat. And in a lot of places like the Gulf, that means activists," says Sarah Aoun, chief technologist at privacy campaign organisation Open Tech Fund.
There is also a concern that the technology will continue to be used after the threat of the coronavirus recedes, Ms Aoun adds.
"Historically, there's been no incentive for governments to limit their overreach into people's privacy. On the contrary, if you take a look at 9/11 and the aftermath of that, it essentially ushered a new era of surveillance in the name of protecting citizens. And this time is no different."
Mr Maskati says critics will be unable to rely on regulatory oversight bodies in Gulf states for protection.
"If privacy is violated in a country like Norway, I can resort to regional tools such as the European Court of Human Rights and European Committee of Social Rights. But in our region there is not any such tool. On the contrary, resorting to local authorities may present an additional risk."
A spokesman for Bahrain's government said: "The 'BeAware' app was designed for the sole purpose of advancing contact-tracing efforts and saving lives. It is an entirely voluntary opt-in app... and all users are informed of its use of GPS software before downloading."
"The app plays a vital role in supporting Bahrain's 'Trace, Test, Treat' strategy and has helped to keep Bahrain's Covid-19 death rate at 0.24%. 11,000 individuals have been alerted through the app and prioritised for testing, of which more than 1,500 have tested positive."
Kuwait's government has not responded to the BBC's request for comment.