6/15/2016

Prove di dialogo tra Usa e Arabia Saudita su Siria, Iran e cooperazione militare

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Mohammed bin Salman, secondo in successione alla corona saudita ma autentico kingmaker della politica interna ed estera di Riyadh è in questi giorni negli Usa per incontrare Obama e Ban Ki-moon. La visita del ministro della difesa saudita giunge in un momento di tensione nelle relazioni tra i due paesi per divergenze riguardo alle relazioni con l’Iran e sulla conduzione della guerra in Siria.
Come rileva Eleonora Ardemagni, Gulf Analyst della Nato Defense College Foundation, per Obama il principale nemico è il sedicente Stato Islamico, da combattere nelle sue varie manifestazioni regionali (Siria-Iraq, Libia) mentre, nell’ottica dell’Arabia Saudita, il primo nemico è l’Iran, da contrastare nei teatri locali in cui Riyadh e Teheran si confrontano attraverso l’azione di attori proxies (Siria, Yemen, in parte Iraq). Pertanto, statunitensi e sauditi divergono sulle politiche regionali poiché perseguono strategie differenti, frutto di letture diverse della realtà mediorientale: per questo, il rapporto fra i due alleati storici non può che evolversi in questo frangente attraversando passaggi critici.
Barack Obama e i monarchi del Golfo – continua Ardemagni - concordano sulla necessità che ildittatore siriano Bashar al-Assad lasci la presidenza prima dell’inizio della transizione politico-istituzionale. Tuttavia, a causa del protagonismo russo-iraniano in Siria, questa eventualità appare oggi sempre più remota. Sulla Libia, Obama ha sollecitato le monarchie a sostenere fattivamente il nuovo governo di unità nazionale: sarà però improbabile che le tante milizie rivali, appoggiate anche dai paesi del Gcc, marcino tutte nella medesima direzione. D’altronde, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti appoggiavano il governo di Tobruk (e il generale Khalifa Haftar, alleato dell’Egitto del presidente al-Sisi), il Qatar sosteneva quello islamista di Tripoli. Il terzo round diplomatico per la risoluzione del conflitto in Yemen ha preso faticosamente il via proprio in concomitanza con il viaggio di Obama a Riyadh (20-22 aprile 2016), risolvendosi nell’ennesimo nulla di fatto. La guerra saudita contro i miliziani sciiti in Yemen sta causando parecchi imbarazzi all’amministrazione democratica di Washington tra vittime civili, vendita di armi ai sauditi e uso di bombe a grappolo di fabbricazione Usa.
Arabia Saudita e Stati Uniti condividono però una preoccupazione crescente, che può approfondire la gravità di un conflitto, quello yemenita, che né i filo-governativi né gli insorti sono in grado di vincere militarmente. Infatti, l’espansione territoriale di al-Qaida nella Penisola arabica (Aqap) e del nugolo di cellule jihadiste (talune richiamatesi al sedicente Stato Islamico) è una minaccia diretta all’interesse nazionale Usa: Aqap è la branca di al-Qaida che più è stata in grado di colpire obiettivi americani nel Golfo e in patria. I qaidisti controllano oggi vaste aree costiere del sud yemenita e co-gestiscono Mukalla (500.000 persone e un porto strategico) con le tribù locali. Dal marzo 2016 sauditi ed emiratini bombardano postazioni e depositi di armi di Aqap, soprattutto in alcuni distretti di Aden e a Mukalla (dove la coalizione ha imposto l’embargo solo ora): non era mai accaduto ed è il sintomo che, stavolta, il livello della percezione della minaccia jihadista si è alzato anche per le monarchie del Golfo. Colmare il vuoto di potere in Yemen è il primo passo per arrestare la penetrazione territoriale di Aqap ed è il preludio necessario a qualsiasi operazione militare anti-jihadista. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero chiesto agli Stati Uniti sostegno militare in vista di una prossima offensiva contro i jihadisti in Yemen: Barack Obama ha avuto un bilaterale con il ministro della Difesa e principe ereditario Mohammed bin Zayed (Eau) a Riyadh, che aveva da poco incontrato ad Abu Dhabi il generale Joseph Votel, comandante del Us Central Command.
La “ricostruzione multi-confessionale” dell’Iraq è stata al centro del discorso saudita del segretario americano alla Difesa. Ashton Carter ha spronato le monarchie del Golfo a normalizzare i rapporti con Baghdad, investendo energie politiche ed economiche nell’Iraq del premier Haider al-Abadi, specie nelle città sunnite recuperate allo Stato Islamico. Difficile che ciò avvenga ora, mentre è lo stesso fronte arabo sciita a essere attraversato da tensioni crescenti (vedi le manifestazioni anti-corruzione del movimento di Moqtada al-Sadr). Privilegiando cinici calcoli geopolitici, i sauditi potrebbero infatti auspicare che le lotte intra-sciite indeboliscano le istituzioni politico-militari di Baghdad, in cui la comunità arabo-sunnita è fortemente emarginata.
Stati Uniti e monarchie del Golfo intensificheranno la cooperazione militare, con particolare attenzione all’addestramento delle forze speciali e alla difesa marittima: è proprio ciò di cui Riyadh e Abu Dhabi necessitano per ottimizzare la nuova postura militare e unilaterale di politica estera (anche se l’autosufficienza è un’illusione). Le sole azioni aeree non bastano per contrastare l’Iran, ha sottolineato Carter. Il primo obiettivo dei pattugliamenti navali congiunti sarà interdire l’arrivo di armi dall’Iran ai ribelli yemeniti, come avvenuto di recente. La disponibilità americana ad accompagnare il lento processo di integrazione della difesa missilistica del Gcc, ribadita da Carter (dati i recenti test iraniani di missili), si scontra con la riluttanza delle monarchie ad attuarlo: sfiducia latente e desiderio di preservare la propria sovranità sono dinamiche ancora salienti, specie fra le monarchie più piccole. Oltre che su difesa missilistica e marittima, il summit di Camp David del 2015 ha già avviato una serie di gruppi di lavoro Usa-Gcc per la cooperazione multilaterale su counter-terrorism e cyber-security.
In tempi di minacce ibride, il dibattito sui rapporti Usa-Gcc porta inevitabilmente con sé quello sullacooperazione Nato-Gcc. L’asimmetria identitaria tra l’Alleanza atlantica (alleanza militare) e Consiglio di cooperazione del Golfo (organizzazione “sovranazionale”, di fatto “saudito-centrica”) impedisce una partnership reale: l’Istanbul Cooperation Initiative (Ici) non è stata finora in grado di plasmarla, data anche la mancata adesione dell’Arabia Saudita, promuovendo invece le interazioni bilaterali. Quale interoperabilità Nato-Gcc se fra le stesse monarchie del Golfo essa è scarsa? Il tema sarà però sempre più d’attualità e verrà condizionato dall’approccio americano: il Summit Nato di Varsavia (luglio 2016) dovrà pronunciarsi sulle sfide operative che il terrorismo transnazionale pone e, come sottolineato dal Nato Summit Advisory Panel, più risorse e sostegno politico dovranno essere destinate all’Ici in questo contesto.
Il petrolio sta giocando un ruolo nuovo nella relazione tra Washington e i monarchi del Golfo: esso non è più uno strumento di dipendenza diretta, ma indiretta. La stabilità del Golfo rientra nell’interesse nazionale statunitense e della sua economia anche perché i suoi partner asiatici (Cina e India in testa) dipendono dal petrolio del Gcc. Quindi, il “pivot to Asia” necessita di un’Arabia Saudita stabile, di un retroterra strategico saldo e implica la difesa della libertà di navigazione dei choke-pointdel Golfo (Hormuz e Bab al-Mandeb).