12/29/2017

Hezbollah: dalla “resistenza” all’establishment

http://www.oasiscenter.eu/it/come-cambiato-hezbollah-con-la-guerra-in-siria

 | Marina Calculli 28.12.2017

La guerra in Siria ha trasformato il movimento sciita, abile a cambiare per sopravvivere: attore militare regionale e arbitro della politica in Libano

Dal momento della sua entrata nel conflitto siriano a fianco del fronte filo-Assad nel maggio 2013, la trasformazione del partito e gruppo armato sciita libanese Hezbollah è stata sorprendente.

Dopo aver cambiato le sorti di molte battaglie in Siria – a partire da quella di al-Qusayr - 15 chilometri a sud-ovest del confine con il Libano - nel 2013, con cui il partito dichiarò ufficialmente la sua presenza nel conflitto d’oltreconfine – Hezbollah ha indubbiamente acquisito un ruolo inconsueto, ben oltre la tradizionale “resistenza” (muqāwama) contro Israele nel sud del Libano.

Pilastro fondamentale della contro-rivoluzione di Bashar Assad in Siria, marcatore di terreni inediti fino al 2014 – come l’Iraq e lo Yemen, in cui il partito guidato da Hassan Nasrallah ha offerto consulenza tecnica alle milizie sciite irachene e agli Houthi yemeniti – Hezbollah si è trasformato in un attore “regionale”. Eppure, se la vulgata comune vede il partito come sempre più legato all’Iran e imbrigliato in un’identità settaria sciita che muoverebbe la sua“transnazionalizzazione” come gruppo armato, molti sono gli elementi che segnalano piuttosto una sua più incisiva “libanesizzazione”.

Detto altrimenti, mentre Hezbollah è diventato, a partire dal 2013, un attore sempre più risolutivo sul piano militare regionale, il partito ha parallelamente rafforzato il suo ruolo politico in Libano. Sempre più in grado di manipolare la geometria della negoziazione domestica tra alleati e avversari, Hezbollah è diventato il vero arbitro del sistema politico libanese.

Piuttosto che un mutamento di ruolo dalla dimensione nazionale alla dimensione regionale, quella di Hezbollah deve essere letta come una trasformazione dalla resistenza all’establishment. La trasformazione è tutt’altro che recente: si tratta piuttosto di un processo che rimonta almeno al 2005, seppur accelerato dopo il 2011, e non necessariamente lineare: gestito dall’élite del gruppo e non sempre “compreso” dalla sua base, in parte ancora legata a una cultura della resistenza anti-Israele e incline a recepire un discorso settario (sciita), la cangiante identità del gruppo è personificata dal suo carismatico leader, Hassan Nasrallah, in grado di tenere assieme le diverse anime dell’organizzazione e del suo consenso.

Tuttavia, se Hezbollah si è mostrato estremamenteversatile e abile a cambiare per sopravvivere, la principale minaccia alla continuità del partito arriva dall’asse Trump-Israele-Arabia Saudita contro l’Iran e i suoi alleati.

La retorica della “guerra al terrorismo”
Da un punto di vista formale, la retorica della resistenza contro Israele in solidarietà con la Palestina non è mai venuta meno nel discorso ufficiale del Partito di Dio. Ben più muscolare, tuttavia, è stata la riproduzione di una retorica della “guerra al terrorismo”, tarata su un discorso securitario non dissimile da quello dei leader occidentali e potentemente amplificato dell’emittente ufficiale del partito al-Manar e di altri media ideologicamente vicini a Hezbollah.

Se questa nuova strategia comunicativa ha chiaramente contribuito a giustificare la controversa decisione di entrare nel conflitto siriano a fianco del dittatore Assad, vale la pena soffermarsi sulle modalità con cui Hezbollah ha manovrato diversi registri, ritagliandosi un ruolo securitario calibrato su una morale statista, fondata sulla protezione dei confini e dello status quo. Questa virata identitaria e ideologica ha permesso al partito di strizzare l’occhio non solo ai suoi alleati più conservatori ma, informalmente, anche alle intelligence internazionali.

L’invenzione di un nuovo ruolo morale per il partito dopo il 2013 si è imposta come necessità. Se al tempo della “guerra di luglio” (harb tammūz) con Israele nel 2006 Hezbollah era apparso come il rappresentante dei popoli traditi dagli establishment arabi corrotti e sempre più opportunisticamente lontani dalla causa palestinese, con l’ingresso nella guerra siriana al fianco di Assad, il Partito ha scelto di fiancheggiare la dittatura e l’oppressione del popolo siriano,generando scetticismo persino all’interno della sua stessa base.

Appropriandosi del discorso classico della guerra contro il terrorismo, opponendo una retorica della “civiltà” del pluralismo (al-ta‘addudiyya) tra confessioni religiose alla “barbarie” dei takfīriyyīn(formalmente “musulmani che accusano altri musulmani di apostasia”, anche se il termine è diventato quasi un sinonimo per stigmatizzare i jihadisti sunniti), Hezbollah si è reinventato protettore del Libano, evocando la convivenza interreligiosa teoricamente rappresentata dal confessionalismo (ta’ifiyya) a fondamento dello Stato. Nel promuovere questa nuova funzione delle armi di Hezbollah, Nasrallah ha puntato in particolare a unaaudience cristiana e sciita, capitalizzando sul vittimismo con cui i rispettivi leader confessionali hanno sostenuto la necessità di preservare lo status quo del regime damasceno e stigmatizzare la rivolta siriana.

La posizione è dettata dal trionfo di gruppi armati salafiti-jihadisti nel conflitto siriano, ma questo dato ha marcato la trasformazione della violenza siriana a partire dal 2012 e non certo le origini della rivolta anti-regime (febbraio-marzo 2011) e la sua militarizzazione (luglio-agosto 2011). Inoltre, per quanto in alcuni contesti l’élite del partito abbia utilizzato un discorso palesemente settario, definendo per esempio l’intervento in Siria come “difesa sacra” (al-difā‘ al-muqaddas), Nasrallah ha cercato di giustificare la presenza di Hezbollah in Siria comeparte di una strategia nazionale per difendere i confini e le istituzioni del Libano dal progetto totalitario dello Stato Islamico.

Si tratta di un passaggio particolarmente cruciale nella strategia di giustificazione. Se fino al 2013,l’ambigua relazione tra Hezbollah e lo Stato era fondata sulla necessità di una resistenza nazionale contro Israele - tutti i governi, fino al 2011, si sono insediati riconoscendo formalmente, seppur non senza polemiche, la legittimità delle armi dell’Hizbracchiusa nella formula “l’esercito, il popolo, la resistenza” (al-jaysh, al-sha‘b, al-muqāwama) -, l’entrata di Hezbollah in Siria è stata vista come un tentativo arbitrario di trascinare il Paese intero in una guerra di altri.

L’AMBIGUA RELAZIONE CON LO STATOERA FONDATA SULLA RESISTENZA NAZIONALE CONTRO ISRAELE






Per controbilanciare queste accuse, Hezbollah ha evocato la “guerra preventiva”, sostenendo l’incombenza eccezionale della minaccia di ISIS e di altri gruppi jihadisti sul Libano, oltre all’opportunità di mantenere le sue armi segrete e indipendenti a complemento (al-takāmul) di un esercito – quello libanese – costretto in una condizione di debolezza strategica dalla comunità internazionale vicina a Israele.

In pratica, negoziando la sua coabitazione sul confine siriano-libanese con l’esercito, Hezbollah ha spesso rivendicato il merito di azioni di counterinsurgencycontro combattenti dello Stato Islamico, che in realtà erano state in parte gestite o “preparate” dall’esercito. L’esempio più eclatante è quello del luglio 2017, in cui Hezbollah ha proclamato la vittoria contro ISIS ad‘Arsal (cittadina dell’alta valle della Bekaa libanese), dove il gruppo jihadista aveva conquistato un’enclave nel 2014.

Con l’esercito schierato al confine e una missione degli eserciti britannico e americano in sostegno dell’esercito libanese per rafforzare la sicurezza di frontiera nel quadro della “guerra globale al terrore”, la “liberazione di ‘Arsal” da parte di Hezbollah (sancita simbolicamente dalle due bandiere – quella della resistenza e dello stato libanese – issate insieme sul “territorio liberato”) ha avuto l’obiettivo di agganciare il partito alla prassi e al discorso morale neo-sovranista della guerra al terrore.

Non a caso, soprattutto durante la fase della guerra a ISIS sotto la presidenza Barack Obama, le misure contro Hezbollah – sulla lista nera dei gruppi terroristici di Stati Uniti e Unione europea - sono state moderate e si sono limitate a poche sanzioni finanziarie. A dicembre, un controverso report negli Stati Uniti ha mostrato come l’Amministrazione Obama avesse ostacolato i lavori di una task forcecontro i traffici di droga che Hezbollah usa per autofinanziarsi per facilitare l’accordo sul nucleare iraniano. Accanto a un calcolo geopolitico regionale, diversi segnali sembrano suggerire che gli Stati Uniti abbiano in più di un’occasione cooperato con Hezbollah indirettamente (attraverso l’esercito libanese) nelle operazioni di counterinsurgency in Siria e in Libano.

I limiti della strategia politica
Nonostante la comune caratterizzazione di Hezbollah come organo alla mercé dell’Iran e della Siria, il partito libanese ha in realtà calibrato il suo intervento regionale sui suoi interessi domestici.

A dispetto di molte speculazioni su un’espansione del gruppo in altri Paesi, Hezbollah ha preservatol’esclusività dell’identità libanese dei suoi combattenti. È vero che diverse organizzazioni sono nate in Siria, Iraq, Yemen e altrove, ispirandosi al partito libanese. Tuttavia, il gruppo guidato da Nasrallah resta un’entità politico-militare discreta e a sé stante.
Il recente coinvolgimento regionale di Hezbollah, principalmente inquadrato all’interno della guerra contro ISIS, ha piuttosto permesso al movimento di consolidare la sua influenza politica sul sistema libanese. Innanzitutto, esso ha rafforzato i suoi rapporti con il Fronte Patriottico Libero, partito guidato dal leader cristiano maronita Michel ‘Aoun, alleato dell’Hizb dal 2006. L’elezione di ‘Aoun alla presidenza della repubblica nel 2016, dopo oltre due anni di vuoto a Beirut della poltrona al palazzo presidenziale di Baabda, ha dato prova della capacità del Partito di Dio di fare da arbitro tra i due principali blocchi parlamentari (ormai sempre meno definiti) del 14 Marzo e dell’8 Marzo libanesi (dalla data di due opposte manifestazioni – pro e contro la presenza siriana nel Paese – nel 2005).

Dopo l’elezione di ‘Aoun, Hezbollah è stato inoltre molto abile nel riallacciare relazioni pragmatiche con il vecchio rivale Sa’ad Hariri, appoggiando la sua elezione a primo ministro e la formazione di un governo che include tuttora ministri di Hezbollah. Soprattutto dopo le (mancate) dimissioni di Hariri nel novembre 2017, assai probabilmente imposte dell’Arabia Saudita e ritirate in extremis dallo stesso premier, pare che Hezbollah abbia dato prova di lealtà agli accordi politici con il primo ministro molto più dei suoi alleati storici, i quali avrebbero invece cercato di capitalizzare sulla sua potenziale poltrona vacante. La posizione di Hezbollah è stata, infatti, estremamente moderata e di sostegno nei confronti di Hariri, favorendo senza dubbio uno sgonfiamento dell’escalation annunciata e favorendo la continuità del governo in carica.

IL MOVIMENTO HA PRESERVATO L’ESCLUSIVITÀ DELL’IDENTITÀ LIBANESE DEI SUOI COMBATTENTI





Hezbollah resta l’attore dominante del sistema politico libanese, in grado di manovrare alleanze e rivalità a suo vantaggio. Il suo potere politico, inoltre, si nutre del suo potere militare: Hezbollah si presenta e si impone come principale pilastro della sicurezza del Libano e della stabilità governativa – un garante dell’establishment tradizionale del Libano contro potenziali homines novie sempre più contro le richieste di cambiamento dal basso.

Il dilemma sul futuro del partito arriva piuttosto dall’esterno: in particolare, dalla cooperazione tra Israele, Arabia Saudita e la nuova amministrazione americana di Donald J. Trump. Fondata sull’ossessione anti-iraniana, questa inedita triangolazione di interessi mira a mettere in crisi la strategia di Teheran in Medio Oriente, di cui Hezbollah è ritenuto un pilastro portante.

Su questo piano, il partito di Nasrallah ha tentato finora di mantenere un profilo basso e cautamente attento a non “invitare” eccessive reazioni che sarebbero in questo momento controproducenti per il partito. Prova di questo è la blanda risposta che l’Hebzollah ha dato alla proclamazione unilaterale di Gerusalemme come capitale d’Israele da parte della Casa Bianca: l’invito a lanciare una “campagna sui social media” e una limitata reazione per il cuore della muqāwama con la cultura del “martirio”. Il partito di Nasrallah mira in questo frangente a consolidare i suoi successi militari per rafforzare la propria posizione politica all’interno del Libano.

Nonostante il prezzo in termini di reputazione popolare, Hezbollah sembra sempre più abile nell’interpretare strategicamente una politica dell’establishment che compensa efficacemente lo scollamento del partito da una cultura della resistenza.

12/27/2017

Bahraini military court convicts six to death on terror charges

https://www.reuters.com/article/us-bahrain-security/bahraini-military-court-convicts-six-to-death-on-terror-charges-idUSKBN1EJ0L7



DUBAI (Reuters) - A Bahraini military court sentenced six men to death and revoked their citizenship after they were convicted on charges of forming a terrorist cell and plotting to assassinate a military official, Bahrain news agency BNA reported on Monday.
The men, including one soldier, were accused of several “terrorist crimes” and of attempting to assassinate a commander of the Bahraini army, BNA said.
The court sentenced seven other people linked to the case to seven years in jail and revoked their citizenship, while five others were acquitted, BNA added, quoting a state prosecution statement.
BNA said the 18 men involved in the case include eight who were convicted in absentia, having fled to Iraq and Iran. It was not clear which of the absent eight were sentenced to death and which to jail.
Bahrain accuses mainly Shi‘ite Iran of stoking militancy in the kingdom, a strategic island where the U.S. Navy’s Fifth Fleet is based, charges Tehran denies. Bahrain has a Shi‘ite Muslim majority population but is ruled by a Sunni royal family.
The rulings are subject to appeal, the statement said.
Bahrain in January executed three Shi‘ite men convicted of killing three policemen, including an officer from the United Arab Emirates, in a 2014 bomb attack. They were the first such executions in over two decades and sparked protests.
Bahrain had seen occasional unrest since 2011 when authorities crushed protests mainly by the Shi‘ite majority demanding a bigger role in running the country.
Reporting by Dubai Newsroom; Editing by Hugh Lawson

12/22/2017

BAHRAIN: HUMAN RIGHTS VIOLATIONS CONTINUE UNABATED

https://www.amnesty.org/en/documents/mde11/7638/2017/en/


, Index number: MDE 11/7638/2017
Amnesty International has today expressed serious concern about recent developments in Bahrain, namely the new charges brought against the leader of the now-dissolved Al-Wefaq National Islamic Society, Sheikh Ali Salman; the dissolution on appeal of the National Democratic Action Society (Wa’ad); the resumption of trials of civilians before military courts; the ongoing trial of human rights defender Nabeel Rajab and the continued targeting of human rights activist Sayed Ahmed Alwadaei’s family.

12/21/2017

HRW calls for UN to sanction Saudi crown prince

http://www.aljazeera.com/news/2017/12/hrw-calls-sanction-saudi-crown-prince-171221071600390.html


Human Rights Watch has called on the UN to place sanctions on Saudi Arabia's Crown Prince Mohammed bin Salman over abuses carried out in Yemen.
In an op-ed published in the Washington Post, the rights group's deputy UN director, Akshaya Kumar, said the heir to the Saudi throne was behind abuses at home and bore responsibility "for the ongoing humanitarian catastrophe in neighbouring Yemen." 
Kumar said Mohammed bin Salman's reforms, such as allowing women to drive, opening up physical education to girls, and permitting movie theatres to open, were "important steps", but warned against glossing over the prince's record in other areas.
"The war in Yemen, and Prince Bin Salman's prominent role in it as defence minister, fits poorly into a narrative of a visionary young reform-oriented leader," she wrote.
"As restrictions on imports push millions of Yemenis further into famine and aid the spread of normally treatable diseases, Prince [Mohammed bin Salman] shouldn't be getting a free pass.
"Instead, he and other senior coalition leaders should face international sanctions."
As restrictions on imports push millions of Yemenis further into famine and aid the spread of normally treatable diseases, Prince [Mohammed bin Salman] shouldn't be getting a free pass
AKSHAYA KUMARA, HUMAN RIGHTS WATCH
The Saudi crown prince is widely seen as the architect of the country's intervention in Yemen, which started in March 2015 after Houthi rebels took over large parts of the country's south, sending Yemeni President Abd-Rabbu Mansour Hadi fleeing to exile in Riyadh.
Yemen's capital Sanaa had fallen the previous year to a loose alliance of Houthi rebels and forces loyal to the country's former President Ali Abdullah Saleh.
The alliance fell apart earlier this month with Saleh's death at the hands of the Houthis after the late leader switched to the Saudi side and turned on the rebels.
Saudi-coalition led air raids have significantly contributed towards the war's death toll of more than 10,000 fatalities.
Yemen's civilian population has also suffered from a Saudi imposed blockade, which has deprived the country of essential goods.
The UN has warned that the blockade could result in famine and says it is already providing food assistance to over seven million people. 

12/12/2017

INTERVISTA. «Il popolo yemenita sostiene gli Houthi. Ma la guerra non finirà


http://nena-news.it/intervista-il-popolo-yemenita-sostiene-gli-houthi-ma-la-guerra-non-finira/

Parla l’analista saudita Ali al-Ahmed, dopo l’uccisione dell’ex dittatore Saleh: «Il paese è cambiato, le logiche tribali non valgono più. Riyadh non vince perché non ha uomini sul campo. L’Iran presente con esperti e denaro»

di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Roma, 12 dicembre 2017, Nena News – Dopo l’uccisione dell’ex dittatore Ali Abdullah Saleh, lo Yemen non ha tregua: i raid sauditi sono proseguiti tutta la settimana, a copertura dell’offensiva terrestre delle forze governative del presidente Hadi. L’ultima strage è di ieri: 23 civili uccisi nella provincia nord di Sa’ada, roccaforte Houthi.
L’escalation è realtà quotidiana. E in tale situazione stonano le parole dell’amministrazione statunitense, la stessa che a maggio firmò contratti di vendita con Riyadh per 110 miliardi di dollari in armi in dieci anni e la stessa che sostiene attivamente l’operazione militare contro il movimento Ansar Allah con intelligence e supporto logistico: negli ultimi due giorni, prima il presidente Trump e poi il segretario di Stato Tillerson hanno chiesto «moderazione» all’Arabia saudita e la fine del blocco imposto su porti e aeroporti controllati dagli Houthi.
Nelle stesse ore faceva la sua prima apparizione pubblica Ahmed Abdullah Saleh, figlio dell’ex presidente, auto-proclamatosi suo successore alle corti del Golfo. Del ruolo di Emirati arabi e Arabia saudita e delle prospettive del movimento Houthi abbiamo discusso con Ali al-Ahmed, analista saudita tra i massimi esperti dei paesi del Golfo, fondatore e direttore del think tank Institute for Gulf Affairs di Washington.
Dopo la morte di Saleh e l’intensificarsi della reazione saudita, assisteremo alla fine del movimento Ansar Allah?
Non credo. Emirati arabi e Arabia saudita hanno compiuto gravi errori e gli Houthi hanno un eccezionale supporto popolare. Abu Dhabi ha tentato di trovare una via d’uscita dal conflitto coinvolgendo Saleh, ma ha impiegato del tempo a convincere Riyadh. Quando ci è riuscita, era troppo tardi. Nessuno ha compreso il radicamento dei ribelli nel paese, nemmeno gli Stati uniti che fino a poco tempo fa non prendevano in considerazione il potenziale del movimento. Non hanno compreso la trasformazione popolare dello Yemen: le vecchie logiche tribali sono quasi del tutto scomparse, si è passati da una struttura sociale tribale a una dettata dall’ideologia, che sia politica o religiosa.
Gli Houthi hanno raccolto consenso sia tra le giovani generazioni che tra gli adulti. Lo si è visto nel settembre 2014: hanno assunto il controllo dell’intero paese senza trovare resistenza. Lo Yemen sta tornando alla sua identità originaria, drogata nel secolo scorso dalla pesante interferenza del wahhabismo sponsorizzato da Riyadh.
Dunque non si assisterà a significativi cambiamenti sul campo di battaglia?
Al di là dell’escalation militare, che non è una novità, le milizie di Saleh non sono numerose, si sono ridotte con il crollo di consenso verso l’ex dittatore. Si dice addirittura che a tradirlo sia stato il figlio di uno dei suoi bracci destri. Le bombe saudite, poi, non fanno che aumentare il sostegno popolare a chi resiste all’aggressione, ovvero gli Houthi. Lo storico appoggio delle tribù a Saleh non è più determinante, nei fatti la sua influenza politica era evaporata da tempo. E gli Emirati lo sanno: quando il 2 dicembre Saleh ha annunciato la rottura con Ansar Allah, il movimento ha lanciato per la prima volta un missile verso Abu Dhabi. Un messaggio chiaro: il sistema missilistico è in mano agli Houthi, non a Saleh.
Perché macchine da guerra come quelle saudita e emiratina non riescono a piegare la resistenza Houthi?
Riyadh non vince perché non ha uomini sul terreno. Non ci sono miliziani in Yemen che combattono per Riyadh, eccezion fatta per le forze governative, buona parte delle quali è in cerca solo di un salario e non del raggiungimento di obiettivi politici. Lo Yemen è geograficamente un paese difficile, montagnoso: chi ci combatte deve conoscerlo bene. E gli Houthi lo conoscono.
La guerra potrebbe finire a breve visti gli alti costi per chi l’ha lanciata?
Non ci sono indicazioni in tal senso. La guerra non è iniziata solo per gli interessi strategici, politici e petroliferi del Golfo, ma anche su spinta di certe potenze occidentali. In primis Stati uniti e Gran Bretagna, principali venditori di armi a Riyadh e interessati a destabilizzare la regione: un Golfo stabile sarebbe meno dipendente dalle armi occidentali.
L’Iran è davvero presente al fianco degli Houthi?
Nel 2009, nel corso della sesta guerra di Sana’a contro gli Houthi, Saleh chiese l’intervento saudita giocando la carta della minaccia sciita. All’epoca l’Iran aveva contatti minimi, se non inesistenti, con Ansar Allah. Ma da allora c’è stato un avvicinamento che si traduce oggi in sostegno in termini di logistica, intelligence, denaro. Non di armi e uomini, però: se si guarda alle armi usate dagli Houthi si vede che sono molto simili a quelle utilizzate in Siria dal fronte pro-Assad, ma non sono identiche. Perché Teheran non ne invia di proprie, ma addestra gli Houthi a costruirsi i missili, inviando sul posto i propri tecnici.
Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

Bombed into famine: how Saudi air campaign targets Yemen’s food supplies

https://www.theguardian.com/world/2017/dec/12/bombed-into-famine-how-saudi-air-campaign-targets-yemens-food-supplies


At 11.30pm, 10 nautical miles off Yemen’s western Red Sea coast, seven fishermen were near the end of the four hours it had taken to haul their nets bulging with the day’s catch into their fibreglass boat. Suddenly, away from the illumination of the vessel’s large spotlight, one of the men spotted a black silhouette coming towards them.
Moments later a helicopter began circling overhead. The fishermen were well within the 30 nautical mile boundary they had been warned not to cross by leaflets airdropped on land by the Saudi-led coalition. But, without warning, gunfire erupted from the helicopter.
Osam Mouafa grabbed his friend, Abdullah, dragging him into a corner, curling himself into a protective ball as bullets flew through the boat. Shot in both knees, with a third bullet having grazed his thigh, Osam began to feel water rising around him. “The boat became like a sieve,” he said, sitting next to the wooden stick he now needs to walk.
By the time the onslaught stopped, the captain – a father of eight – and Abdullah were dead. Another crew member, Hamdi, was deafened and paralysed down one side after being hit in the head by shrapnel. All bleeding heavily, the five survivors frantically began bailing water out of the sinking boat.
The partially submerged vessel, with the fishermen’s clothes plugging the holes, drifted at sea for 15 hours until another boat rescued them, towing them ashore.
Since Saudi Arabia launched its military intervention in Yemen in March 2015, more than 10,000 civilians have died. More than 250 fishing boats have been damaged or destroyed and 152 fishermen have been killed by coalition warships and helicopters in the Red Sea, according to Mohammed Hassani, the head of the fishermen’s union in Yemen’s western port of Hodeidah.
“They have declared war on fishermen,” said Hassani. More than 100 miles further south in the port of Mocha, fishermen have been barred from going out to sea since the Houthi-Saleh forces, who the Saudi-led coalition have been fighting for more than two and half years, were pushed out by Yemeni fighters backed by a coalition partner, the United Arab Emirates, in February.
emen’s fishing industry has become an ever more vital lifeline for a country in the midst of the world’s worst humanitarian crisis. More than eight million Yemenis are now facing famine after Saudi Arabia tightened a blockade on the country on 6 November. Restrictions were slightly eased on 26 November, allowing some aid in for the 20 million Yemenis relying on humanitarian support. But aid agencies have predicted mass famine if key ports such as Hodeidah remain closed to commercial imports.
Yemen relies on maritime imports for more than 80% of its annual staple food supplies. Although staples remain available, the Saudi-imposed import restrictions, combined with a rapidly depreciating currency, mean food prices have sky-rocketed. Government salaries have gone unpaid since August 2016 and an estimated 55% of the workforce have been laid off due to the conflict. Millions of Yemenis can no longer afford to buy food, forcing them into the more than 75% of the population who are in need of humanitarian assistance.
In the district of al-Rawda in northern Sana’a, farmer Yahya Abdu Taleb stopped cultivating his land after a bomb from an airstrike landed in a field less than 50 metres from his house. Fortunately for the family, the missile failed to explode.
Standing in the now fallow farmland, Yahya watches a team from Yemen’s national demining programme extract the missile buried some 10ft into the soil.
“I have three wells on my land. But now I don’t grow anything,” he said. When food prices started to rise, he went to rebuild the polytunnels needed to grow vegetables in the extreme mountain temperatures of Yemen’s arid northern highlands. But his neighbours begged him to stop. “The Saudis target them [the polytunnels]. They were afraid the planes would come back, bomb us and kill their families.”
Nine-year-old Zahara Taleb used a mobile phone to film the bomb being winched out of her father’s farmland next to their home. “I want to make sure it’s gone so I don’t have to be afraid anymore,” she said.
Ali al-Mowafa, heading the team from the NDP working to remove the unexploded ordnance in al-Rawda, said British, American and Italian-made bombs were identified among 12 missiles that failed to explode from one night when 52 bombs hit the district last August.
Research on the pattern of bombing, carried out by emeritus professor Martha Mundy at the London School of Economics, concluded that in the first 17 months of the Saudi-led bombing campaign there was “strong evidence that coalition strategy has aimed to destroy food production and distribution” in areas controlled by the Houthis and allied forces loyal to former president Ali Abdullah Saleh. Saleh was killed by Houthi forces in Sana’a last week, days after declaring he had switched allegiances.
Data on coalition airstrikes collected by the Yemen Data Project have recorded 356 air raids targeting farms, 174 targeting market places and 61 air raids targeting food storage sites from March 2015 to the end of September 2017.
The UK’s de-facto deputy prime minister Damian Green has defended the British government’s continued support of weapons sales to the kingdom on the grounds that “our defence industry is an extremely important creator of jobs and prosperity”, while also highlighting Britain’s role as “the fourth largest humanitarian donor to Yemen”.
The British government has approved more than £4.6bn in fighter jets and arms sales to Saudi Arabia since their Yemen bombing campaign began. British military officers are also providing targeting training to the Royal Saudi Airforce.
May said she would demand Saudi Arabia immediately end its blockade during her recent visit to the kingdom. It remains in place.
Attacking Yemenis’ ability to provide food for themselves has been described as a “blatant violation of international laws” by aid agencies.
Despite the prospect of imminent mass famine, this strategy is being used to put greater pressure on the Houthis in lieu of failed efforts by the Saudi coalition to bomb the Iranian-aligned rebels into submission over more than two years.
Yemen analysts also point to the policy as a more appealing option for the Saudi crown prince, Mohammed bin Salman, who also holds the role of minister of defence, than deploying thousands of loosely aligned, highly factional troops to attempt a precarious forced takeover of the Houthi-controlled capital.
“There are voices in the coalition and Yemeni government who view economic levers as a potential means of putting pressure on the Houthis and of pressuring people living under the Houthis into rebelling or expressing greater discontent against them as conditions worsen,” said Adam Baron, a Yemen expert at the European Council on Foreign Relations.
“Destruction of access to food and water constitutes a war crime,” Mundy of the LSE noted in a paper published in September by the Global Network for the Right to Food and Nutrition.
“But who is to prosecute when the same international organisations and national states, which stood aside for months of bombardment and blockade, now play the role of humanitarian intervention to save Yemenis from famine and cholera?”

12/08/2017

UAE and Saudis form new partnership separate from GCC

http://www.aljazeera.com/news/2017/12/uae-saudi-arabia-form-political-partnership-171205075923016.html


The United Arab Emirates and Saudi Arabiahave formed a new military and trade partnership separate from the Gulf Cooperation Council (GCC), according to a statement issued by the UAE.
The development on Tuesday comes amid heightened tensions within the GCC, a political and economic alliance of six countries that includes Qatar, Bahrain, Saudi Arabia, the UAE, Kuwait and Oman. 
According to the statement from the UAE foreign ministry, the new committee "is assigned to cooperate and coordinate between the UAE and Saudi Arabia in all military, political, economic, trade and cultural fields, as well as others, in the interest of the two countries".
There has been no confirmation of the new partnership from the Saudis so far. 
The GCC has faced an unprecedented crisis over the past six months amid a Saudi-led blockade of Qatar.
Representatives of the six countries were meeting in Kuwait on Tuesday for the council's annual summit.
Al Jazeera’s Jamal Elshayyal, reporting from Kuwait City, said the UAE/Saudi partnership "would be seen as very antagonising towards the GCC as an organisation, an organisation that has been under threat very much because of the actions of Saudi Arabia and the UAE in terms of imposing a blockade which has gone on for six months now".

Qatar siege

Since June, Saudi Arabia, Bahrain, the UAE and Egypt have enforced a land, sea and air blockade against Qatar, accusing the tiny Gulf nation of supporting "terrorism".
Qatar has denied the allegations and accused the neighbouring countries of attempting to infringe on its sovereignty.
The 38th GCC summit in Kuwait City began amid concerns over how long the crisis has persisted and calls from residents for a speedy resolution.
The announcement of the new Saudi-UAE partnership could complicate matters further, Elshayyal noted.
"For a decision, or an announcement, like that to happen at the summit is something that will be seen, as far as the Kuwaitis are concerned, as quite frankly offensive to their efforts to try and unite the GCC as a region," he said.

12/04/2017

YEMEN. Ucciso l’ex presidente Saleh

http://nena-news.it/yemen-ucciso-il-presidente-saleh/

04 dic 2017

Un video pubblicato poco fa mostrerebbe il cadavere dell’ex presidente yemenita. La notizia non è ancora ufficiale, ma arrivano conferme della sua uccisione anche da media a lui vicini. Decine di vittime negli scontri tra gli ex alleati houthi e i sostenitori di Saleh. Gueterres (Onu) invita a porre fine alla escalation di violenza e a rimuovere il blocco imposto dai sauditi.

AGGIORNAMENTO ore: 13:45 Un video apparso sui social mostrerebbe il cadavere dell’ex presidente Saleh. 
ore 13:10  Secondo la Reuters, gli houthi avrebbero fatto saltare in aria la casa di Saleh a Sana’a. Mistero sul destino del presidente
Il suo partito nega la sua uccisione nell’esplosione (sostenuta dai media iraniani). Secondo quanto hanno riferito ad al-Jazeera alcune fonti vicino a Saleh, a morire sarebbe stato invece il suo capo della sicurezza Hussein al-Hamidi.
Gli houthi, intanto, hanno conquistato stamane la maggior parte delle zone della capitale appartenenti all’ex presidente.
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della redazione
Roma, 4 dicembre 2017, Nena News – È altissima la tensione in Yemen dove ormai si è del tutto sfasciata l’alleanza (di convenienza) tra i ribelli sciiti houthi e l’ex presidente Ali Abdullah Saleh proclamata nel 2015. Agli scontri sanguinosi tra gli ex alleati iniziati mercoledì, si sono aggiunti poi, tra la notte di sabato e domenica, i bombardamenti della coalizione guidata da Riyadh contro varie postazioni houthi nel sud della capitale Sana’a.
I raid sauditi rappresentano il primo endorsement ufficiale di Riyadh nei confronti dell’ex presidente “nemico” Saleh che sabato aveva annunciato di essere pronto a fare pace con la coalizione, abbandonando nei fatti gli houthi filo-iraniani. Gli scontri sanguinosi tra gli ex alleati, riferisce la Commissione internazionale della Croce Rossa, avrebbero finora provocato la morte di decine di persone. Il capo ribelle Abdul Malik al-Houthi ha confermato la gravità delle violenze registrate in questi giorni parlando di 40 persone uccise o ferite (60 per le autorità di sicurezza di Sana’a).
Nel caos totale che regna nel Paese, la verità è tra le prime a pagare dazio: ieri la Guardia Repubblicana di Saleh ha smentito le notizie diffuse dagli houthi secondo cui i ribelli zaiditi (lo zaydismo è una variante dello sciismo) avrebbero preso il controllo di gran parte della capitale (tre basi militari, il distretto diplomatico e di altri quartieri limitrofi), della città di Dhamar (sud di Sana’a) e le regioni confinanti. Così come è stata smentita dagli Emirati Arabi Uniti la notizia del lancio di un missile da parte degli houthi verso una centrale nucleare emiratina.
Ma sono le parole pronunciate sabato da Saleh, quelle sì sicuramente vere, a fare ancora discutere perché potrebbero rappresentare un punto di svolta nel conflitto yemenita. “Invito i nostri fratelli negli stati vicini a fermare l’aggressione e di rimuovere l’embargo [imposto dalla coalizione lo scorso mese]” ha detto l’ex presidente in un discorso televisivo. “Promettiamo ai nostri fratelli e vicini che quando il cessate il fuoco avrà luogo e il blocco sarà rimosso, noi dialogheremo direttamente attraverso la legittima autorità rappresentata dal nostro parlamento”.
Il leader yemenita – che ha governato il Paese per 33 anni prima di essere costretto nel 2012 a cedere il potere all’allora suo vice ministro Hadi a causa delle proteste della popolazione – è di fatto tornato all’ovile: Saleh, infatti, è stato storicamente un alleato dell’Arabia Saudita e le ha voltato le spalle schierandosi con gli houthi filo-iraniani (duramente repressi quando era alla guida del Paese) per mero opportunismo politico quando l’amministrazione di Hadi è scappata ad Aden, nel sud dello Yemen. Non sono pochi gli analisti che ritengono ora le sue dichiarazioni frutto di una intesa raggiunta con i sauditi, un cambio di casacca ufficiale e non solo quindi una “apertura” verso Riyadh. Una tesi, quest’ultima, che sembrerebbe essere confermata dai raid aerei di queste ore della coalizione anti-houthi. Del resto, le gravi tensioni interne tra gli ex alleati non sono estemporanee, ma vanno avanti dalla scorsa estate ed erano state ricomposte (almeno ufficialmente) con non poche difficoltà in questi mesi.
Le parole di Saleh sono state immediatamente condannate dagli houthi che hanno parlato di “golpe”. Ben diverso è stato il commento della coalizione a guida saudita che sostiene il presidente Hadi. “La decisione del Congresso generale del popolo [di Saleh] di scegliere di stare dalla parte del suo popolo libererà lo Yemen dalle milizie fedeli all’Iran” si legge in una nota pubblicata dall’agenzia statale saudita. Favorevole alla giravolta compiuta dal leader del Congresso generale del popolo, è stato anche il commento di Hadi. “Dichiariamo la nostra determinazione a mantenere l’eredità araba dello Yemen e l’unità del suo territorio, di cooperare con ogni cittadino yemenita che agisce per sbarazzarsi di queste gang violenti” recita un comunicato del governo di Aden.
Le violenze di questi giorni preoccupano il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres che ha invitato ieri pomeriggio tutte le parti belligeranti a porre fine agli scontri armati e ha espresso forte preoccupazione per “l’intensa escalation”. “Ambulanze e team medici non possono soccorrere i feriti e le persone non riescono ad uscire per comprare cibo e beni necessari. Gli operatori umanitari non possono viaggiare e mettere in atto i programmi umanitari, necessari se si pensa che milioni di yemeniti hanno bisogno di aiuti per sopravvivere” ha detto Guterres.
Una situazione aggravata dal blocco (non ancora del tutto rimosso) imposto dalla coalizione lo scorso 6 novembre dopo che un razzo houthi, intercettato poi dal sistema difensivo saudita, era stato lanciato verso Riyadh. L’embargo sullo Yemen ha aggravato le già disperate condizioni della popolazione locale impedendo l’arrivo di aiuti umanitari nel Paese: ieri il Segretario Generale ha ribadito l’appello ad “una urgente ripresa di tutte le importazioni commerciali senza le quali milioni di bambini, donne e uomini rischiano la fame, le malattie e la morte”.
Sono inquietanti i dati Onu sul conflitto yemenita: oltre 10.000 morti, più di 2.000 le vittime di colera, 17 milioni di persone bisognose di cibo, 7 milioni a rischio fame. Almeno un milione di bambini è in pericolo se l’epidemia di difterite non viene arrestata, 400.000 donne incinte, insieme ai loro figli, potrebbero morire per mancanza di medicine. Nena News



12/02/2017

Middle East leaders paint 'dark picture' at Rome conference

https://www.reuters.com/article/us-mideast-gloom/middle-east-leaders-paint-dark-picture-at-rome-conference-idUSKBN1DW0KD?utm_campaign=trueAnthem:+Trending+Content&utm_content=5a23190204d301500d013d5c&utm_medium=trueAnthem&utm_source=twitter

Reporting by Crispian Balmer; Editing by Ros Russell

ROME (Reuters) - When Italy organized a conference focused on the Middle East, the Gulf and North Africa, it promised to look beyond the turmoil roiling the region and instead promote a “positive agenda”.
But many of the 45 heads of state, ministers and business leaders who attended the event over the past three days saw little future cheer.
Qatari Foreign Minister Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, captured the gloom, bemoaning “a lack of wisdom” in the region, with “no hope” on hand for ordinary people hoping for an end to years of conflict, upheaval and sectarianism.
“Maybe I have presented a dark picture, but it is not as dark as I have explained, it is darker,” said Thani, whose country is suffering an economic blockade by its Arab neighbors, which accuse Qatar of supporting terrorism.
Qatar denies the accusations and the crisis has pushed the tiny, gas-rich state closer to Shi‘ite Muslim Iran, the regional rival to Sunni Muslim Saudi Arabia.
The foreign ministers of both Iran and Saudi Arabia addressed the conference, taking turns to trade barbs.
“Since 1979, the Iranians have literally got away with murder in our region, and this has to stop,” Saudi Foreign Minister Adel al-Jubeir said on Friday, accusing Tehran of interfering in the affairs of numerous Arab states, including Syria, Yemen and Lebanon.
A day earlier, on the same stage, Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif accused Saudi Arabia of blocking ceasefire efforts in Syria, “suffocating” Qatar, destabilizing Lebanon and supporting Islamic State.
He also dismissed suggestions that Tehran was meddling in the affairs of its troubled neighbors or that it should stop supporting militia groups, like Hezbollah in Lebanon.

DESTRUCTION

Casting around for reasons to be positive, most speakers pointed to the defeat of Islamic State, which used to rule over millions of people in Iraq and Syria, but now controls just small pockets of land after months of fierce military assaults.
However, officials warned the group would not die easily.
“It has been defeated as a military force on the ground, but it is likely to go back to cities to create destruction and terror,” said Arab League Secretary General Ahmed Aboul Gheit, predicting the militant group could still be around in 10 years.
Iraq’s foreign minister bemoaned the destruction it had left in its wake, and called on the world to unite to help rebuild his country in the same way they had come together to fight IS.
“The world owes this to us,” said Ibrahim al-Jaafari. “A lot of destruction demands a lot of reconstruction. Mosul is not at all what it was like before. It used to be beautiful. It had a university. Now it is just ruins.”
Egypt’s Foreign Minister Sameh Shoukry warned that IS fighters fleeing Syria and Iraq had come to his country, where an attack on a mosque in Sinai last month had killed more than 300 people. They were also heading to lawless Libya, he said.
Amidst all the talk of war and chaos, there was little mention of diplomatic efforts to restore peace to the region.
“At a time when you have so many sources of tension, so many fuses, so many humanitarian catastrophes, you also have so little diplomacy,” said Robert Malley, vice president for policy at the non-governmental International Crisis Group.
Underscoring this point, no one from the White House administration took part in the conference -- a signal some diplomats put down to a general disengagement from the Middle East by President Donald Trump. Last year, the then secretary of state, John Kerry, participated.