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Yemen: ad Aden è battaglia fra Arabia Saudita ed Emirati

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Salvo Ardizzone on 31 gennaio 2018

di Salvo Ardizzone


Lo Yemen meridionale è divenuto teatro dello scontro aperto fra gli interessi di Arabia Saudita ed Emirati. La scorsa settimana i leader del gruppo separatista Stc, che mirano a separare il Sud con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti, si sono riuniti ad Aden per protestare contro la corruzione del Governo dell’ex presidente Mansour Hadi, creatura dell’Arabia Saudita ed insediato provvisoriamente nella città.

I leader separatisti hanno intimato ad Hadi di rimuovere Obeid bin Daghar, il primo ministro del suo Esecutivo ritenuto responsabile del collasso economico e sociale del Paese, entro il 28 gennaio; ultimatum respinto da Hadi.
Scaduto inutilmente il termine, la situazione ad Aden è degenerata con violenti scontri fra le Srf, l’ala armata dei separatisti dell’Stc, e le forze fedeli al Governo fantoccio; secondo la Croce Rossa, fra domenica e lunedì almeno 36 persone sono state uccise e 185 ferite.
Per comprendere la portata dello scontro occorre ricordare che l’Stc è stato costituito nel maggio del 2017 grazie al supporto degli Emirati; il suo obiettivo è separare il Sud dal Nord dello Yemen. Il sostegno aperto a tale programma ha posto in rotta di collisione Riyadh e Abu Dhabi, i due attori che tre anni fa hanno dato inizio all’aggressione allo Yemen.
Per adesso, la coalizione guidata dai sauditi non si è schierata ufficialmente, invitando le parti alla moderazione e ad aprire trattative; nei fatti, malgrado la resistenza opposta, ambienti governativi hanno dichiarato all’Agenzia Ap che Obeid bin Daghar è fuggito in Arabia Saudita e che i miliziani separatisti hanno occupato il palazzo presidenziale di Aden.
È già da qualche tempo che gli obiettivi di Arabia Saudita ed Emirati si stanno divaricando, sfociando ora in una lotta sanguinosa condotta per interposte milizie; la Stc sta manovrando apertamente per abbattere il Governo di Mansour Hadi e dunque per eliminare l’ex Presidente dalla scena.
Gli scontri fra le forze sostenute dall’Arabia Saudita e quelle manovrate dagli Emirati erano attesi: nel suo intervento in Yemen Riyadh mirava principalmente a restaurare il suo dominio sul Nord, piegando la Resistenza Houthi; dinanzi all’impossibilità di realizzare i propri progetti per le pesanti sconfitte, ha dirottato le sue mire al Sud, entrando in concorrenza con gli Emirati che lo considerano propria area d’influenza.
Al tempo dell’avvio dell’aggressione allo Yemen, era il marzo del 2015, anche gli equilibri fra i due Paesi erano diversi, ma dinanzi alla crisi di Riyadh ed alle sue sconfitte, Abu Dhabi ha preso a giocare la sua partita in modo sempre più scoperto.
Da tempo gli Emirati puntano al controllo di Aden ed hanno posto proprie basi nel Corno d’Africa, in Eritrea e Somalia, nell’ottica di un’espansione in un’area strategica; la crescente debolezza saudita ha solo accelerato i questi progetti.
Nei fatti, il piano di scissione dello Yemen risale al 2014, quando il Consiglio del Golfo, allora ampiamente dominato dai sauditi, propose una proposta di pace, subito accettata dal Governo fantoccio di Mansour Hadi, secondo la quale il Paese sarebbe stato diviso in sei regioni federali.
Adesso che le condizioni (e i rapporti di forza) sono mutate grazie alla Resistenza dell’Ansarullah yemenita, si apre uno scenario di crescente contrapposizione fra Arabia Saudita ed Emirati per il dominio sul Paese (o quantomeno sulle parti di esso a cui le due potenze sono interessate), di cui già nell’aprile scorso si sono visti chiaramente i sintomi, quando Mansour Hadi estromise dal suo Governo i personaggi vicini ad Abu Dhabi.
Lo Yemen, come la guerra in Siria e le dinamiche politiche in atto in Iraq, sta imprimendo un’accelerazione al crollo delle strutture di potere e di asservimento che l’Arabia Saudita ha mantenuto sulla regione con l’aiuto di Washington ed ora anche di Israele.
Lo scontro che si delinea fra Riyadh e Abu Dhabi è l’ennesimo segnale dello sgretolarsi degli antichi equilibri; sotto la spinta della Resistenza un nuovo Medio Oriente sta già sorgendo.