7/04/2019

Droga, auto d’oro, ereditiere in fuga: le vite inquiete dei rampolli del Golfo

https://www.corriere.it/esteri/19_luglio_04/droga-auto-d-oro-ereditiere-fuga-vite-inquiete-rampolli-golfo-17dc2066-9e6a-11e9-bc94-d529a05c05b2.shtml

Il principe stilista Qasimi, morto a Londra dopo un festino, è l’ultimo capitolo di una serie: sultani violenti, principesse fatte sparire, lussi estremi


di Irene Soave
Tre giorni di lutto nazionale e bandiere a mezz’asta: così l’emirato di Sharjah, uno dei sette che compongono la federazione degli Emirati Arabi Uniti, piange il principe ereditario Khalid al Qasimi, morto lunedì a Londra a 39 anni in circostanze misteriose. Almeno ufficialmente: nel suo attico a Knightsbridge sono state trovate eroina, cocaina, funghi allucinogeni, crack, e dalle prime indagini della polizia emerge che era reduce da un festino. Nel 1999 era morto suo fratello Mohammed, maggiore di cinque anni e allora 24enne, per overdose, sempre a Londra. Lo scenario non è insolito. È nella capitale del Regno Unito che si svolge la seconda vita dei giovani miliardari del Golfo Persico: emiratini, sauditi, qatarini che quando arriva il caldo nella Penisola arabica volano a Londra, con auto di lusso al seguito (trasportate in aereo a 30 mila dollari a macchina) a vivere una vita di eccessi opposta a quella che le loro famiglie, regnanti di alcuni dei regimi islamici più conservatori al mondo, impongono ai sudditi in patria.
La prigione delle giovani Maktoum
Proprio in questi giorni un’altra vicenda getta uno squarcio inquietante sulle vite apparentemente dorate dei ricchissimi del Golfo: la fuga della principessa Haya, sesta moglie dell’emiro di Dubai scappata a Londra (con un bottino di 56 milioni di dollari) per rifarsi una vita lontana da Mohammed bin Rashid al Maktoum, primo ministro degli Emirati oltre che emiro di Dubai, che se in patria è celebrato come uno statista, un amante della poesia e un modernizzatore — a lui si deve la svolta cosmopolita di Dubai e molti degli edifici cittadini più noti, come il Burj al Khalifa— è dipinto dalle sue donne come un satrapo crudele. La fuga, infatti, che è riuscita alla 45enne Haya grazie alla mediazione di un diplomatico tedesco, era stata tentata prima, invano, anche da due figlie dell’emiro. Prima nel 2000, la maggiore, Shamsa: aveva 19 anni quando trovò un cancello aperto nella tenuta di famiglia nel Surrey e non pensò due volte a imboccarlo e guidare a rotta di collo più lontano che poteva. Fu trovata dagli uomini del padre, però, poche settimane dopo. Riportata in patria, fece otto anni di carcere e poi fu fatta interdire. Della sua storia parla la sorella Latifa, classe 1985, nell’agghiacciante video che aveva diffuso, nel 2018, prima di tentare la fuga: se state vedendo questi fotogrammi, diceva, vuol dire che mi hanno trovata, e che le cose per me si sono messe molto male. Aveva tentato di fuggire con l’aiuto di un’istruttrice di capoeira e di una spia francese, a bordo di una moto nautica e poi di una barca da sub. Gli uomini del padre, che lei nel suo video descrive come «violento, il male assoluto», l’hanno rimpatriata a forza. Ora, essendo «psichicamente vulnerabile», è praticamente ai domiciliari, sottoposta a cure psichiatriche, e di lei si sa pochissimo.
Principesse in fuga
Dello stile di vita delle figlie e delle mogli dei ricchissimi arabi favoleggia chiunque ci abbia a che fare. In un gustoso memoir intitolato Driving the Saudis (2012) l’americana Jayne Amelia Larson racconta i suoi giorni da autista privata a Los Angeles, al servizio di un gruppo di principesse saudite in vacanza. Per lei, aspirante attrice che faceva la chaffeur per arrotondare, le loro vite «pur recluse e confinate» erano favolose. «Entravano nei negozi più lussuosi e si limitavano a indicare vestiti e accessori: la servitù poi li pagava e li prendeva, e loro passavano al prossimo negozio. Una una volta mi vide mangiare una barretta. Le piaceva e ne comprò un migliaio, facendo pagare una sua assistente che tirò fuori un rotolo di banconote». I racconti di Larson nel suo libro sono pieni di glamour. 
Eppure periodicamente una donna tenta di fuggire dalla «gabbia dorata» che è la ricchissima vita di corte delle giovani del Golfo. Nel 2014 quattro figlie femmine del re saudita Abdullah erano riuscite a contattare per telefono il New York Post, raccontando che il padre le teneva segregate ai domiciliari in quattro residenze diverse, impedendo loro di sposarsi, per vendetta contro la loro madre, da lui ripudiata. Quest’anno la figlia diciottenne di un governatore saudita, Rahaf Mohammed al-Qunun, è riuscita a scappare da una vacanza di famiglia in Kuwait e ora si trova in Canada. In Arabia Saudita sarebbe condannata a morte per apostasia, per avere rifiutato la religione e le nozze combinate previste per lei dal padre. Il precedente illustre che terrorizza le giovani saudite è la principessa Misha’al, giustiziata in piazza insieme al suo amante, che venne decapitato, nel 1978.
L’overdose dell’erede al trono di Dubai
La principessa Haya, le giovani Shamsa e Latifa: tutte e tre scappavano invece dallo stesso tiranno privato, il premier emiratino Mohammed bin Rashid Al Maktoum. Tra i ventitré figli del capo del governo, Shamsa e Latifa non erano le sole a non passarsela benissimo. Rashid, già erede al trono, è morto nel 2015 a 33 anni per un attacco di cuore. Un attacco che subito un fiume inarrestabile di voci e fonti anonime — perlopiù ex membri della maltrattatissima servitù della famiglia Maktoum — mise in relazione con i suoi ripetuti soggiorni in rehab e al suo notorio abuso di cocaina e steroidi. Rashid, cavaliere e allevatore di cavalli competitivo quanto il padre Mohammed, aveva un’ossessione per la forma fisica. Nel 2008 la famiglia lo aveva eliminato dalla linea di successione: formalmente aveva un burnout da troppo lavoro, ma nella cerchia dei reali non c’era dubbio, era ricascato nella droga. Le voci che già circolavano in questo senso furono se possibile peggiorate nelle settimane di Wikileaks, nel 2010. Tra i documenti trapelati, una conversazione fra due alti funzionari inglesi rivelava che in un attacco di «rabbia da steroidi» — tra gli effetti collaterali dell’abuso di queste sostanze ci sono accessi di furia cieca — il pazzo Rashid avrebbe ucciso uno dei suoi assistenti con le proprie mani.
La movida segreta di Riyadh
I nastri di Wikileaks raccontavano anche di una «movida segreta» a Riyadh, la capitale dell’Arabia Saudita, che pretende dai sudditi condotte specchiatissime e poi è teatro di una vita notturna a base di alcolici, cocaina, hashish e legioni di prostitute — che per anni sono state reclutate in apposite spedizioni nei night di Damasco — accessibile solo ai reali e ai loro ospiti dagli altri Paesi del Golfo. Di questi eccessi si sa poco o nulla: e quello che viene fuori, magari documentato da video sui social, viene punito in modo esemplare. Fu arrestato, per esempio, nel 2017, il principe di basso rango — la famiglia reale saudita conta 15 mila membri viventi, ma sembra che solo 2 mila siano effettivamente potenti in patria e fuori — Saud bin Abdulaziz bin Musaed bin Saud bin Abdulaziz: aveva postato lui stesso una serie di video sui suoi account social in cui rompeva a pugni il naso a un suddito, allineava una ventina di bottiglie di whisky su un tavolo, puntava un fucile da assalto in faccia a un conoscente. La famiglia reale lo aveva fatto arrestare, e aveva pubblicato il video dell’arresto in lungo e in largo per dare un messaggio ai sudditi: non c’è pietà per chi sgarra. Andò meglio nel 2017 a un altro principe, l’allora 28enne Majed Abdulaziz Al-Saud: una ragazza sanguinante riuscì a scappare dalla sua villa a Beverly Hills e denunciò che lui l’aveva costretta a un rapporto orale. Spuntarono le denunce di altre cinque donne, relative alla stessa sera. Majed fu arrestato, ma la sua famiglia pagò la cauzione — 300 mila dollari — sull’unghia, e lo fece rimpatriare.
La movida sfrenata degli arabi a Londra
Nella capitale britannica — o negli Stati Uniti, soprattutto in California — non si nascondono invece gli eccessi dei giovani rampolli del Golfo. Negli aeroporti londinesi sbarcano più o meno una volta l’anno aerei che trasportano automobili di lusso placcate oro, o rivestite di loghi come Louis Vuitton: i «rich kids of Dubai» — o del Qatar, o dell’Arabia Saudita — le portano con sé, come un lussuoso corredo, quando per sfuggire alla calura estiva si trasferiscono a Londra. Ne aveva una dotazione del valore di un milione di dollari, per esempio, il principe saudita Turki Bin Abdullah, poi arrestato per corruzione. A bordo della sua Ferrari gialla, anch’essa spedita per via aerea, viaggiava invece il qatarino principe Khalid bin Hamad al-Thani, classe 1980, quando nel 2015 fu arrestato a Beverly Hills per una gara clandestina con una Porsche, finita con un motore fuso e per fortuna nessuna vittima. Il vizio delle corse clandestine rispunta qua e là nelle cronache: nel 2015, a Sloane Street, nel centro di Londra, un pensionato è stato costretto a risarcire con 60 mila sterline un arcimiliardario arabo per avergli rigato il Suv in segno di protesta. Infastidito dal rumore aveva chiamato la polizia, ma i giovani arabi a bordo dei loro bolidi non si erano fermati nemmeno con l’arrivo delle volanti.
Mappa di Londra per arabi straricchi
Il Dorchester, il Claridge’s, il Berkeley, il Connaught: sono tra gli hotel di lusso preferiti dagli arabi in trasferta, che dopo la fine del Ramadan ne prendono in affitto anche interi piani, sistemandovi il loro staff (e pagando il conto: solo nel 2013 la principessa saudita Maha Al-Sudairi «dimenticò» di saldare i dovuti 7 milioni di euro all’hotel parigino Shangri-La, per cinque mesi di permanenza suoi e della sua corte). E la massima riservatezza garantita da questi servizi di ultralusso consente loro di tirare il fiato rispetto allo stile di vita più severo che sono costretti a mantenere a casa. È stata la suite di un albergo di lusso, il famoso Dorchester Hotel, a fare da sfondo nel 2015 a un’altra morte «misteriosa» per arresto cardiaco: quella del sultano del Kuwait Aldabbous, morto a 38 anni nella sua stanza dopo quella che i tabloid inglesi definirono subito «un’abbuffata di cocaina». Anche di lui — come di Rashid Maktoub e Khalid Qasimi — online si trova poco. Non solo sulle circostanze della loro morte: anche le loro fotografie, tranne quelle ufficiali, e i resoconti non agiografici delle loro vite sono periodicamente rimossi dal web, racconta un articolo del magazine americano The Daily Beast. Meno è evidente la differenza fra la morale pubblica dei severi stati del Golfo e la vita privata dei loro rampolli, meglio è. Il mondo riesce solo a ricostruirla per frammenti, per leaks, o attraverso gli sporadici e tragici fatti di cronaca che ne fanno parte. Il mondo ci si sta abituando.