7/06/2020

Parigi: 30 anni di carcere per l’emiro francese dell’Isis.

https://www.confessioni-elvetiche.ch/2020/07/06/30-anni-di-carcere-per-lemiro-francese-dellisis-era-stato-arrestato-nel-2015-in-turchia-poco-prima-di-tornare-in-europa/

by Stefano Piazza


30 anni di carcere per l’emiro francese dell’Isis. Era stato arrestato nel 2015 in Turchia poco prima di tornare in Europa


Lo scorso 3 luglio 2020 , poco dopo le 23:00, la corte d’assise speciale di Parigi ha condannato a 30 anni di carcere due terzi dei quali da scontare in una struttura di massima sicurezza,  il jihadista francese Tyler Vilus “per avere avuto un ruolo di primo piano nel gruppo terroristico Stato islamico in Siria. Il 30enne Vilus era partito per la Siria nel 2012 dove era diventato quasi subito, uno dei leader piu’ influenti della “katiba” franco-belga dell’Isis. Come riportato da “Le Parisien” durante la sua requisitoria il procuratore Guillaume Michelin, ha affermato; “Aprire il fascicolo su Tyler Vilus è come aprire un elenco telefonico contenente tutti i nomi dei jihadisti francofoni. Li conosceva quasi tutti, la maggior parte di loro è già morta, questo è un caso eccezionale“. Vilus venne fermato all’aeroporto di Istanbul il 2 luglio 2015 (quindi quattro mesi prima degli attacchi di Parigi) poco prima di salire sul volo Turkish Airlines 1767 Istanbul-Praga. Qui uno zelante addetto al controllo passaporti dell’aeroporto Atatürk, si accorse l’uomo che era davanti a lui non era lo stesso del passaporto (in realtà apparteneva ad un foreign fighters svedese), e lo fece prima fermare, e poi arrestare. Una volta estradato Tyler Vilus ha sempre cercato di minimizzare il suo ruolo di comandante militare e durante gli interrogatori riuscì’ anche a negare ( nonostante le fotografie che lo mostrano durante delle riunioni del gruppo), di essere stato uno dei capi dell’Amniyat, il servizio segreto dello Stato islamico. Dissimulazione e bugie alle quali gli inquirenti francesi non hanno mai creduto vista la poderosa documentazione che lo chiama direttamente in causa per molti misfatti. Durante le udienze ci sono stati momenti di tensione emotiva ad esempio il 30 giugno 2020 quando ha deposto la madre della seconda moglie di Vilius che in lacrime gli ha chiesto; “Vorrei sapere dov’è mia figlia. Dal 2017 non ho più notizie”al silenzio opposto da Vilius è intervenuto il presidente del tribunale che gli ha comunicato sua figlia sarebbe morta a Mosul nel 2017 insieme alla figlioletta. Come riportato anche da “ Le Figaro” l’avvocato generale ha concluso il suo intervento con queste parole indirizzate alla corte: Quando dissipi le cortine di fumo intorno a Tyler Vilus, vedi solo cadaveri. Sta a voi porre fine definitivamente a questa carneficina”

6/18/2020

LA LIBERAZIONE DI RAJAB E IL CARCERE DURO PER I GIORNALISTI DEL BAHRAIN

https://caffedeigiornalisti.it/la-liberazione-di-rajab-e-il-carcere-duro-per-i-giornalisti-del-bahrain/

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Ken Roth, responsabile della Human Rights Watch, già nel luglio del 2014, all’interno del programma televisivo di Comedy Central intitolato Colbert Report aveva parlato di Rajab e di Nelson Mandela come di importanti difensori dei diritti civili del nostro tempo.

http://www.cc.com/video-clips/5qceid/the-colbert-report-ken-roth




LA LIBERAZIONE DI RAJAB E IL CARCERE DURO PER I GIORNALISTI DEL BAHRAIN

https://caffedeigiornalisti.it/la-liberazione-di-rajab-e-il-carcere-duro-per-i-giornalisti-del-bahrain/

by Adriana Fara
Nabeel Rajab è stato liberato dal Governo del Bahrain nella mattinata del 9 giugno, dopo cinque anni di dura detenzione nelle carceri di massima sicurezza di Jaw. Presidente del Bahrain Center for Human Rights (BCHR), Rajab è il primo importante uomo politico rilasciato dopo anni, ma restano in carcere ancora 11 giornalisti e importanti attivisti politici internazionali. Nabeel, nel febbraio 2018, era stato condannato a cinque anni di carcere per alcuni tweet che segnalavano torture nelle carceri del Bahrein e il coinvolgimento militare del paese nella guerra in Yemen. Altre accuse, più specifiche, gli erano state mosse nel 2017: “diffondere false voci in tempo di guerra”, “insultare le autorità pubbliche” e “insultare un Paese straniero”. Il primo tweet che ha messo nei guai Nabeel – e che non viene ricordato spesso – è tuttavia del 2012, quando segnalò il reclutamento di jihadisti nella moschea di Busaiteen in Muharraq a Manama, un’area molto vicina al campus universitario irlandese della facoltà di medicina.
Ken Roth, responsabile della Human Rights Watch, già nel luglio del 2014, all’interno del programma televisivo di Comedy Central intitolato Colbert Report aveva parlato di Rajab e di Nelson Mandela come di importanti difensori dei diritti civili del nostro tempo.
Con il passare del tempo, Nabeel è diventato famoso in tutto il mondo per essere stato l’anima e il cuore pulsante della Primavera Araba del 14 febbraio 2011, che ha segnato per sempre i destini della popolazione sciita del piccolo stato del Golfo Persico; un uomo che ha saputo sempre mediare con le autorità e parlare ai sunniti e agli sciiti con il cuore e la ragione. «Siamo felicissimi della notizia della liberazione di Nabeel Rajab», ha detto il rappresentante di Human Rights Watch Aya Majzoub.
Dopo il rilascio di Nabeel Rajab, tuttavia, restano ancora sotto silenzio assoluto e con zero libertà di parola 11 giornalisti bahreniti, finiti in carcere con accuse specifiche legate alla rivolta del 2011. Secondo Sabrina Bennoui, capo della redazione di RSF, «il fatto che undici giornalisti siano ancora detenuti in Bahrein rende lo Stato uno dei più grandi carceri per giornalisti in Medio Oriente, proporzionato al numero di abitanti. Le autorità devono porre fine a queste detenzioni ingiustificate».
Devono essere ancora rilasciati né si hanno notizie di parecchi giornalisti e blogger: tra questi, Hassan Mohamed Qambar, giornalista fotografo freelance già condannato in modo sproporzionato a più di 100 anni di carcere lo scorso dicembre per aver coperto le proteste nel 2011. Le accuse nei suoi confronti sono di aver sostenuto una cellula terroristica filmando le loro attività in Pearl Roundabout nel 2011, pubblicando e inviando i video sui social media e alle redazioni dei giornali internazionali. E ancora: Mahmood Al-Jazeeri, un giornalista condannato a 15 anni di prigione nel 2017 e messo in  isolamento a Jaw, perché aveva rilasciato una dichiarazione dalla sua cella nella quale smentiva il governo sulle misure sanitarie prese per combattere la diffusione di Covid-19 nelle carceri del Bahrain.
In piena pandemia, il Bahrain ha registrato a oggi 18.544 casi, con soli 45 deceduti secondo il Ministero della Salute e nessun lockdown. Per via della epidemia le autorità hanno emanato, il 12 marzo scorso, attraverso una ordinanza reale di Hamad bin Isa Al Khalifa la grazia a 901 prigionieri e liberato altri 585 detenuti delle “carceri semplici” che stanno scontando la condanna in centri riabilitativi e di formazione. Secondo il Bahrain Institute for Rights and Democracy (BIRD), si tratta della più grande amnistia messa in atto dal governo dalla Rivolta di San Valentino del 14 febbraio 2011 contro la monarchia. Nonostante ciò, però, nulla è cambiato per molti: sono rimasti in carcere a Jaw importanti personalità con doppio passaporto e altre nazionalità; sono 21 le organizzazioni umanitarie nel mondo che chiedono la liberazione di attivisti e di giornalisti per i loro ruoli nel movimento di protesta del 2011 a Manama, come Hassan Mushaima, segretario del gruppo di opposizione Al-Haq per la Libertà e la Democrazia, Abdulwahab Hussain, leader dell’opposizione scrittore e filosofo, Abdulhadi Al Khawaja, ex presidente del Bahrain Centre for Human Right in Golfo Persico e padre dell’attivista politica Zeniab Al Khawaja, ormai libera in Europa. e poi Abdel-Jalil al-Singace, portavoce di Al-Haq, ingegnere professore associato all’Università del Bahrain. Importanti figure dell’opposizione, come lo sceicco Ali Salman, segretario generale della Società Islamica Nazionale Al-Wefaq, sciolta con una sentenza del tribunale di Manama il 17 luglio 2017. Sayed Nizar Alwadaei, ritenuto “arbitrariamente detenuto” dalle Nazioni Unite in “rappresaglia” per l’attivismo di suo cognato; Sayed Ahmed Alwadaei, in esilio in UK e Director of Advocacy at the Bahrain Institute for Rights and Democracy (Bird). Infine, il difensore dei diritti umani  Naji Fateel, membro del Board of Directors of the Bahraini human rights NGO Bahrain Youth Society for Human Rights (BYSHR).
Amnesty International li considera prigionieri di coscienza che dovrebbero essere rilasciati immediatamente e incondizionatamente.
Sempre il 9 giugno scorso, le Nazioni Unite si sono espresse finalmente sulla questione della cosiddetta Brigata Zulfiqar e sulla detenzione arbitraria dei suoi membri attraverso il Working Group on Arbitrary Detention – WGAD. Si è pubblicato un documento in merito ai casi di 20 cittadini bahreniti condannati dalla Quarta Corte Penale del Bahrein il 15 maggio 2018, a seguito di un processo di massa contro 138 imputati condannati perché accusati di presunto coinvolgimento in quella cellula terroristica. Secondo la UN, in determinate circostanze, la detenzione diffusa o sistematica o altre gravi privazioni della libertà possono costituire reati contro l’umanità.
Poco prima dell’inizio della pandemia del Covid-19, esattamente il 4 febbraio 202,0 a Roma si sono aperte le porte della prima ambasciata del Bahrain e, con l’occasione, il nostro governo ha siglato con le principali imprese del regno sette accordi commerciali per un valore complessivo di 330 milioni di euro. A siglare i contratti il PrincipeSalman bin Hamad Al Khalifa, primo figlio del re e unico “sostenitore” in famiglia reale della causa sciita. Il Bahrein è al 169 ° posto su 180 Paesi e territori nell’indice Freedom Press World 2020 di RSF .

6/16/2020

Coronavirus: Alarm over 'invasive' Kuwait and Bahrain contact-tracing apps

https://www.bbc.com/news/world-middle-east-53052395



Kuwait and Bahrain have rolled out some of the most invasive Covid-19 contact-tracing apps in the world, putting the privacy and security of their users at risk, Amnesty International says.
The rights group found the apps were carrying out live or near-live tracking of users' locations by uploading GPS co-ordinates to a central server.
It urged the Gulf states to stop using them in their current forms.
Norway has halted the roll-out of its app because of similar concerns.
The country's data protection authority said the app represented a disproportionate intrusion into users' privacy given the low rate of infection there.
Researchers at Amnesty's Security Lab carried out a technical analysis of 11 apps in Algeria, Bahrain, France, Iceland, Israel, Kuwait, Lebanon, Norway, Qatar, Tunisia and the United Arab Emirates.

Bahrain's "BeAware Bahrain" and Kuwait's "Shlonik" stood out, along with Norway's "Smittestopp", as being among the most alarming mass surveillance tools, according a report published on Tuesday.
Most contact-tracing apps rely solely on Bluetooth signals, but Bahrain and Kuwait's capture location data through GPS and upload this to a central database, tracking the movements of users in real time.
The researchers say Bahraini and Kuwaiti authorities would easily be able to link this sensitive personal information to an individual, as users are required to register with a national ID number. Other countries' contact tracing apps assure users' anonymity.
Accessing such data could help authorities tackle Covid-19, but Claudio Guarnieri, head of Amnesty's Security Lab, said the apps were "running roughshod over people's privacy, with highly invasive surveillance tools which go far beyond what is justified".
Mr Guarnieri added: "They are essentially broadcasting the locations of users to a government database in real time - this is unlikely to be necessary and proportionate in the context of a public health response. Technology can play a useful role in contact tracing to contain Covid-19, but privacy must not be another casualty as governments rush to roll out apps."
Mohammed al-Maskati, a Bahraini activist who is the Middle East digital protection co-ordinator for the human rights group Front Line Defenders, said there was also a concern the information collected by the apps might be shared with third parties.
Bahrain's app was linked to a television show called "Are You At Home?", which offered prizes to users who stayed at home during Ramadan.
The issues uncovered by Amnesty's investigation are particularly alarming given that the human rights records of Gulf governments are poor.
"When you equip a repressive state with the means to surveil an entire population - whether it's in the name of public safety or not - you can be certain that it's only going to enhance their means of control and repression to then track down dissidents or anyone that they consider to be a public threat. And in a lot of places like the Gulf, that means activists," says Sarah Aoun, chief technologist at privacy campaign organisation Open Tech Fund.
There is also a concern that the technology will continue to be used after the threat of the coronavirus recedes, Ms Aoun adds.
"Historically, there's been no incentive for governments to limit their overreach into people's privacy. On the contrary, if you take a look at 9/11 and the aftermath of that, it essentially ushered a new era of surveillance in the name of protecting citizens. And this time is no different."
Mr Maskati says critics will be unable to rely on regulatory oversight bodies in Gulf states for protection.
"If privacy is violated in a country like Norway, I can resort to regional tools such as the European Court of Human Rights and European Committee of Social Rights. But in our region there is not any such tool. On the contrary, resorting to local authorities may present an additional risk."
A spokesman for Bahrain's government said: "The 'BeAware' app was designed for the sole purpose of advancing contact-tracing efforts and saving lives. It is an entirely voluntary opt-in app... and all users are informed of its use of GPS software before downloading."
"The app plays a vital role in supporting Bahrain's 'Trace, Test, Treat' strategy and has helped to keep Bahrain's Covid-19 death rate at 0.24%. 11,000 individuals have been alerted through the app and prioritised for testing, of which more than 1,500 have tested positive."
Kuwait's government has not responded to the BBC's request for comment.

6/11/2020

BAHRAIN, Nabeel Rajab released but condemned to silence


Reporters Without Borders (RSF)


Reporters Without Borders (RSF) is relieved by yesterday’s release of Nabeel Rajab, a blogger and human rights defender who was one of Bahrain’s most emblematic prisoners of conscience, but points out that his freedom is incomplete because he is still denied his right to free speech. RSF also calls for the immediate release of the 11 other journalists held in Bahrain.
The head of the Bahrain Centre for Human Rights, Nabeel Rajab was freed as a result of a court decision to adjust the form of his sentence just four days ahead of the fourth anniversary of his arrest on 13 June 2016.
But he continues to be convicted on the charges on which he was sentenced in February 2018 to five years in prison and he will not be free to express his opinions on human rights issues until the remaining three years of that sentence have expired.
After his arrest in 2016, Rajab was charged with spreading false information and “malicious rumours undermining the prestige of the state” because he had tweeted criticism of the Saudi-backed military intervention in Yemen and had written an open letter for the New York Times in September 2016 and for Le Monde in December 2016 condemning torture in Bahrain’s prisons.
“Nabeel Rajab’s release is a relief, but it has been conditioned on his silence, which shows the authorities are reluctant to allow any real freedom to inform,” said Sabrina Bennoui, the head of RSF’s Middle East desk. “Eleven journalists are still detained in Bahrain, which makes it one of the Middle East’s biggest jailers of journalists relative to population size. The authorities must end these unjustified detentions.”
Rajab’s release has been widely hailed by civil society groups although the overall situation is still worrying. Husain Abdulla, who heads Americans for Democracy and Human Rights in Bahrain (ADHRB), said the pressure needs to be maintained on the Bahraini authorities until they release “journalists and leading bloggers like Mahmood Al-Jazeeri and Dr. Abduljalil Alsingace and all the other prisoners who have been incarcerated solely for expressing their opinion.”
In Bahrain, prison sentences must be served consecutively. Hassan Mohamed Qambar, a journalist already sentenced to more than 100 years in prison, was given an additional life sentence last December. For covering protests in 2011, he was convicted of “supporting a terrorist cell” by “filming their activities, posting the videos on social media and sending them to the media.”
Mahmood Al-Jazeeri, a journalist who was sentenced to 15 years in prison in 2017, was placed in solitary confinement in April because he issued a statement from his cell denying the government’s claims that measures had been taken to combat the spread of Covid-19 in Bahrain’s prisons.
Bahrain is ranked 169th out of 180 countries and territories in RSF's 2020 World Press Freedom Index.

6/09/2020

Bahrain: Prominent rights activist Nabeel Rajab released

https://www.aljazeera.com/news/2020/06/bahrain-prominent-rights-activist-nabeel-rajab-released-200609140300829.html



Rajab was sentenced in 2018 to five years in prison over social media posts criticising Saudi Arabia's war in Yemen.




Bahraini human rights activist Nabeel Rajab has been released from prison following a court decision to convert his internationally criticised jail term into an alternative sentence.
Rajab wore a garland of white roses after his release on Tuesday, smiling while posing with his family. He will serve out the remainder of his prison term at home, his family reportedly said.


More:

  • Bahrain accuses Iran of 'biological aggression' over COVID-2019



  • Rajab, an outspoken critic of the Bahraini government and a leading figure in the 2011 pro-democracy protests, was sentenced in 2018 to five years in prison over social media posts accusing authorities of prison abuse and criticising Saudi Arabia's air bombardment in Yemen.
    He had been in jail since 2016 and served another two-year term for torture allegations he made in a news interview. Rajab also faced a number of other cases, and it was unclear how much time he had left to serve.
    Bahrain, where a Sunni Muslim royal family rules over a Shia-majority population, has kept a tight lid on dissent since the Shia opposition staged a failed uprising in 2011.
    The sentence's conversion was possible thanks to new legislation introduced in 2018 that allows Bahrain's courts to convert jail terms into non-custodial sentences.

5/27/2020

Dossier Silvia/Si allarga la mappa degli intrighi e ora passa anche per la Germania

https://www.africa-express.info/2020/05/26/dossier-silvia-si-allarga-la-mappa-degli-intrighi-e-ora-passa-anche-per-la-germania/

Tutti parlano delle cose personali di Silvia voci che fanno da rumore di fondo a una vicenda, quella del suo sequestro in Somalia, i cui contorni vanno ben oltre la sfera (discutibile) del pettegolezzo. Mentre siamo distratti da notizie da cabaret mediatico, cinque petroliere iraniane stanno per raggiungere le coste del Venezuela. Cosa c’entrano con Silvia? La sua vicenda si è intrecciata con qualcosa di più grande di lei

Speciale per Senza Bavaglio
Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
24 maggio 2020

Silvia esce solo velata, Silvia mette like ai predicatori islamisti, Silvia riceve video messaggi dalla Fratellanza Musulmana. Sono le voci che in queste ore fanno da rumore di fondo a una vicenda, quella del suo sequestro in Somalia, i cui contorni vanno ben oltre la sfera (discutibile) del pettegolezzo e della sua conversione religiosa. Mai farsi ingannare dal brusio. Anzi il brusio spesso cancella il refrain portante.
Mentre siamo distratti da notizie da cabaret mediatico, cinque petroliere iraniane stanno per raggiungere le coste del Venezuela: una ha già attraccato oggi. Trasportano 1,53 milioni di barili di petrolio e alchilato, un derivato petrolifero che serve per la produzione di benzina.
Cosa c’entra questo con la vicenda di Silvia? La trama è complicata, ma proviamo a seguirla pazientemente. Sappiamo che una fonte dei servizi segreti italiani ha rivelato che a pagare il riscatto per la liberazione di Silvia è stato il Qatar, Paese mediorientale da sempre ponte con l’Iran. E il Qatar in qualche modo è entrato anche nella questione delle petroliere: quando sabato il presidente iraniano Hassan Rouhani ha minacciato di ritorsioni gli americani in caso di attacco alle sue navi al largo delle coste del Venezuela, lo ha fatto pur sempre nel corso di una conversazione telefonica con l’emiro di Doha.
Ed è una dichiarazione del segretario di Stato americano Mike Pompeo ad aggiungere un altro tassello.  Il Venezuela non può pagare l’Iran con transazioni bancarie, visto che i due Paesi sono entrambi sotto embargo, ma in lingotti d’oro trasportati clandestinamente a Teheran con gli aerei della Mahan Air, la compagnia dei Pasdaran iraniani. E forse, aggiungiamo noi, i lingotti sono stati già trasbordati con i grossi boeing della compagnia nazionale Iran Air che in aprile e maggio hanno fatto scalo almeno due volte alla settimana tra Teheran e l’aeroporto Sabana de Mar a Santo Domingo, paese vicinissimo al Venezuela, se non altro perché ne importa il petrolio.
Ora, se l’oro serve a Teheran per aggirare le sanzioni statunitensi, nell’ultimo periodo ne deve aver usate davvero grosse quantità. Decine di voli tra Teheran, Caracas e Sabana del Mar vogliono dire tonnellate d’oro. Teheran nega. Ma questo è avvenuto mentre Silvia era ancora nelle mani dei suoi rapitori e prima che avvenisse il pagamento del Qatar per la liberazione. C’è da domandarsi cosa l’Italia abbia dato in cambio e a chi.
Anche gli Shebab, sunniti, flirtano con l’Iran sciita, oltre che con il Qatar: quando il 3 gennaio gli americani hanno ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani, il gruppo terroristico è stato il primo a rispondere due giorni dopo con l’attacco contro la base statunitense a Lamu. La Somalia è centrale nelle vicende dell’Iran di questi ultimi mesi. Una dimostrazione, tra l’altro. di come le fedeltà religiose possano essere allegramente accantonare quando ci sono business lucrosi da realizzare.
Ma torniamo alle petroliere. Partono dall’Iran nella prima settimana di maggio dal porto commerciale di Shahid Rajaee a nord di Bandar Abbas. In quei giorni lo scalo viene colpito da un attacco informatico che fonti americane attribuiscono pochi giorni dopo a Israele. Ed è qui che, per una serie di connessioni, emerge un altro Paese: la Germania, primo partner commerciale europeo dell’Iran. Sì, perché a costruire il porto Shahid Rajaee nel 2016 per una commessa di 104 milioni di euro è stata una società tedesca. E perché proprio nei giorni precedenti la partenza delle petroliere, il 30 aprile, la Germania si trova costretta, dietro pressioni statunitensi, a mettere fuori legge nel suo territorio Hezbollah, l’organizzazione sciita che in città come Amburgo e Monaco ha sempre fatto da ponte finanziario con l’Iran nei periodi più duri delle sanzioni americane. Le petroliere salpano da Shahid Rajaee pochissimi giorni dopo la decisione del governo tedesco di mettere al bando Hezbollah: coincidenze che pesano.
Ora, se volessimo chiudere il cerchio, andremmo a vedere cosa fa la Germania in Somalia: dal 2017 ha cominciato a trasferire milioni di euro in aiuti nel Paese. Solo nel 2019 Berlino ha investito in Somalia 73 milioni di dollari. Di contro, il Qatar nei prossimi cinque anni investirà in Germania 10 miliardi di euro in vari progetti, senza contare i 25 miliardi di dollari con cui ha finanziato società come la Volkswagen o la Deutsche Bank. La stretta cooperazione militare tra i due paesi ha creato più di una controversia nel parlamento tedesco.
Silvia Romano è stata liberata in Somalia il 9 maggio, il giorno del cyber attacco israeliano al porto di Saheed Rajaee. Quello stesso porto da cui in quei giorni sono partite le petroliere iraniane dirette in Venezuela. Oro, petrolio, attacchi informatici, riscatti pagati da paesi terzi: la vicenda di Silvia è qui, non nella sua conversione. Cerchiamo di restare lucidi.


5/10/2020

COVID-19: Iftar gathering ends with 16 members of a family being infected in Bahrain

https://gulfnews.com/world/gulf/bahrain/covid-19-iftar-gathering-ends-with-16-members-of-a-family-being-infected-in-bahrain-1.71424383


Failure to follow precautionary measures blamed for the coronavirus infections

5/07/2020

Sempre per celebrare la Giornata Internazionale della Libertà di Stampa 3 maggio 2020.
Dedico questo spazio al Bahrain e al mio libro,
"Dimentica, Never mind" Bahrain Ed RaineriVivaldelli, con i contributi di Domenico Quirico, inviato speciale de La Stampa e Riccardo Noury, Portavoce Amnesty International Italia.

Dedicato agli amici donne e uomini della Rivolta di San Valentino del 14 febbraio 2011 in Bahrain.
Ben 21 organizzazioni umanitarie nel mondo chiedono la liberazione di tutti i detenuti politici e giornalisti nelle carceri del Regno.

I leader dell'opposizione incarcerati per i loro ruoli nel movimento di protesta del 2011 rimangono dietro le sbarre. Questi includono
Hassan Mushaima , il capo del gruppo di opposizione senza licenza Al-Haq; Abdulwahab Hussain , un leader dell'opposizione; Abdulhadi Al Khawaja , un importante difensore dei diritti umani; e il dott. Abdel-Jalil al-Singace , il portavoce di Al-Haq .; Altre figure di spicco dell'opposizione, tra cui lo sceicco Ali
Salman , segretario generale della società islamica nazionale Al-Wefaq sciolta (Al-Wefaq), rimangono imprigionati. Sayed Nizar Alwadaei ,ritenuto arbitrariamente detenuto dalle Nazioni Unite in "rappresaglia" per l'attivismo di suo cognato, l'attivista in esilio Sayed Ahmed Alwadaei; e neanche i difensori dei diritti umani Nabeel Rajab e Naji Fateel sono stati rilasciati. Amnesty International li considera prigionieri di coscienza che dovrebbero essere rilasciati immediatamente e incondizionatamente. Il Centro per i diritti umani del Bahrain ha documentato che un totale di 394 detenuti dei 1.486 rilasciati sono stati incarcerati con accuse politiche.Secondo Salam for Democracy and Human Rights, un altro gruppo non governativo del Bahrein, 57 dei 901 prigionieri che hanno ricevuto un perdono reale sono stati incarcerati per le loro attività politiche, mentre il resto è stato condannato a pene non detentive. Dal momento che il governo del Bahrein non ha reso disponibili informazioni sulle accuse per le quali erano stati condannati gli ordini rilasciati, le cifre esatte non possono essere verificate. Tuttavia, è chiaro che le persone incarcerate per attività politica non violenta sono in minoranza tra quelle liberate. "Poiché il mondo sta affrontando la crisi COVID-19 senza precedenti, è
più importante che mai che la comunità internazionale lavori insieme per contenere la sua diffusione e garantire che la salute e i diritti dei vulnerabili siano protetti", ha affermato Husain Abdullah, direttore esecutivo di ADHRB . "Gli alleati del Bahrein, in particolare il Regno Unito e gli Stati Uniti, dovrebbero esplicitamente chiedere al Bahrein di ottenere la liberazione di tutti coloro che sono solo incarcerati per la loro pacifica opposizione al governo".
Caffè dei Giornalisti
https://caffedeigiornalisti.it/


4/27/2020

Saudi Arabia ends executions for crimes committed by minors, says commission

https://www.bbc.com/news/world-middle-east-52436335#_=_


Saudi Arabia will no longer impose the death penalty on people who committed crimes while still minors, the country's Human Rights Commission says.
The announcement, citing a royal decree by King Salman, comes two days after the country said it would ban flogging.
The UN Convention on the Rights of the Child - which Riyadh has signed - says capital punishment should not be used for offences carried out by minors.
Activists say Saudi Arabia has one of the world's worst human rights records.
They say freedom of expression is severely curtailed and critics of the government are subject to what they say is arbitrary arrest.
A record 184 people were executed in the kingdom in 2019, according to human rights group Amnesty International. At least one case involved a man convicted of a crime committed when he was a minor, the rights group reported.
In a statement published on Sunday, Awwad Alawwad, president of the state-backed commission, said a royal decree had replaced executions in cases where crimes were committed by minors with a maximum penalty of 10 years in a juvenile detention centre.
"The decree helps us in establishing a more modern penal code," Mr Alawwad said.
It was unclear when the decision - which was not immediately carried on state media - would come into effect.
The kingdom's human rights record has remained under intense scrutiny, despite recent changes, following the brutal murder of journalist Jamal Khashoggi in the Saudi consulate in Istanbul in 2018, while many civil rights and women's rights activists remain in prison.
Earlier this week, the most prominent Saudi human rights campaigner died in jail after a stroke which fellow activists say was due to medical neglect by the authorities.

4/26/2020

Five things to watch in lockdown

https://www.aljazeera.com/indepth/features/watch-lockdown-200325111822878.html

An estimated 1.7 billion people are currently under lockdown around the world as governments take action to curb the spread of COVID-19. If you are one of them and looking for ways to pass the time, here are some of our most powerful and thought-provoking documentaries.

1) Heroin's Children

The United States is going through the worst drug crisis in its history, with heroin overdoses and other opioid abuse taking lives across the country.
In 2017, as US President Donald Trump declared the opioid crisis a "national emergency", we looked at the "invisible victims" of the epidemic - a generation of children who were being neglected, abandoned or orphaned by parents addicted to heroin.
The resulting film, Heroin's Children, was nominated for three Emmy awards.

VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=tNWU6XSjb-c

2) Bahrain: Shouting in the Dark

In 2011, the world's eyes were trained on revolutions in Tunisia and Egypt when an uprising took place in Bahrain, an island kingdom where the Shia Muslim majority is ruled by a family from the Sunni minority.
As Bahrainis fought for their democratic rights, Al Jazeera was their witness - the only TV journalists who remained to follow their journey of hope to the carnage that followed.
The film, Bahrain: Shouting in the Dark, won seven major journalism and filmmaking awards, including the George Polk Award and the Robert F Kennedy Journalism Awards. 

3) Boko Haram Huntress

Among the thousands of hunters enlisted by the Nigerian army to track and capture Boko Haram fighters, one stands out from the crowd.
Aisha Bakari Gombi is one of the few women to have joined the fight against one of the deadliest armed groups in Africa. 
In Boko Haram Huntress, Aisha takes us into her world - as a commander, a hunter and a wife.

4) India's Offside Girls

Laxmipur, a remote village in India's eastern state of Bihar, is home to one of the country's few girls' football teams.
They train at the Laxmibai Sports Club and are preparing for a match with the local boys' football team.
We meet the girls defying community expectations in this short film, India's Offside Girls.

5) Brides and Brothels: The Rohingya Trade

Hundreds of thousands of Rohingya girls and women fled Myanmar to escape a military crackdown.
In Bangladesh's refugee camps, they thought they would be safe. But inside the tents that house almost a million Rohingya refugees, women and girls are being bought, sold and given away.
We look at the dangers still facing Rohingya women and meet the people seeking to exploit them.
The investigation, Brides and Brothels: The Rohingya Trade, won two major journalism awards and was nominated for a Peabody.

4/08/2020

Bahrain: Free Imprisoned Rights Defenders and Activists

https://www.adhrb.org/2020/04/bahrain-free/


Extend Releases to Those at Special Risk of COVID-19
April 6, 2020- Amid the global threat posed by COVID-19, Bahraini authorities should release human rights defenders, opposition activists, journalists and all others imprisoned solely for peacefully exercising their rights to freedom of expression, assembly, and association, a coalition of 21 rights groups said today.
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On March 17, 2020, Bahrain completed the release of 1,486 prisoners, 901 of whom received royal pardons on “humanitarian grounds.” The remaining 585 were given non-custodial sentences. While this is a positive step, the releases so far have excluded opposition leaders, activists, journalists and human rights defenders – many of whom are older and/or suffer from underlying medical conditions. Such prisoners are at high risk of serious illness if they contract COVID-19, and thus ought to be prioritized for release.
 Bahrain’s significant release of prisoners is certainly a welcome relief as concerns around the spread of COVID-19 continue to rise. Authorities must now speedily release those who never should have been in jail in the first place, namely all prisoners of conscience who remain detained solely for exercising their right to peaceful expression”, said Lynn Maalouf, Amnesty International’s Middle East director of research. “We also urge the authorities to step up measures to ensure full respect for the human rights of all those deprived of their liberty.”
Opposition leaders imprisoned for their roles in the 2011 protest movement remain behind bars. These include Hassan Mushaima, the head of the unlicensed opposition group Al-Haq; Abdulwahab Hussain, an opposition leader; Abdulhadi Al Khawaja, a prominent human rights defender; and Dr Abdel-Jalil al-Singace, the spokesman for Al-Haq.;
Other prominent opposition figures, including Sheikh Ali Salman, secretary general of the dissolved Al-Wefaq National Islamic Society (Al-Wefaq), also remain imprisoned. Sayed Nizar Alwadaei, who was deemedarbitrarily detained by the United Nations in “reprisal” for the activism of his brother-in-law, the exiled activist Sayed Ahmed Alwadaei; and human rights defenders Nabeel Rajab and Naji Fateel, have not been released either. Amnesty International considers them to be prisoners of conscience who should be released immediately and unconditionally.
The Bahrain Center for Human Rights has documented that a total of 394 detainees of the 1,486 released were imprisoned on political charges. According to Salam for Democracy and Human Rights, another Bahraini nongovernmental group, 57 of the 901 prisoners who received a royal pardon were imprisoned for their political activities, while the rest were given non-custodial sentences. Since the Bahraini government has not made available any information on the charges for which those ordered released had been convicted the exact figures cannot be verified. However, it is clear that people imprisoned for nonviolent political activity are in the minority of those released.
Scores of prisoners convicted following unfair trials under Bahrain’s overly broad counter-terrorism law have been overlooked and denied early release or alternative penalties, even though other inmates serving considerably longer sentences were freed. This includes Zakiya Al Barboori and Ali Al Hajee, according to the Bahrain Institute for Rights and Democracy (BIRD).
Conditions in Bahrain’s overcrowded prisons compound the risk of COVID-19 spreading. The lack of adequate sanitation led to a scabies outbreak in Jau Prison – Bahrain’s largest prison – and Dry Dock Detention Centerin December 2019 and January 2020. Almost half of the Dry Dock Detention Center’s prison population was infected. In 2016 a governmental Prisoners and Detainees Rights Commission found buildings at Jau Prison to suffer from “bad hygiene,” “insect infestation” and “broken toilets.”
Furthermore, Amnesty International, Human Rights Watch, and the United Nations have expressed their concern over the authorities’ persistent  failure to provide adequate medical care in Bahrain’s prisons. This has endangered the health of some unjustly imprisoned persons with chronic medical conditions, such as Hassan Mushaima and Dr Abdel-Jalil al-Singace, who may now be at heightened risk of contracting COVID-19.
Hassan Mushaima, 72, has diabetes, gout, heart and prostate problems, and is also in remission for cancer. Prison authorities have routinely failed to take him to appointments due to his refusal to submit to wearing humiliating shackles during transfers to his appointments. International human rights mechanisms have said that the use of restraints on elderly or infirm prisoners who do not pose an escape risk can constitute ill-treatment.
Dr Abdel-Jalil al-Singace, 57, has post-polio syndrome and uses a wheelchair. Prison authorities have also refused to transport him to his medical appointments due to his refusal to wear shackles.
“As the world faces the unprecedented COVID-19 crisis, it is more important than ever that the international community work together to contain its spread and ensure that the health and rights of the vulnerable are protected,” said Husain Abdullah, executive director at ADHRB. “Bahrain’s allies, in particular the UK and US, should explicitly call on Bahrain to secure the release of all those solely imprisoned for their peaceful opposition to the government.”
States have an obligation to ensure medical care for all those in their custody at least equivalent to that available to the general population and must not deny or limit detainees equal access to preventive, curative or palliative health care. Given that conditions in detention centers pose a heightened public health risk to the spread of COVID-19, and the persistent failure to provide an adequate level of care to those in their custody,  there are grave concerns about whether prison authorities could effectively control the spread of COVID-19 and care for prisoners if there is an outbreak inside Bahrain’s prisons.
The Bahraini authorities should seize the opportunity to immediately and unconditionally release everyone imprisoned solely for peacefully exercising their rights to free expression, including Hassan Mushaima, Dr Abdel-Jalil al-Singace, Abdulahdi Al-Khawaja, Abdulwahab Hussain, Nabeel Rajab, Naji Fateel, and Sheikh Ali Salman. The convictions of those imprisoned following unfair trials – including Sayed Nizar Alwadaei – should be quashed, or at the very least they should be released pending fair re-trial.
The risks posed by the COVID-19 pandemic to those in detention should be a strong factor weighing toward the reduction of the prison population through the release of pre-trial detainees, particularly given the poor, unsanitary conditions in Bahrain’s prisons and the inadequate provision of medical care.  In addition, prisoners who are especially vulnerable to COVID-19, such as those with underlying medical conditions and the elderly, should be considered for early release, parole, or alternative non-custodial measures as a means to further reduce the prison population and prevent the spread of COVID-19.
In any event, the authorities should ensure that anyone who remains in custody has access to disease prevention and treatment services, including ensuring physical distancing of prisoners at all times, including in housing and eating and social areas. Prison authorities should screen all guards to prevent the introduction of COVID-19 into prisons and provide appropriate information on hygiene and supplies and ensure that all areas accessible to prisoners, prison staff, and visitors are disinfected regularly. They should develop plans for housing people exposed to or infected with the virus in quarantine or isolation and ensure that necessary medical care is available.
“Bahrain’s first wave of prison releases was positive, but insufficient,” said Joe Stork, deputy Middle East director at Human Rights Watch. “The authorities should further reduce the prison population by releasing those who are imprisoned solely for their political beliefs or for exercising their right to free speech and peaceful assembly.  Meanwhile, the authorities should ramp up efforts to ensure that the remaining prison population has access to the medical care, is protected from transmission and is provided the information that they need to combat the COVID-19 pandemic.”