2/26/2020

Il coronavirus in Medio Oriente e nel Golfo: tra minacce e speranze

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Pubblicato il 26 febbraio 2020


Il coronavirus si sta diffondendo rapidamente in Medio Oriente, con casi registrati in almeno nove Paesi della regione. Tra questi, anche IraqBahrein e Kuwait.
Nello specifico, secondo quanto riportato da fonti ufficiali nazionali, mercoledì 26 febbraio, in Bahrein il numero delle persone contagiate è salito a 26, dopo che nelle ultime ore sono stati registrati tre nuovi casi. A detta del direttore esecutivo dell’ente per il turismo del Bahrein, Nader Khalil Al-Moayad, il Paese ha messo in atto misure per prevenire e limitare la diffusione del virus. A tal proposito, alle agenzie di viaggio e agli enti turistici è stato posto l’obbligo di frenare i viaggi verso l’Iran, considerato il focolaio della regione.
Parallelamente, in Kuwait, il Ministero della Salute ha annunciato che il numero di persone infette da coronavirus è aumentato a 12. I primi contagi erano stati riportati il 22 febbraio, e si trattava di persone provenienti dalla città iraniana di Mashhad. In tale quadro, il 26 febbraio, il Paese, attraverso un’ordinanza, ha sancito il divieto per navi straniere, ad eccezione di quelle trasportanti petrolio, di partire o approdare nei propri porti. Nello specifico, il divieto riguarda le navi provenienti o destinate verso Iran, Corea del Sud, Italia, Thailandia, Singapore, Giappone, Cina, a Hong Kong e Iraq. Allo stesso tempo, tra il 24 e 25 febbraio, le autorità kuwaitiane hanno sospeso i voli con Singapore, Giappone, Corea del Sud, Iran, Thailandia, Italia e Iraq, e il valico frontaliero di Safwan, tra Iraq e Kuwait, è stato chiuso su richiesta kuwaitiana.
In tale quadro, il crescente numero di persone infette da coronavirus in Iran ha messo in allarme le autorità irachene. A detta del Ministero della salute iracheno, 4 membri di una medesima famiglia, di ritorno dall’Iran e residenti nel governatorato di Kirkuk, sono risultate positive al virus. In Kurdistan, circa duemila persone, anch’esse di ritorno dall’Iran, sono state sottoposte a quarantena. I casi sospetti ammontano a 7, ma di questi soltanto uno è ancora in fase di accertamento.
A tal proposito, il vicesegretario del Ministero degli Interni per gli affari di sicurezza federale, il tenente generale Muhammad Neama al-Hassan, ha annunciato, mercoledì 26 febbraio, che circa 8.000 iracheni provenienti dall’Iran sono stati sottoposti a controlli per assicurarsi che non siano infetti. Inoltre, è stato riferito che il Paese ha creato centri di quarantena al confine, opportunamente attrezzati, volti a contenere un’eventuale diffusione pericolosa. Allo stesso tempo, il portavoce del ministero degli Esteri iracheno, Ahmed Al-Sahaf, ha annunciato che alle ambasciate irachene in Cina, Iran, Thailandia, Corea del Sud, Giappone, Italia e Singapore è stato posto l’ordine di non concedere visti per gli stranieri diretti verso l’Iraq. Fanno eccezione le delegazioni diplomatiche e i cittadini iracheni attualmente presenti in tali Paesi, che saranno soggetti a speciali procedure mediche da parte delle squadre del ministero della Salute al loro rientro in patria.
Gli Emirati Arabi Uniti sono stati i primi nel Golfo a riportare casi di coronavirus, il 29 gennaio, mentre l’Arabia Saudita e il Qatar non hanno ancora annunciato alcun infetto. Tuttavia, l’Iran continua ad essere considerato il maggiore focolaio nell’intera regione mediorientale, registrando il maggior numero di morti, pari ad almeno 15 in una sola settimana. A detta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si tratta di uno sviluppo che suscita preoccupazione. In tale quadro, il numero di casi confermati di coronavirus in Iran è salito a 95, secondo i dati riferiti il 25 febbraio dal Ministero della salute. Si tratta, tuttavia, di dati contestati e secondo alcuni le cifre potrebbero essere più elevate. Parallelamente, sono 27 le persone risultate positive al test per coronavirus in altri sei Paesi della regione araba, dopo che queste sono state in Iran. I Paesi in questione sono Kuwait, Bahrain, Oman, Libano, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Di conseguenza, undici Paesi mediorientali hanno chiuso le frontiere con l’Iran.
Tra le maggiori preoccupazioni legate alla diffusione del coronavirus nel Golfo, vi sono quelle riguardanti il mercato petrolifero. A tal proposito, il 25 febbraio, il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, ha dichiarato che le aspettative di crescita della domanda mondiale di petrolio sono scese al livello più basso degli ultimi 10 anni e potrebbero essere ulteriormente ridotte a causa dell’impatto della diffusione del virus. Nello specifico, agli inizi del mese di febbraio 2020, l’Agenzia ha annunciato che, nel primo trimestre dell’anno in corso, la domanda si sarebbe ridotta di una quota pari a 435.000 barili al giorno. Si tratta del primo declino trimestrale dalla crisi finanziaria globale del 2008.
In tale quadro, Abdinasir Abubakar, dell’Ufficio Regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per il Mediterraneo orientale, ha riferito che lo scoppio della sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS), che ha avuto origine in Arabia Saudita nel 2012, ha potenziato le strutture sanitarie della regione, anche in termini di controllo delle infezioni. Tale virus, considerato più contagioso rispetto al corona, si era diffuso in 27 paesi e aveva ucciso oltre 800 persone, la maggior parte delle quali in Arabia Saudita. Pertanto, secondo quanto riferito, il Medio Oriente ha tratto un buon insegnamento, che probabilmente sarà funzionale ad affrontare la minaccia coronavirus.