3/16/2020

Nuova ondata di epurazioni: bin Salman arresta 298 funzionari pubblici

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by Chiara Cruciati
16.03.2020

Arabia saudita. Le accuse sono di corruzione e abuso di ufficio, l'ultima mossa del delfino per eliminare oppositori e critici della sua gestione del potere in vista della successione del padre, re Salman, programmata da MbS per il prossimo autunno
Dopo aver fatto arrestare 20 principi membri della famiglia reale, tra cui il cugino, il fratello e lo zio Ahmed bin Abdul Aziz, accusandoli di aver ordito un colpo di stato con l’aiuto di non meglio precisati soggetti stranieri, domenica Riyadh ha annunciato l’arresto di almeno 298 funzionari pubblici, tra governativi, militari e membri dell’intelligence. Le accuse sono di corruzione e abuso di ufficio, identiche a quelle che nel novembre 2017 portò alla prima grande epurazione con circa 500 tra principi, ministri ed ex ministri arrestati e rinchiusi nell’hotel Ritz-Carlton nella capitale del regno.
A renderlo noto su Twitter è stata la Commissione nazionale anti-corruzione, nota come Nazaha: i 298 arrestati sarebbero accusati di corruzione e riciclaggio di denaro per un totale di 379 milioni di rial, pari a 101 milioni di dollari. Tra gli indagati otto ufficiali del ministero della difesa (su cui pesa l’accusa di tangenti in relazioni a contratti governativi tra il 2005 e il 2015), 29 del ministero degli interni, due giudici, tre colonnelli e un generale.
Una buona fetta di élite politica ed economica, fatta fuori in poche ore dalle autorità della petromonarchia. Il migliore dei modi per il delfino per preparare la successione, con papà ancora vivo: eliminare voci critiche, potenziali oppositori, dalla base ai vertici, dai funzionari governativi ai principi. Anche usando accuse diverse: se domenica è stata la corruzione, dieci giorni fa è stato il presunto golpe che ha colpito uno spicchio significativo di famiglia reale. Coloro, dicono fonti interne alla monarchia, che non vedono di buon occhio né il protagonismo di Mohammed bin Salman né la sua gestione del potere, dall’omicidio pressoché alla luce del sole del giornalista Jamal Khashoggi alla guerra mai vinta in Yemen, fino al conflitto con l’Iran.
Per ora da Riyadh non giungono commenti di sorta alla mega-retata. Commentano analisti e osservatori esterni che sui media arabi si dicono certi che una tale epurazione non porterà che instabilità al regno. Un regno già indebolito dalle politiche adottate intorno al confronto aperto con l’Iran, una guerra per procura che massacra lo Yemen senza che la petromonarchia riesca a vincere (al contrario, dissangua le casse reali con il poco meritevole record di armi acquistate nel mondo in proporzione alla popolazione) e che ha condotto a un mai ricucito rapporto con il Qatar.
A tenere su la baracca, fino a oggi, è l’indefessa alleanza con Europa e Stati uniti, apparentemente incrinata dall’omicidio Khashoggi (il Congresso Usa ha chiesto la fine dell’intervento a fianco di Riyadh in Yemen, mentre alcuni paesi europei hanno sospeso la vendita di armi), ma mai venuta meno. A dimostrarlo il traffico di equipaggiamento militare e i tanti eventi sportivi europei transitati per Gedda.