2/17/2021

Bahrain, dieci anni dalla rivolta di San Valentino: a che punto è la notte?

Caffè dei Giornalisti 14 Febraio 2021 https://www.youtube.com/watch?v=xaTKDMYOBOU La National Security Agency ha sventato e dissinnescato due bombe artigianali, il 6 di febbraio 2021, nelle località di Al Naim e Jidhafs a Manama, in Bahrain. Le autorità hanno descritto l’evento come un attacco terroristico alla Banca Nazionale del Bahrain: i due ordigni erano posizionati nei bancomat. Le indagini hanno portato all’arresto di alcuni sospetti e il paese ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rinnovare l’embargo sulle armi all’Iran, terminato il 18 ottobre 2020.Secondo il governo del Bahrain, gli investigatori continuano a scoprire spedizioni di armi destinate alle cellule terroristiche. Nel dicembre dello scorso anno, gli Stati Uniti hanno definito la “Saraya Al Mukhtar, o Resistenza islamica del Bahrain”, come organizzazione terroristica. La Primavera Araba in Bahrain è arrivata dieci anni fa, il 14 febbraio 2011 in un freddo pomeriggio, quando ci fu la prima manifestazione della popolazione shiita a Manama, la famosa “Rivolta di San Valentino”. Furono scontri durissimi con la polizia locale, lacrimogeni, bird-shot, proiettili di gomma e tanto sgomento da parte delle autorità. Sorprendente, per la famiglia reale Āl Khalīfa, la grande presenza delle donne: a migliaia, e per la prima volta intere generazioni di donne a rappresentare la piazza in Pearl Roundabout. Migliaia di persone hanno rischiato la propria vita o il proprio sostentamento per lottare a favore del rispetto propri diritti fondamentali e ciò che hanno subito, da allora, è inaccettabile per qualsiasi individuo o Stato che desideri promuovere i diritti umani a livello globale. Ora, queste manifestazioni o raduni non autorizzati, come spesso vengono definiti dai giornali sauditi e bahreniti locali, non ci sono più. Complice la pandemia di Covid e la violenta repressione di questi lunghi anni sulla popolazione shiita del paese, che rappresenta il 70% (una percentuale altamente istruita e politicamente attiva) le proteste non sono più in scena. Amnesty International ha definito la più bella notizia di questo famigerato 2020 la liberazione, il 9 di giugno scorso, di Nabeel Rajab, fondatore e presidente del Centro dei Diritti Umani in Bahrain. 55 anni, detenuto nella prigione di Jau dal 2016, Rajab nel 2018 aveva ricevuto una condanna a 5 anni di reclusione per alcuni tweet, nei quali alludeva ad abusi compiuti in prigione e soprattutto esprimeva critiche al coinvolgimento bellico del Bahrain in Yemen. Forte di questa decisione inaspettata del Governo, l’Associazione dei Giornalisti Bahreniti ha quindi sensibilizzato il Primo Ministro Salmān bin Ḥamad Āl Khalīfa, in carica dall’11 novembre 2020, sulle scarcerazioni dei giornalisti ancora in stato di detenzione e sul loro futuro collocamento nei media del Governo, nel rispetto dei diritto “umanitario” e certo non della libera informazione. Diversa la situazione per gli attivisti. Il 25 gennaio 2021, 16 deputati in una lettera aperta consegnata all’Alto Rappresentante dell’UE Josep Borrell hanno chiesto un ‘intervento forte” per il danese-bahrenita Abdulhadi Al Khawaja e lo sceicco svedese-bahrenita Mohammed Habib Al Muqdad, che stanno scontando l’ergastolo per aver espresso pacificamente il loro diritto alla libertà di espressione, riunione e associazione durante la rivolta della Primavera Araba del 2011. Insieme ad altri prigionieri di coscienza come Hassan Mushaima, sono stati sottoposti a torture, maltrattamenti e negazione sistematica delle cure mediche. Dal 2011 ad oggi si è assistito a un grave deterioramento dei diritti umani nel paese; sei persone sono state giustiziate in Bahrein dal 2017, cinque delle quali sono state condannate come arbitrarie dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, Agnes Callamard, rispettivamente nel 2017 e nel 2019. E sono ancora 26 i detenuti nel braccio della morte. Sebbene il governo abbia rilasciato 1.486 prigionieri nel marzo 2020 a causa del COVID-19, la decisione ha escluso le centinaia di leader dell’opposizione, attivisti, giornalisti e difensori dei diritti umani, incarcerati con accuse relative alla libertà di espressione o di opinione politica, come l’ultima prigioniera politica Zakeya Al Barboori. Il DHRB – Americans for Democracy & Human Rights in Bahrain – denuncia la “continua repressione, gli attacchi alla libertà di espressione, del dissenso in Bahrain, con limitazioni all’uso dei social violando in modo netto la Press and Media Bill Drafted by the Cabinet of Bahrain nel 2019”. Questa legge è stata redatta per modificare la Press Law del 2002 e introduce il concetto di ““social media misuse”, cioè uso improprio dei social media, e sanzioni più severe in caso di violazione della legge. “Social media misuse” è un atto che minaccia la pace della comunità: può causare divisioni e indebolire l’unità nazionale. A tal fine, il disegno di legge si concentra in particolare sui reati di diffamazione, insulto, diffusione di voci e danneggiamento di individui, enti, entità e istituzioni statali. Questo disegno di legge si rivolge agli utenti indipendenti dei siti di social networking – arrivando a criminalizzare i tweet e altre attività sulle piattaforme dei media – così come i giornalisti e i direttori dei giornali indipendenti. Al-Wasat, l’unico giornale indipendente in Bahrain secondo la Bahrain Independent Commission of Inquiry (BICI), è stato costretto a chiudere nel 2017. Altri giornali hanno chiuso, pagato multe elevate e, in alcuni casi, i giornalisti sono stati costretti a scontare qualche mese in prigione per il solo motivo di condividere opinioni critiche sul governo. Il 30 maggio 2019, le autorità hanno inviato un sms a tutti i numeri di cellulare registrati del Bahrein con la minaccia di ritorsioni contro chiunque segua, sulle piattaforme dei social media, quelli che le autorità hanno definito “account pro-terrorismo”, inclusi gli account “che sono di parte o incitano discordia”. Nel gennaio 2020, il Department of Cybercrime ha interrogato diversi utenti di Twitter per aver pubblicato tweet che il Ministero della Difesa ha ritenuto pericolosi e atti a “danneggiare l’ordine generale”. Di seguito, il Ministero dell’Interno (MoI) ha quindi rilasciato una dichiarazione chiedendo agli utenti di non interagire con quegli account che, sempre secondo il ministero, violano l’ordine pubblico in Bahrain e minacciando quest’ultimi di azioni legali. La criminalizzazione dei tweet e delle attività sui social media colpisce un numero preoccupante di attivisti e giornalisti, molti dei quali sono stati “segnalati” dalle autorità per le loro attività su Twitter. Tra questi Jassim al-Abbas, lo storico e autore del blog “Years of al-Jareesh”, che è stato condannato nel gennaio 2020 con l’accusa di aver utilizzato il suo account per diffondere informazioni false. Allo stesso modo, i famosi avvocati per i diritti umani Abdullah Hashim e Abdullah al-Shamlawi sono stati condannati per il loro utilizzo di piattaforme social media, rispettivamente nel maggio 2019 e nel marzo 2020, il tutto per otto tweet tra maggio 2017 e aprile 2019, nei quali accusavano il governo di corruzione; Hashim è stato interrogato per aver condiviso notizie false, mentre Al-Shamlawi per due tweet critici sulle pratiche legate all’Ashura, la festa religiosa più importante per gli shiiti. La legge sulla stampa e sui media viola l’articolo 19 (2) dell’ International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR), che il Bahrein ha ratificato nel 2006. L’articolo 19 (2) afferma esplicitamente che “tutti hanno il diritto di libertà di espressione … di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni tipo, indipendentemente dalle frontiere, sia oralmente, per iscritto o a stampa, sotto forma d’arte o attraverso qualsiasi altro mezzo di sua scelta”. L’approvazione del disegno di legge sulla stampa e sui media del 2019 mostra fino a che punto il Bahrein abbia ignorato le numerose raccomandazioni che chiedono il rispetto dell’ICCPR che gli Stati hanno formulato durante il Third Cycle of the Universal Periodic Review nel 2018. La continua soppressione del dissenso e l’annullamento delle libertà in Bahrain violano la libertà di espressione e sono una violazione dei trattati internazionali. L’ADHRB invita la comunità internazionale a “sollevare pubblicamente la questione della libertà di espressione in Bahrein. Il Bahrein deve porre fine alla persecuzione de jure e de facto dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti, dei dissidenti e degli utenti dei social media liberando tutti i prigionieri politici e modificando le sue leggi per conformarsi all’articolo 19 (2) dell’ICCPR”. Ora la parola e la decisione spettano al nuovo Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e al Dipartimento di Stato; certo, gli equilibri in Golfo Persico sono molto delicati, con il “Patto di Abramo” e l’apertura al Qatar. Finita l’era dell’ex Presidente Trump, il caso Bahrain sarà disinnescato da “ordigni” di natura politica e umanitaria, e c’è da sperarlo.

2/04/2021

In prima linea e senza stringhe: due lavori per raccontare le migrazioni, sul campo

Caffè dei Giornalisti. www.caffedeigiornalisti.it Da Lipa, terra di nessuno innevata e fredda, tra Bosnia e Croazia. Tanto se ne è parlato in queste ultime settimane, ma ben poco è stato fatto per chi cerca sicurezza e trova solo respingimenti e violenza. Uno dei tanti “border” nel mondo, in cui la via di fuga si interrompe e si ferma per settimane, mesi, anni. Così come da Briançon, Montgenevre, Claviere, nella neve con bambini piccoli sulla schiena, senza attrezzature adatte, ma con il desiderio del “passaggio a ovest”. Sono due storie di frontiera, due modi di raccontare diversi, ma i temi così attuali le rendono forti e simili. La prima è di un grande fotoreporter e giornalista, che ha raccontato più frontiere oltre che le guerre nel mondo. Livio Senigalliesi, fotoreporter, giornalista, libero docente al Dipartimento di Antropologia dell’Università Bicocca di Milano, da trent’anni documenta conflitti armati e migrazioni. Insieme a Medici Senza Frontiere, ha vissuto un anno tra Turchia e i Balcani, seguendo le vie di fuga, i passaggi di persone in ombra: «Di Lipa ce ne sono tante: sono stato testimone di tutto ciò, più volte, sotto molti cieli e mari. A Lesbos, nel 2016, ero con la Sea-Watch, contavamo più di 60-70 navi dalla costa turca e in Grecia ne approdavano forse poco più della metà. E mi sono sempre chiesto: “E gli altri? Chi conterà mai quelli che non sono approdati su una costa, quelli in mare?”». Situazioni drammatiche, gente trattata non come esseri umani alle porte dell’Europa e in Europa. I migranti, oggi più che mai, sono oggetto di miseri ricatti e violenze inaudite, un problema che viene gestito con grande cinismo e una “cercata” disinformazione. «La polizia croata, quando ti ferma, spacca il tuo telefono, così che non puoi più comunicare coi tuoi familiari e non puoi chiedere aiuto, prende ogni cosa in tuo possesso e, se sei fortunato, te la cavi con tanti lividi e qualche ferita», racconta Senigalliesi. «La mia direzione è ostinata e contraria. Non ho mai chiuso gli occhi: bisogna studiare, parlare e andare sul campo per documentare. Sono andato nei Balcani nel ’91 e ci sono tornato per dieci anni, sempre in prima linea: prima in Croazia, in Bosnia e, infine, in Kosovo ,dove sono entrato nel 1998, un anno prima della guerra, per documentare le vie dei narcotrafficanti. Sono rimasto fino al termine del conflitto, nel 1999. Una tragedia umana alle porte dell’Europa: ho condiviso con loro la guerra e raccontato le ragioni dell’uno e dell’altro, ho provato la sofferenza, la fame e la paura dell’assediato, ho guardato negli occhi la violenza dell’assediante e, infine, la pace e la ricostruzione. Il mio libro, Diario dal Fronte, parla della vita di un reporter: sangue, urla, esplosioni e incendi e tante riflessioni sulle conseguenze della guerra. Un libro scomodo, che rivela le notizie nascoste dai media mainstream, per i fatti e i nomi riportati. Proprio per questo lavoro il Tribunale dei Crimini di Guerra dell’Aja ha deciso di acquisire il testo e di avviare delle indagini». La “prima linea” di Livio Sinigalilesi è diventata un documentario prodotto e pronto per la distribuzione dal 2020, ma il Covid ha fermato tutte le proiezioni nelle sale. In Prima Linea – On The Front Line è un documentario con la regia di Matteo Balsamo e Francesco Del Grosso, prodotto da Giotto Production in collaborazione con Merry-Go-Sound. Gli interpreti sono 14 fotogiornalisti italiani: Isabella Balena, Giorgio Bianchi, Ugo Lucio Borga, Francesco Cito, Mauro Galligani, Pietro Masturzo, Gabriele Micalizzi, Arianna Pagani, Franco Pagetti, Sergio Ramazzotti, Andreja Restek, Massimo Sciacca, Francesca Volpi e Livio Senigalliesi stesso. Il fronte è raccontato attraverso l’obiettivo di questi fotoreporter che, con i loro scatti, hanno mostrato l’inferno, gli orrori, le sofferenze e le cicatrici indelebili della guerra. Molte di queste immagini raccontano i “border”: tendopoli, campi, vite di persone normali fermate su una linea immaginaria. Perché la prima linea non è solo dove si spara e cadono le bombe, ma ovunque si “combatte” quotidianamente per la sopravvivenza. «La preparazione di un viaggio è una missione che dura anche dei mesi ed è fondamentale: allenamento fisico, essere in forma, e poi studiare, studiare, studiare… Capire la burocrazia di guerra, la logistica e mai diventare un “turista di guerra”. La fotografia diventa l’atto finale del lavoro straordinario che c’è a monte di tutto questo». Frontiera italo-francese: non sono migranti ma frontiere in cammino. Il cambio di rotta non scoraggia la loro forza e resistenza. «Noi stiamo viaggiando da due anni, arriviamo dalle montagne di là, da Kabul. In Italia, siamo arrivati a piedi una settimana fa e ora continuiamo, a piedi». Così racconta uno dei ragazzi incontrati sul Colle da Andrea Pellegrini. «Le frontiere diventano incomprensibili, senza aver chiara l’origine dei vari cammini: la rotta balcanica, il Mar Mediterraneo centrale, i mercati del lavoro forzato e le richieste europee. Le frontiere si modellano, si ripetono e si diversificano ma presentano tutte una caratteristica isomorfa: la politica del consenso interno oltre che strutturale». E proprio queste storie sono condensate in un lavoro intenso, giovane e ben raccontato: si chiama Senza Stringhe e fotografa la notte, e ciò che accade su un confine. Elena Lovato, Federica Tessari e Andrea Pellegrini sono stati coordinati dal fotoreporter professionista Stefano Stranges: sono i giovani giornalisti che hanno realizzato il documentario. C’è anche una storia a riguardo delle stringhe: Elena Pozzallo vive a Oulx, ha accolto un ragazzo del Camerun che oggi gestisce il Rifugio Solidale del posto contenente principalmente scarponi senza stringhe, facili da indossare per chi non ha mai visto la neve e deve affrontarla. «Scomodo è una realtà editoriale nata nel 2016, a Roma, in un liceo, e proseguita coinvolgendo diversi atenei italiani». Forte dei suoi studi in Cooperazione Internazionale, Federica parla della redazione: «Siamo quasi tutti venticinquenni e, ormai, oltre 500 sono gli attivisti e collaboratori. Il nostro è un mensile di 80 pagine, cartaceo, che viene distribuito nelle librerie gratuitamente: viviamo di autofinanziamento e riceviamo aiuti da Banca Etica, Green Peace, Treccani e Teatro India. Torino e Milano sono molto attive e il lavoro di redazione ci appassiona molto. Molti di noi collaborano anche sul sito web». Elena Lovato è l’ufficio stampa di Scomodo, sta terminando gli studi in Biologia: «Emotivamente questa esperienza è stata molto forte: vedere la gente tra la neve – come quella notte, erano in nove persone e una aveva in braccio un bambino di 12 giorni – scattare foto, parlare con loro… Il versante italiano è molto silenzioso, quello francese più attivo, vitale. L’ONG Médecins du Monde interviene sempre e salva la gente che attraversa quei sentieri». Stefano Stranges ha lavorato per tutto il mese di dicembre 2020 sulla frontiera italo-francese con i ragazzi: «Quando mi hanno chiamato dalla redazione, a ottobre, sono stato disponibile da subito, ho formato al fotoreportage tre giovani giornalisti e poi li ho trasferiti sul campo: tra la neve, il freddo, l’umanità che non si arrende e che vuole vivere a costo della propria vita. Sono contento di loro e del lavoro che hanno svolto di notte e di giorno, con grande impegno». «L’idea di sviluppare un fotoreportage che portasse la firma di Scomodo nasce dall’esigenza di sperimentare nuove forme di scrittura e di approfondimento giornalistico. In particolare, la scelta dell’argomento si è presentata quasi naturalmente: da un lato, per cercare di colmare un vuoto mediatico riguardante il fenomeno della migrazione transalpina e, dall’altro, per una sensibilità propria e specifica che caratterizza la redazione torinese, considerata la vicinanza territoriale al fenomeno stesso». Così, al termine di Senza Stringhe, la redazione spiega il progetto: che non è solo vicinanza territoriale ma attenzione umanitaria. Quella “mossa” sul campo che ai giornalisti non dovrebbe mancare mai.

1/18/2021

B-52 US bombers fly over Middle East; Iran condemns intimidation

//www.aljazeera.com/news/2021/1/18/b-52-us-bombers-fly-over-middle-east-iran-condemns-intimidation?utm_campaign=trueAnthem%3A%20Trending%20Content&utm_medium=trueAnthem&utm_source=facebook&fbclid=IwAR3WOtHnWX9lDBoqtLch72Z32G_DuvxZKIwTQRmWA2D1xKOZzLhDqcwGWd8" Iranian foreign minister says the US would be better off spending its military billions ‘on your taxpayers’ health’. The United States again flew B-52 bombers over the Middle East with Iran responding it should spend its military budget on healthcare for Americans rather than intimidation tactics. The US Central Command (CENTCOM) said on Sunday the “presence patrols” were flown “as a key part of CENTCOM’s defensive posture”. The latest military manoeuvres come as security analysts have warned that US President Donald Trump could take military action against Iran in his final days in office. In recent weeks, the US military has taken a series of steps designed to deter Iran while publicly emphasising that it is not planning – and has not been instructed – to take unprovoked action against Tehran. Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif condemned the B-52 mission on Sunday, saying if the move was an attempt to intimidate Tehran, then the US would be better off spending its military billions “on your taxpayers’ health”. “While we have not started a war in over 200 years, we don’t shy from crushing aggressors,” Zarif said on Twitter. The latest American Middle East flyover by the aircraft capable of carrying up to 32,000kg (70,000 pounds) of weapons – including nuclear bombs – occurred a day after the Islamic Revolutionary Guard Corps tested long-range missiles and drones against land and sea targets in Iran’s fourth large-scale military show of force in two weeks. It was the fifth B-52 operation in recent weeks and US Central Command said aircrews successfully completed the mission. Tensions high Tension has risen between the US and Iran following the assassination of Iranian nuclear scientist Mohsen Fakhrizadeh in Tehran in November. Iranian President Hassan Rouhani has accused Israel, a US ally in the region, of killing the scientist and vowed “strong retaliation”. Friction also increased around the January 3 anniversary of the assassination of Iran’s top general, Qaseem Soleimani, in an American drone strike in Baghdad, Iraq. A military confrontation would severely complicate foreign policy for US President-elect Joe Biden, who intends to restart diplomatic engagement with Tehran after assuming office on Wednesday. Biden has said he plans to rejoin the Iran nuclear deal with world powers – a landmark accord signed during President Barack Obama’s administration, which saw Tehran limit its nuclear enrichment in exchange for a lifting of international sanctions.

1/16/2021

Timeline: How the Arab Spring unfolded

"https://www.aljazeera.com/news/2021/1/14/arab-spring-ten-years-on" Ten years ago, protests swept across Arab nations that changed the course of history. On January 14, 2011, Tunisian President Zine El Abidine Ben Ali stepped down after weeks of protests, ending his 24-year rule. What began as a protest by Mohamed Bouazizi – a fruit vendor who set himself on fire – the month before, sparked the period of unrest that unseated Ben Ali. Keep Reading Arab Spring Cartoon: Now and Then … and 10 years on Cartoon: Winds of change, from Arab Spring to winter The Arab world must avoid another lost decade Protests and uprising were then witnessed across the region. Al Jazeera takes a look at the turn of events that changed the course of history. [Alia Chughtai/Al Jazeera] TUNISIA December 2010 December 17: Jobless graduate Bouazizi died after setting himself on fire when police refused to let him operate his cart. The self-immolation, following WikiLeaks’s publication of US criticism of the government, provokes young Tunisians to protest. December 29: After 10 days of demonstrations, President Ben Ali appears on television promising action on job creation, declaring the law will be very firm on protesters. January 2011 January 9: Eleven people die in clashes with security forces. Protesters set fire to cars in several Tunisian cities, while security forces respond violently. January 14: Ben Ali finally bows to the protests and flees to Saudi Arabia. January 17: Tunisia’s Prime Minister Mohamed Ghannouchi announces the formation of an interim unity government that includes figures from the previous government. But protesters throng the streets to reject it. February 2011 February 27 – Prime Minister Ghannouchi resigns. March 2011 March 9: Tunisian court rules the party of former President Ben Ali will be dissolved. The news is followed by street celebrations. October 2011 October 23: Polls open nine months after Tunisians first took to the streets. January 2012 January 14: Celebrations are witnessed in the capital to mark one year since the overthrow of Ben Ali. LIBYA January 2011 January 14: First reports of unrest in Libya. Muammar Gaddafi condemns the Tunisian uprising in a televised address. January 16: Protests erupt in Benghazi after the arrest of human rights activists. February 2011 February 20: The death toll passes 230; Gaddafi’s son addresses Libyan TV defending his father. February 25: As uprising reaches the heart of Tripoli, protests erupt across the Middle East. March 2011 March 9: Gaddafi warns the imposition of a no-fly zone in Libyan airspace will be met with armed resistance. March 18: The United Nations backs a no-fly zone. March 19: Operation Odyssey Dawn begins, marking the biggest assault on an Arab government since the 2003 Iraq invasion. March 23: Britain, France and the US agree NATO will take military command of Libya’s no-fly zone. March 28: Rebels advance on Sirte, Gaddafi’s home city, recapturing several towns without resistance on the way. April 2011 April 15: US President Barrack Obama commits to military action until Gaddafi is removed. April 25: Libyan government accuses NATO of trying to assassinate Gaddafi after two air raids in three days hit his premises in Tripoli. May 2011 May 1: The British embassy in Tripoli is set on fire and other Western missions ransacked in retaliation to NATO’s air raid. August 2011 August 26: In its first Tripoli news conference, the National Transitional Council says its cabinet will move from Benghazi to the capital. September 2011 September 8: While in hiding, Gaddafi issues a defiant message promising never to leave “the land of his ancestors”. September 25: A mass grave containing 1,270 bodies is discovered in Tripoli. October 2011 October 20: Cornered by rebel forces and pinned down by NATO air raids, Gaddafi is found hiding and killed. October 25: Gaddafi’s burial alongside his son ends the controversy over the public displaying of his body. November 2011 November 19: Celebrations as Gaddafi’s fugitive son Saif is arrested while attempting to flee to Niger. November 20: All leading figures from the Gaddafi regime are killed, captured or driven into exile. EGYPT January 2011 January 17: A man sets fire to himself next to the Parliament building in Cairo to protest the country’s economic conditions. January 25: The first coordinated demonstrations turn Cairo into a war zone as protesters demand the removal of President Hosni Mubarak. January 28: After four days of protests and 25 deaths, Mubarak makes his first TV appearance, pledging his commitment to democracy. He sacks his government but refuses to step down. January 31: The army declares itself allied to the protesters. February 2011 February 1: Mubarak declares he will not run in the next election but will oversee the transition. February 2: Mubarak supporters stage a brutal bid to crush the Cairo uprising. Using clubs, bats and knives, they start a bloody battle in Tahrir Square. February 11: Mubarak resigns and hands power to the military. February 13: The military rejects protesters’ demands for a swift transfer of power to a civilian administration. August 2011 August 1: Bringing in the tanks, the army violently retakes Tahrir Square. September 2011 September 27: The military regime announces parliamentary elections since Mubarak was overthrown. Protesters fear remnants of the old regime will stay in power. October 2011 October 6: Supreme Council of the Armed Forces unveil plans that could see it retain power until 2013. November 2011 November 13: Violence escalates as protests against the governing military government spread beyond Cairo and Alexandria. November 21: The interim government bows to growing pressure as violence leaves 33 dead and more than 2,000 injured. November 29: Egyptians vote in record numbers in the country’s first free ballot for more than 80 years. November 30: The Muslim Brotherhood’s Freedom and Justice Party looks on course to be the biggest winner after the first round of voting. December 2011 December 5: Egyptians go to the polls once more in runoff elections for parliamentary seats as no party gained more than 50 percent of the votes. December 7: A new government is sworn in by Kamal Ganzouri, who was appointed prime minister by the military rulers. May 2012 May 23-24: Egyptians vote in the first round of the presidential election with Ahmed Shafik and Mohammed Morsi in the lead. June 2012 June 2: Former President Mubarak sentenced to life in prison by an Egyptian court. June 24: Egypt’s election commission announces Muslim Brotherhood candidate Mohammed Morsi wins Egypt’s presidential runoff. BAHRAIN February 2011 February 4: Several hundred Bahrainis gather in front of the Egyptian embassy in the capital Manama to express solidarity with anti-government protesters there. February 14: “Day of Rage”: An estimated 6,000 people participate in demonstrations. Their demands include constitutional and political reform and socioeconomic justice. February 17: “Bloody Thursday”: At about 3am local time, police clear the Pearl Roundabout of an estimated 1,500 people in tents. Three people are killed and more than 200 injured during the raid. February 26: The king dismisses several ministers in an apparent move to appease the opposition. March 2011 March 1: An anti-government rally, called by seven opposition groups, sees tens of thousands of protesters taking part. March 14: Saudi Arabia deploys troops and armoured vehicles into Bahrain to help quell the unrest. March 15: Bahrain declares martial law. March 18: The Pearl Monument – the focal point of the protest movement – is demolished. March 27: Opposition party Al Wefaq accepts a Kuwaiti offer to mediate talks. March 29: Bahraini Foreign Minister Khalid ibn Ahmad Al Khalifah denies any Kuwaiti involvement. SAUDI ARABIA March 2011 March 6: Authorities ban public protests after demonstrations by minority Shia groups. September 2011 September 25: King Abdullah announces cautious reforms, including the right for women to vote and stand for election from 2015. YEMEN January 2011 January 24: Police arrest 19 opposition activists including Tawakil Karman, a female campaigner and Nobel Peace Prize winner, who called for the removal of President Ali Abdullah Saleh. March 2011 March 8: More than 2,000 inmates stage a revolt at a prison in the capital Sanaa and join calls by anti-government protesters for Saleh to step down. March 10: Saleh’s pledge to create a parliamentary system of government is rejected by the opposition. March 18: Forty-five people are killed after government forces open fire on protesters in Sanaa. April 2011 April 27: Security forces shoot at an anti-government demonstration, killing 12. June 2011 June 3: President Saleh survives an assassination attempt in which he is severely wounded. September 2011 September 23: Saleh returns unexpectedly after three months of recovering in Saudi Arabia. He calls for a truce after five days of violence in Sanaa in which 100 protesters are killed. September 25: Saleh calls for early elections in his first speech after returning to Yemen. November 2011 November 23: Agreement for an immediate transfer of power pledges immunity for Saleh and his family. December 2011 December 1: The political opposition and Saleh’s party agree to the makeup of an interim government. February 2012 February 27: Saleh officially resigns and hands over powers to Vice President Abd-Rabbu Mansour Hadi. SYRIA March 2011 March 15: Major unrest begins when protesters march in Damascus and Aleppo, demanding democratic reforms and the release of political prisoners. Rallies were triggered by the arrest of a teenage boy and his friends a few days earlier in the city of Deraa for graffiti denouncing President Bashar al-Assad. April 2011 April 9: Anti-government demonstrations spread across Syria. At least 22 are killed in Deraa. April 25: Tanks are deployed for the first time. April 28: Hundreds of governing Baath party members resign in protest as an increasingly bloody crackdown kills 500. June 2011 June 4: Security forces kill at least 100 protesters in two days of bloodshed. July 2011 July 25: The cabinet backs a draft law to allow rival political parties for the first time in decades. January 2012 January 10: In a televised speech, President al-Assad says he will not stand down and promises to attack “terrorists” with an iron fist. February 2012 February 3: The Syrian government launches an attack on the city of Homs. April 2013 April 16: The first truce in the battle of Aleppo is declared. June 2013 June 16: Iran sends 4,000 troops to aid Syrian government forces. September 2015 September 30: Formal permission is granted by Russia’s upper house for air raids in Syria. Al-Assad asks President Vladimir Putin for military aid. November 2015 November 24: Putin calls Turkey “accomplices of terrorists” and warns of “serious consequences” after a Turkish F-16 jet shoots down a Russian warplane. March 2016 March 14: Putin announces the withdrawal of the majority of Russian troops from Syria, saying the intervention has largely achieved its objective. JORDAN January 2011 January 14: Protests begin with demands for Prime Minister Samir Rifai’s resignation in addition to economic reforms. March 2011 March 24: About 500 protesters set up camp in the main square in the capital Amman. October 2011 October 7: Protests start again when former Prime Minister Ahmad Obeidat leads about 2,000 people in a march outside the Grand Husseini Mosque in central Amman. There were also marches in the cities of Karka, Tafileh, Maan, Jerash and Salt. October 2012 October 5: Thousands protest hours after King Abdullah II dissolved Parliament and called early elections. November 2012 November 13: Protests erupt nationwide in response to an increase in fuel prices and other basic goods announced by Prime Minister Abdullah Ensour. SUDAN December 2018 December 19: Hundreds protest in the northern city of Atbara against soaring bread prices. Demonstrations spurred by a broader economic crisis spread to Khartoum and other major cities. April 2019 April 11: The army overthrows President Omar al-Bashir, ending his 30 years in power. The generals announce two years of military rule followed by elections. Street celebrations turn into more demonstrations as hundreds of thousands demand handover to civilians. June 2019 June 3: Security forces raid a sit-in protest outside the defence ministry in Khartoum. Crowds flee in panic. In the days that follow, opposition-linked medics say more than 100 people were killed in the assault. June 16: Al-Bashir appears in public for the first time since his overthrow as he is taken from prison to be charged with corruption-related offences. He has already been charged with incitement and involvement in the killing of protesters. July 2019 July 5: A military council and a coalition of opposition groups agree to share power for three years after mediation by Ethiopia and pressure from the African Union and world powers. July 17: A political accord is signed that defines the transition’s institutions. Differences remain over the wording of a constitutional declaration. July 29: At least four children and one adult are shot dead when security forces break up a student protest against fuel and bread shortages in the city of El-Obeid. Source : Al Jazeera and News agencies