9/27/2021

Il grido di Alizada Khaliq, vignettista afghano: sono in pericolo, rischio la vita

Caffè dei Giornalisti 27 settembre 2021 by Adriana Fara Le Nazioni Unite hanno affermato che, dall’inizio dell’anno, più di 18 milioni di persone – circa la metà della popolazione afghana – hanno bisogno di aiuti a causa della seconda siccità del Paese negli ultimi quattro anni. Secondo Al Jazeera, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dichiarato la scorsa settimana che l’Afghanistan è “sull’orlo di un drammatico disastro umanitario” e ha deciso di impegnarsi con i talebani per aiutare la popolazione del paese. L’Italia detiene la presidenza annuale a rotazione del G20 e sta cercando di ospitare un vertice speciale sull’Afghanistan mentre, venerdì scorso, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dichiarato di aver rilasciato due licenze generali: una consente al governo degli Stati Uniti, alle ONG e ad alcune organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, di impegnarsi in transazioni con i talebani o la rete Haqqani, entrambe sotto sanzioni, che sono necessarie per fornire assistenza umanitaria. In attesa del G20 sull’Afghanistan e di tutte le rispettabili iniziative umanitarie e sanzionatorie, quali anche il non riconoscimento dell’Emirato Islamico, le condizioni di vita, di sicurezza delle donne, dei giornalisti e gli attivisti è drammatica. Sono 135 i media che hanno chiuso, secondo l’Afghan Federation of Journalist. Chi decide di “coprire” le notizie rischia aggressioni, torture e anche di morire. Gli altri devono riportare solo ciò che i nuovi capi delle redazioni, messi dal nuovo governo, vogliono che venga pubblicato. Ci sono giornalisti che si sono nascosti, e così attivisti, a centinaia: così racconta Alizada Khaliq. Khaliq, di professione giornalista, fondatore di giornali, vignettista, attivista in grave pericolo, cambia casa, area, città quando può spostarsi in sicurezza. Ha cancellato tutti i suoi social, non dà numeri di telefono, usa poco Whatsapp, scrive con attenzione e ti dice che tutto è controllato: lui è ricercato, come la sua famiglia. E quando si parla di famiglia in Afghanistan e in altri paesi mediorientali si può arrivare a parenti prossimi o alla seconda linea parentale. “Nel 2005 ho creato la rivista mensile Shakh Goy, che si è fermata dopo sei numeri. Ho iniziato a lavorare come fumettista in due giornali nel 2006, il lavoro è continuato fino ad agosto 2021; essere un fumettista in Afghanistan è molto rischioso, sono stato in pericolo di morte più volte”, continua Alizada. “Dopo il 2014 l’intensità delle minacce è stata più forte, mi sono un po’ nascosto e funzionava, perché lavoravo online”. Le sue vignette sono uniche, riconoscibili. Lui è critico con tutti i governi, anche l’ultimo di Mohammad Ashraf Ghani Ahmadzai, le scelte economiche, finanziarie, l’utilizzo delle risorse minerarie, l’incapacità di dare al popolo una qualità di vita meritata, in uno dei paesi più poveri del mondo. “Nel 2016 ho creato “Caricature: un mensile, ma si è interrotto per problemi di sicurezza e finanziari. Nel 2017 sono dovuto fuggire in Pakistan, sono tornato due anni dopo, fino alla caduta del governo afghano sotto i talebani. Ho lavorato in condizioni difficili online, uscivo meno per mantenere la mia famiglia e avere più sicurezza”. Una sicurezza negata a molti, come spiega il vignettista afghano: “Negli ultimi anni, a Kabul sono stati attivati gruppi di assassini politici e di pressione su attivisti e su di noi. Dopo la caduta di Kabul, ho cercato di uscire con un visto umanitario di evacuazione dell’aeroporto, ma non ci sono riuscito. Durante i miei oltre 15 anni di lavoro ho pubblicato circa 4.000 vignette, un gran numero di queste erano contro i talebani, ovviamente erano arrabbiati. Adesso sono a Kabul, abito in diversi posti nascosti, se necessario, se esco, mi nascondo il viso con una sciarpa, mi maschero, uso occhiali che mi coprono interamente il viso. Sono molto preoccupato: se i talebani mi arrestano, potrebbero uccidermi. Centinaia di vignette contro di me sono disponibili negli archivi dei giornali e su Internet. Il mio futuro e della mia famiglia non è mai stato così incerto. Chiedo aiuto e asilo alla comunità internazionale e al governo amico dell’Italia”. Il caso di Alizada Khaliq è stato segnalato alle Nazioni Unite e, attraverso contatti internazionali, inserito nei lunghi elenchi per ottenere il permesso di uscire dal paese in qualunque modo. Ma quanti altri? Chi scriverà delle grandi ricchezze e delle sconcertanti commesse della Cina e della Russia, degli interessi del Golfo Persico in Afghanistan. Al Jazeera ha pubblicato un rapporto interessante sulle materie prime. Nelle profondità, quasi inesplorate, di uno dei paesi più poveri del mondo, si trovano almeno 1 trilione di dollari di risorse minerarie non sfruttate, secondo un rapporto pubblicato dal Ministry of Mines and Petroleum dell’Afghanistan. Si stima che il paese dell’Asia meridionale di 38 milioni di persone detenga oltre 2,2 miliardi di tonnellate di minerale di ferro, 1,3 miliardi di tonnellate di marmo e 1,4 milioni di tonnellate di minerali di terre rare. Sempre da fonti Al Jazeera, l’Afghanistan detiene anche circa 2.698 kg di giacimenti d’oro lungo due principali cinture d’oro: Badakhshan a sud-ovest di Takhar e Ghazni a sud-ovest di Zabul; si stimano di 1,4 milioni di tonnellate di minerali di terre rare tra cui litio, uranio (usato per il combustibile nucleare) e molti altri; uno dei più grandi giacimenti di minerali è a Khanneshin, nella provincia di Helmand. Il paese ha anche una stima di 152 milioni di tonnellate di barite, comunemente usata dall’industria petrolifera e del gas nelle trivellazioni. La guerra civile, su tali ricchezze, potrebbe essere fatale. Le intimidazioni, le minacce e gli omicidi degli operatori dell’informazione hanno una radice comune: il “bavaglio” ha sempre l’acido sapore del denaro. Una delle vignette di è Alizada Khaliq contro i talebani è stata pubblicata a pagina 2 di questa testata, Daily Outlook Afghanistan.

9/07/2021

Fuga dall’Afghanistan: che ne sarà dell’informazione libera?

CAFFE DEI GIORNALISTI https://caffedeigiornalisti.it/fuga-dallafghanistan-che-ne-sara-dellinformazione-libera/ By Adriana Fara 6 settembre 2021 Diciotto veterani, in media, muoiono per suicidio ogni singolo giorno in America, non in un posto lontano ma proprio qui in America. Non c’è niente di basso grado o basso rischio o basso costo in nessuna guerra. È ora di porre fine alla guerra in Afghanistan. ” Dal discorso del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden Il massiccio e caotico ponte aereo degli Stati Uniti e dei suoi alleati internazionali nelle ultime due settimane ha evacuato circa 123.000 persone da Kabul, ma decine di migliaia che hanno aiutato i paesi occidentali insieme ai giornalisti rimangono lì. L’IFJ- International Federation of Journalists – sostiene che situazione per gli operatori dei media sul campo è estremamente difficile, con centinaia di giornalisti e le loro famiglie disperate, senza passaporti, visti e fondi per sopravvivere. Ora solo gli stringer e TOLO News coprono alcuni eventi, sotto osservazione, sottoposti a possibili aggressioni e intimidazioni persino negli studi televisivi, dove tutte le security sono state disarmate. Prossimamente, tutti gli uffici diplomatici che hanno chiuso a Kabul e le loro ambasciate si trasferiranno a Doha: potrebbe essere la svolta per ottenere maggiori garanzie dal governo afghano di rispetto delle persone, dell’informazione e dell’attivismo politico, come si è visto in questi ultimi giorni con le manifestazioni delle donne di Herat. Ma gran parte del ruolo del Qatar è ancora nascosto: il perché è legato al ruolo politico di grande mediatore tra l’America e l’Emirato Islamico. Secondo il Washington Post, il Qatar è stato l’intermediario tra gli Stati Uniti e i talebani anche sette anni fa durante i negoziati per il rilascio del sergente dell’esercito Bowe Bergdahl, scambiato con cinque prigionieri talebani afgani e poi accolto in Qatar. Tutti gli eventi dal 15 agosto sono stati trasmessi in diretta su Al Jazeera e i giornalisti hanno avuto accesso esclusivo ai funzionari talebani e all’ingresso nel palazzo presidenziale di Kabul. Mentre Kabul veniva invasa, migliaia di afgani imploravano i diplomatici del Qatar, non solo di farli volare fuori dal paese, ma di aiutarli a superare in sicurezza i blocchi stradali dei talebani e la folla disperata che circondava l’aeroporto. L’ambasciatore Saeed bin Mubarak Al Khayarin ha guidato personalmente le missioni di soccorso attraverso la città con una manciata di membri dello staff dell’ambasciata con veicoli blindati, come quelli delle Nazioni Unite organizzati con navette, trasportando attivisti per i diritti delle donne, giornalisti internazionali e operatori dei media afghani in fuga, su Doha e Dubai. Un giornalista ha detto all’IFJ: “Stiamo combattendo la dura e difficile guerra per la libertà di stampa con i talebani da 20 anni, e siamo in cima alla lista delle minacce e stiamo ancora lottando a Kabul per aiutare i giornalisti in una situazione molto difficile”. L’IFJ ha istituito uno speciale Fondo di Solidarietà per l’Afghanistan all’interno del Fondo per la Sicurezza dell’IFJ per dare un ulteriore sostegno e invita tutti a fare una donazione, i governi stranieri, le organizzazioni della società civile e le organizzazioni dei media che operano in Afghanistan; per coordinare e sostenere i giornalisti afgani locali, la loro protezione attraverso una rete di case sicure e supporto professionale e famigliare. Un gruppo di 150 tra giornalisti, cameraman e fotografi afghani ha scritto una lettera aperta alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani per la tutela dei media e per essere protetti in un momento in cui l’Afghanistan ricade sotto il dominio dei talebani. In risposta sono arrivate le 100 firme dei colleghi italiani per sollecitare le istituzioni nazionali e internazionali a interventi umanitari e di aiuto ai giornalisti afghani. “Continuiamo a raccogliere segnalazioni di colleghi in grave difficoltà in Afghanistan e segnaliamo al Ministero della Difesa ogni nominativo”, conferma il Segretario Generale della FNSI Raffaele Lo Russo. “Non possiamo restare indifferenti, dobbiamo operare in rapidità per garantire un aiuto concreto a loro e alle loro famiglie”. “Siamo giornalisti italiani. La maggior parte di noi ha seguito guerre e repressioni in tutto il mondo. Ci sentiamo ora in obbligo di rispondere all’appello disperato dei. Centocinquanta reporter afghani chiedono protezione e aiuto perché sono sicuri obiettivi dei talebani. Sono tanti i colleghi assassinati in Afghanistan, anche francesi e tedeschi, 15 afghani solo nell’ultimo anno e mezzo e tante giornaliste come Malalai Maiwand a Jalalabad”. Questo è quanto si legge nell’appello rivolto dai giornalisti italiani al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al premier Mario Draghi e al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ma non tutti pensano che i riflettori della stampa afghana e internazionale devono essere allontanati da quel Paese perché rappresentano la forza vitale, la “prima linea” che può ancora seguire gli eventi e raccontarli al mondo. “Sono 30 anni che vado in Afghanistan ho tanti amici, tanti giornalisti, se sono preoccupato, certo si molto, alcuni devo portarli via di lì perché rischiano troppo”: così commenta gli eventi Lorenzo Cremonesi, inviato speciale dal Medio Oriente del Corriere della Sera. “Ma è anche vero che tutti questi appelli a lasciare il paese mi lasciano senza fiato: stiamo abbandonando la nave, uomini e donne dell’informazione che abbiamo formato noi, bella gente, veritiera, aperta al mondo, li stiamo portando via terrorizzati, forse dovremmo aiutarli tutti a restare e a resistere, a scrivere a riprendere nelle loro mani la professione, a supportarli garantendogli la vita e il loro giusto peso in questo nuovo stato”, continua Cremonesi. “Sono andato a Kabul, ma volevo restare assumendomi le mie responsabilità. Non credo che ai talebani interessi una cattiva immagine, è gente molto dura, sono combattenti e non sono più quelli del 2001, distrutti, incattiviti e feroci. Noi gli stiamo portando via la società civile, quella dotta, colta, forse è un passo che va negoziato bene e senza vantaggi per noi, ma solo per chi decide di rimanere con il supporto della comunità internazionale e di importanti mediatori”. La grande evacuazione con la morte dei giovanissimi marines e le oltre 200 vittime rimaste uccise sui bordi di un rio invalicabile vicino ai cancelli dell’Abbey Gate dell’aeroporto di Kabul è stata definita una operazione folle. Ma qualcosa è accaduto laggiù di insensatamente forte e accadeva sempre: “Abbiamo portato fuori da Kabul all’Abbey Gate 115 persone, nostri collaboratori, dipendenti, ex collaboratori e anche un traduttore di RAI2. E’ stata una lotta contro il tempo, con la folla che premeva ai cancelli dell’aeroporto, i cellulari che si scaricavano, i taxi disponibili alle ricariche e a far riposare i bambini piccoli esausti, le paure, i drammi di chi perdeva figli e amici nella calca, la nostra preghiera di urlare i nomi dei nostri operatori nella notte per farli avvicinare al gate”: così racconta Roberto Bruni, Chief Executive Officer della Ciano International. “Ora che siamo esausti non abbiamo ancora finito, c’è ancora molto da fare in Afghanistan e qui in Italia per farli vivere in dignità e sicurezza. A Kabul la situazione, da nostre fonti, è drammatica. Stiamo cercando di capire quale confine può concedere il passaggio, l’Uzbekistan è chiuso, così il Tagikistan, solo l’Iran rimane aperto agli afghani hazari e ai tanti giornalisti e professionisti che sono riusciti a uscire dal paese. Il Pakistan sta “selezionando” i permessi umanitari e come sempre applica le sue politiche. Auspichiamo una soluzione umanitaria congiunta, una certezza di espatrio in sicurezza per le migliaia di persone che ancora devono e vogliono lasciare il paese”.

8/21/2021

NATO allies pushing to extend Kabul evacuation deadline

Allies have raised the need to extend the deadline beyond August 31 in order to get more people out of Afghanistan. Several NATO nations have proposed that Kabul airport remain open for evacuations beyond the current deadline of August 31, NATO Secretary General Jens Stoltenberg has told a news conference after a meeting of alliance countries’ foreign ministers. In his opening remarks on Friday, Stoltenberg called it NATO’s priority to get people out of Kabul and keep the airport running. “The US has stated that the timeline ends on August 31, but several of our allies raised … the need to potentially extend that to be able to get more people out,” he said. Stoltenberg described the situation outside Kabul airport as “very dire and difficult”. Thousands of foreign nationals and people who may be under threat from the Taliban are desperately trying to get into the airport. “[The allies] see that with the current pace, we were not able to get all the people that want to get out by the end of that timeline,” Stoltenberg told Al Jazeera later in an interview, adding that “It’s an extremely unpredictable and difficult situation around the Kabul airport.” He said the challenge was not so much transporting people from Kabul but getting them to the airport in the first place, and this was “an urgent need”. “Many allies made clear that they are ready to host Afghans … to have temporary staging areas to process. But many allies also expressed willingness to resettle Afghans who work for us, Afghans at risk on a more permanent basis,” Stoltenberg said. “We have a lot of planes in the area which can help people out. The challenge is to get them to the airport.” More than 18,000 people have been flown out since the Taliban took the capital Kabul, according to the transatlantic alliance. Stoltenberg said at the press conference that many of the 30 NATO nations had sent planes to evacuate vulnerable people, but there was more capacity on those aircraft than there were people ready to board them because of the chaos outside the airport. Stoltenberg thanked Turkey, the United States and the United Kingdom for their efforts to establish security at Kabul airport, and again urged the Taliban to allow the safe passage of all foreign nationals and Afghans seeking to depart the country. Although the deadline for the withdrawal of thousands of US troops who are crucial for securing Kabul airport is August 31, US President Joe Biden said this week that they may stay longer to facilitate the evacuation of Americans. One of the main hurdles for people looking to leave Afghanistan continues to be the perilous journey to Kabul airport. The US has so far been unable to ensure safe passage to US citizens or others, although it has said it had gotten assurances from the Taliban that they won’t block people from getting there. But reports from the ground suggest otherwise. Thousands of Afghans clutching papers, children and some belongings still thronged the airport where gun-toting Taliban fighters ordered those without travel documents to go home. In and around the airport, 12 people have been killed since Sunday, NATO and Taliban officials said. After almost two decades, NATO this summer completed military operations in Afghanistan and withdrew most troops from the country following Biden’s decision to end the war. The alliance still has diplomatic representation in Kabul. Headquartered in Brussels, it also serves as a forum to coordinate national measures in Afghanistan, such as the evacuation of citizens. NATO foreign ministers warned the Taliban on Friday not to let Afghanistan become a breeding ground for “terrorism”. The group was overthrown from power in 2001 after a US-led invasion launched following the September 11 al-Qaeda attacks on the US. “For the last 20 years, we have successfully denied terrorists a safe haven in Afghanistan from which to instigate attacks,” the ministers said in a statement after their virtual meeting. Stoltenberg said earlier this week that NATO had “capabilities to strike terrorist groups from a distance” if groups try to re-establish themselves in Afghanistan and plan attacks against allied countries.

8/19/2021

Afghanistan: tornano i talebani e per i giornalisti è già cambiata l’aria

Caffè dei Giornalisti Afghanistan by Adriana Fara “Acque inesplorate”: così è stata definita, da un funzionario di Stato americano sul Washington Post, l’attuale situazione in Afghanistan. Forse, per “leggere” le immagini degli elicotteri sui tetti e nelle aree delle sedi diplomatiche di Kabul è importante, oggi, ascoltare le parole dei leader talebani che con arte comunicativa, in questo caso, da “acque calme” mitigano il colpo di mano. Doha è una potenza mediatica straordinaria: li ha istruiti. Trasformati in mediatori, e li conduce per mano alla presa del potere. Il disegno è compiuto nell’area del Golfo e nell’Asia. “Situazione ribaltata in una manciata di ore, certo che ci saranno vendette, chi ha collaborato con gli americani è traditore, va cacciato, cercato e passato per le armi”: questa l’analisi dritta e reale di Domenico Quirico, inviato de La Stampa. “Non possiamo pensare che il governo talebano vada a stringere la mano a chi per 20 anni lo ha combattuto su per le montagne, con droni e armi di precisione”, continua Quirico. “Siamo davanti a una svolta annunciata, mal gestita, disperata. La loro intelligence è ormai istruita, sono capillari, sono stati per anni anche dell’esercito afghano, sanno tutto, hanno informazioni su tutti giornalisti, attivisti, operatori umanitari. Tutti bruciano i documenti, ma gli elenchi sono già nei loro file, non sono come 20 anni fa, fanno comunicazione ad altissimi livelli, postano video, sono eleganti e le loro conferenze stampa da Doha parlano chiaro. Ma ciò che c’è oltre, quello che non si vede, lo scopriremo presto nei prossimi mesi o forse prima. “Smettiamo di vivere nella Green Zone delle grandi città e guardiamo in faccia il pericolo, quello vero”. Secondo il Washington Post un’ondata di omicidi negli ultimi 18 mesi ha preso di mira giornalisti, accademici e sostenitori della pace. Amed Khan, un filantropo e difensore dei diritti umani di New York che ha lavorato per evacuare gli afgani a rischio, ha affermato che tra i richiedenti SIV ci sarebbero gli attivisti per i diritti delle donne, difensori dei diritti umani, educatori, attori e giornalisti. La lista “cresce di minuto in minuto”. “Solo TOLO News è rimasta aperta e da un giorno sono tornate le giornaliste”, così descrive la situazione attuale Syed Hasnain, presidente dei Rifugiati Afghani in Italia. “Diverse radio sono state chiuse e anche tre televisioni; le altre, hanno accettato di moderare molto i loro commenti politici sulla situazione attuale al governo, certo è l’unico modo per rimanere aperte e dare un servizio pubblico ormai molto compromesso. I talebani hanno disarmato tutte le security delle redazioni, per prima TOLO News, non bisogna farsi suggestionare dai loro modi al momento gentili, noi sappiamo chi sono, e sappiamo ben poco di ciò che sta accadendo fuori Kabul. Troppe le minacce contro i giornalisti e le esecuzioni, i rapimenti, le intimidazioni. Date aiuto a chi vuole scappare, fatelo senza esitazioni, tantissimi sono in pericolo di vita”. Il CPJ – Committee to Protect Journalists – è profondamente preoccupato per la sicurezza di centinaia di giornalisti locali e operatori dei media. “L’amministrazione Biden può e deve fare tutto ciò che è in suo potere per proteggere la libertà di stampa e difendere i diritti dei giornalisti, fotografi e operatori dei media afgani”, sostiene Joel Simon. Ben oltre 300 giornalisti stanno tentando di mettersi in salvo; a oggi, l’organizzazione ha registrato e controllato 45 casi ad alta priorità in cui la minaccia dei talebani è chiara e imminente, molte sono giornaliste che hanno firmato reportage sui diritti delle donne, 127 i casi di membri dei media afghani che affrontano rischi significativi, insieme a 119 giornalisti collaboratori di testate statunitensi. Il CPJ ha ricevuto ulteriori 475 richieste di assistenza via e-mail, che sono in fase di revisione e le informazioni sull’identità dei giornalisti sono state messe a disposizione dagli Stati Uniti, alla Comunità Europea e a molti altri governi disponibili a evacuare o accettare giornalisti nei loro paesi. E c’è chi parte. Chi ha passato una giornata intera davanti all’Ambasciata dell’Afghanistan, quattro colleghi italiani freelance, tra i quali Barbara Schiavulli, direttore di Radio Bullets:”Abbiamo il visto e restiamo in attesa che la situazione dei voli torni normale e poi partiamo, siamo convinti che sia necessario andare a raccontare, vedere, descrivere la situazione, non possiamo tirarci indietro proprio adesso, ci sono molti giornalisti internazionali e noi dobbiamo essere lì”. Abbiamo raggiunto il segretario generale Raffaele Lo Russo per un commento: “Sono atti di coraggio, doverosi, per seguire storie importanti, non si può tacere anche se le condizioni del paese sono a dir poco disastrose e drammatiche, ma proprio per questo. Il dovere della Farnesina è invece quello di garantire i rimpatri a chi lo chiede anche ai giornalisti che lavorano sul campo in condizioni di difficoltà e scarsa sicurezza”. Le liste di persone da evacuare nel nostro presidio diplomatico all’aeroporto di Kabul sono lunghe, oltre 4.000 nomi: tra questi i nostri connazionali, collaboratori, medici afghani e le loro famiglie, come nel caso dell’Associazione International Help di Torino che ha chiesto i visti umanitari per lo staff della sua Clinica a Kabul. E gli elenchi si allungano con il passare delle ore anche per i magistrati e i giudici. Sono 250 le giudici donne nel paese e rappresentano 11% della magistratura; tutte sono regolarmente oggetto di intimidazioni e aggressioni, due di loro sono state giustiziate già a gennaio. Quasi tutte vivono e lavorano a Kabul e il timore per la loro vita è alto: Tayeba Parsa è ancora più a rischio in quanto appartiene alla minoranza hazara shiita. Molti dei loro nomi sono nelle liste umanitarie per l’evacuazione.

8/07/2021

9/11 families pressure Biden to declassify US files on Saudi role

Survivors push for clarity as the 20th anniversary of the al-Qaeda attacks that killed nearly 3,000 nears. Family members of the victims of the September 11 attacks are opposing US President Joe Biden’s participation in memorial events unless he declassifies government documents that they contend will show Saudi Arabian leaders supported the attacks. The victims’ family members, joined by first responders and survivors of the attack, released a letter on Friday as the attack’s 20th anniversary nears calling on Biden to skip this year’s memorial events unless he releases the documents. Keep reading Accused 9/11 mastermind open to testimony against Saudi Arabia In Pictures: Afghans sift through leftovers of US occupation Donald Rumsfeld, US defence chief during Iraq war, dies at 88 Afghan forces plan counterattack against Taliban in north: Report “Twenty years later, there is simply no reason – unmerited claims of ‘national security’ or otherwise – to keep this information secret,” the letter stated. “But if President Biden reneges on his commitment and sides with the Saudi government, we would be compelled to publicly stand in objection to any participation by his administration in any memorial ceremony of 9/11.” In total, about 1,700 people directly affected by the September 11 attacks signed the letter. The Saudi embassy in Washington did not immediately respond to a request by the Reuters news agency for comment. Saudi Arabia has insisted it had no role in the attacks. Family members of the September 11 victims have long sought US government documents related to whether Saudi Arabia aided or financed any of the 19 people associated with al-Qaeda who carried out the devastating attack. Al-Qaeda operatives crashed three commercial jet planes into the twin towers of New York’s World Trade Center and the Pentagon outside Washington, DC. A fourth hijacked place believed to be targeting the US Capitol building crashed in a Pennsylvania field. Nearly 3,000 people died. White House officials have had several meetings with groups representing the September 11 families regarding their document requests, White House Press Secretary Jen Psaki said on Friday. “Our hearts are with the families who lost loved ones on 9/11, especially in these days preceding the 20th anniversary of the attacks coming up just next month,” Psaki said. Biden is committed to “work constructively on resolving issues” through the Justice Department related to making public still secret US documents, she said. On Thursday, a group of influential US senators announced support for a bill that would push the Justice Department, the CIA and Director of National Intelligence to release additional information about the September 11 attacks. “If the United States government is sitting on any documents that may implicate Saudi Arabia in the events of 9/11, these families and the American people have a right to know,” said Senator Bob Menendez, a Democrat from New Jersey who is chairman of the Senate Foreign Relations Committee. Fifteen of the 19 hijackers were from Saudi Arabia. A US government commission found no evidence that Saudi Arabia directly funded al-Qaeda. It left open whether individual Saudi officials may have. Saudi Arabia is being sued for billions of dollars by the families of roughly 2,500 of those killed, and by more than 20,000 people who suffered injuries, businesses and various insurers. Source: Al Jazeera and news agencies

6/27/2021

The man who frees enslaved Yezidi women from the clutches of IS

https://syriacpress.com/blog/2021/06/20/the-man-who-frees-enslaved-yezidi-women-from-the-clutches-of-is/?fbclid=IwAR3DCRiY6usMx4Lp2ybDUzjVx3RiHU6h_kNQtkWUMNyW2Sxr92vyz5SwUk4" The terrorist militia IS is still holding around 2,800 Yezidi women as slaves. Mahmoud Rasho has made it his mission to find them. For him, this is life-threatening — because IS has targeted him. WELT met him. 20/06/2021 This article was originally published by Die Welt on 8 May 2021. The original can be found here. By Alfred Hackensberger, Sebastian Backhaus (photos) Gumar Gharbi feels like the end of the world. A village of 25 houses, many of them abandoned, a few clucking chickens and barking dogs. Far and wide, only flat land. Not even at night can you make out a light somewhere in the distance. “More than half of the families have emigrated from here to Germany,” says Mahmoud Rasho, one of the Yezidi residents who stayed. He does not want to give up his home village, which is located in the vicinity of the city of Hassaka in self-governing North and East Syria. “Someone has to stay,” says the man in the dark blue suit with a grin as he welcomes people to the large entrance terrace of his house. But the 38-year-old Yezidi is not only concerned with preserving his village. Rasho has another important task to which he has dedicated himself body and soul. As chairman of the Committee for Abducted Women in North and East Syria, he has been searching for Yezidi women abducted by the Islamic State (IS) for years. In 2014, the fighters of the terrorist militia invaded Sinjar, the home of the Yezidis in Iraq, like vandals. The jihadists murdered thousands of men and elderly women, burying them in over 70 mass graves. The younger Yezidi women, on the other hand, a total of 6,500, were abducted by the IS as labor and sex slaves. That was more than six and a half years ago. But not all of the stolen women have returned home. “Three thousand one hundred and forty-six are still missing,” Rasho begins. Over 300 are believed to have been killed. “And 2,800 women remain in captivity today.” Online Auctions are a Popular Marketplace Actually, this should hardly be possible. After all, the IS caliphate was crushed in 2017, and the last of the terror militia’s forces were defeated in Syria in 2019. “The fighters took their female slaves with them as they fled,” Rasho explains. Others, he says, had already been sold on before the demise of IS and exported like a commodity to other countries. International trafficking in women under the guise of Islam. “The women are now scattered all over the region,” says Rasho gloomily. They can be found in Iraq, Syria, Turkey, some have even turned up in Libya and Saudi Arabia. Only in February, the case of a Yezidi girl in Turkey became known, showing how widespread and current the problem still is. The Yezidi girl, only seven years old, had been offered for sale on the internet. The police pretended to be the girl’s family and auctioned her off as the highest bidder. Afterwards, they were able to locate the girl’s whereabouts and free her. Online auctions are a popular marketplace. In July 2020, a former IS member from Mosul offered a 24-year-old Yezidi girl he had bought on the internet two years earlier. She was living with his two wives and four children in Turkey — until the police found out about him too. There is simply no end to the suffering of the Yezidis. The disappearances have become a collective trauma for the ethno-religious minority. Half of the original 400,000 Yezidis in Iraq continue to live in refugee camps. The reconstruction of the destroyed Sinjar region is progressing only slowly. Even the electricity and water supply is still not functioning nationwide. “The Women were Brainwashed” The Yezidis are used to discrimination and persecution. They are an integral part of their millennia-old history. “We experienced a total of 74 genocides,” says Rasho, holding one of his two sons in his arms. On the wall in the living room hangs a picture of the blue peacock above the window. It symbolizes Melek Taus, the chief angel of Yezidism, a monotheistic natural religion older than Christianity. In the eyes of IS, Melek Taus stood for Satan. This falsely made the Yezidis “devil worshippers” — and inferior human beings, useful only as slaves. The IS religious authority set rules for slavery. Also for sexual abuse, because the fighters of the terror militia were supposed to rape Yezidi women “in accordance with Islam”. According to the autonomous Kurdish region in Iraq, a total of 13 Yezidi women committed suicide in the first two months of this year. They had all been prisoners of IS and could no longer bear their traumatic experiences. The Search for the Yezidi Women “Although it would only be positive for them, many women do not identify themselves as Yezidis,” says Rasho. “We encountered this phenomenon especially in Al-Hol camp.” He is referring to the largest internment camp for IS members in North and East Syria. It was originally planned for 20,000 people, but burst at the seams when IS was crushed in early 2019. More than 40,000 women and children left Baghuz, the terror militia’s last contested bastion on the Euphrates, at that time. Among them were 400 Yezidi women, only a few of whom revealed their true identities. Rasho made it his mission to find them. “The women were brainwashed,” Rasho explains. “Some were so small at the time of the abduction that they forgot their names, language and culture.” They couldn’t remember their parents or where they were actually from. “Others are still totally intimidated and very afraid,” Rasho adds. IS still controls the overcrowded Al-Hol camp. All women have to wear the black, floor-length abaya with the niqab as a face veil, which further complicates the search. Rasho and his staff have only been able to locate almost all the Yezidi women with great patience, perseverance and many tricks. “Of course, we interview the liberated women and present them with photos of other Yezidis,” says Rasho. “But that is not enough.” To succeed, it takes unconventional measures — and sometimes chance helps. For example, the 38-year-old recruited an Arab woman from Iraq. She had lost her child while fleeing. Rasho was able to find it for her. Out of gratitude, she became an informant in the camp and searched for hidden Yezidi women. Rasho also walked alone through the long rows of tents at night. On a cold, rainy day last winter, this is how he found two twelve-year-old boys. Their tent had collapsed from the wind and water. “They were freezing and whimpering,” he recalls. “I gave them tea, some food and blankets.” At one point he approached them about their long, light hair. “They identified themselves as Yezidis, knew other boys and girls, and they in turn knew others,” he recalls with a smile. “It was a huge chain reaction.” IS Threatens the Rescuers During the actual rescue operations, he and his colleagues are always accompanied by soldiers. It would be too dangerous alone. Rasho regularly receives threats from IS. “Once they even put a bomb with a remote detonator on the road,” he says. “But luckily I changed cars that day on my way home from Al-Hol camp.” Rasho suspects that there are still up to 50 Yezidi women in the internment camp. Last month, the security services had combed parts of the camp in a large-scale operation. They found weapons, computers, phones and were able to arrest some wanted IS leaders. But to Rasho’s great disappointment, they did not come across any Yezidis. Yet he was on the trail of five women about whom he had received promising information. They were eleven and twelve years old girls when IS abducted them. Rasho believes it is only a matter of time before they and all the others are found in the Al-Hol camp. He is much more concerned about the women who have been taken to other regions of Syria and other countries. Rasho is in contact with women in Idlib province, which is dominated by radical Islamists. He also gets messages from Iraq and Turkey. In Libya, he knows of Saudi and Palestinian emirs of IS who have taken Yezidi women there. “Freeing them is very, very difficult,” he says, somewhat resignedly. However, Rasho does not want to give up. He wants to keep going as long as there are still captive Yezidis, wherever that may be in the world. You can follow Alfred Hackensberger via Twitter @hackensberger and on his blog.

6/24/2021

"Tacciano le Armi" di Fara, Stranges e Bariona, Edito da Eugraphia

TACCIANO LE ARMI Finalmente è in stampa "Tacciano le armi", il saggio di Adriana Fara, Stefano Stranges e Marioluca Bariona che ha preso spunto dalla visita di Papa Francesco in Iraq nei primi giorni di marzo 2021 per tracciare un quadro generale obiettivo e oggettivo di quell'area sempre turbolenta del medioriente (basti ricordare le vicende del Kurdistan, quelle legate all'ISIS e la sempre attuale questione palestinese, libanese, siriana...). Il volume, interamente a colori, apre la nuova collana di saggistica e manualistica Skepsi di Eugraphia. Si avvale delle splendide foto dei reporter Stefano Stranges e Marioluca Bariona, che hanno contribuito anche con un paio di articoli, della profonda conoscenza del territorio e dei testimoni di questo tempo della giornalista Adriana Fara e degli interventi di Aelen di Bertella, di Ivana Borsotto, Presidente della Focsiv che ha patrocinato il libro e la trasferta degli autori al seguito del Papa, di Riccardo Cristiano, di Seivan M. Salim e delle interviste agli alti prelati del territorio. Il volume è interamente bilingue italiano/inglese e si è avvalso dell'amichevole collaborazione della traduttrice Alessandra Mariano. Le presentazioni prossime del libro e le mostre abbinate delle splendide foto d'autore saranno successivamente comunicate. Il volume è già disponibile in pre-vendita direttamente dallo shop dell'editore sul link https://www.eugraphia.com/shop-eugraphia/ In occasione del lancio, tutti coloro che prenoteranno l'opera entro il 30 giugno ore 24:00, potranno usufruire di: SCONTO 5% SUL PREZZO DI COPERTINA + ULTERIORE SCONTO PARI AL COSTO DI SPEDIZIONE DELL'OPERA. Sono personalmente lieto d'essere l'editore di questo importante lavoro, poiché in questo nostro tempo ogni problema politico-sociale che investe anche quelle zone apparentemente lontane dalla nostra quotidianità finiscono per riverberarsi, anche pesantemente, su di essa. Di fondamentale importanza è stato il messaggio di Papa Francesco di mediazione tra religioni, tra modi di essere, tra civiltà che, nonostante tutto, hanno tuttora le medesime radici e le medesime origini. Sarebbe davvero ora che TACCIANO LE ARMI, in ogni continente, in ogni luogo.

5/25/2021

Yoosef Lesani a Torino, per la causa della sua Sulaimani

https://caffedeigiornalisti.it/yoosef-lesani-a-torino-per-la-causa-del-kurdistan-iraniano/ La città di Sulaimani, o Al-Sulaymaniyah, come è conosciuta in arabo, si trova a nord-est dell’Iraq, a sud-est del Kurdistan; una città in rinascita tra “tre frontiere”, il suo mix culturale e etnico. Da sempre è un’importante meta turistica, con la sua montagna Halgurd di 3607 metri di altezza, ma non solo: rappresenta l’area più interessante, politica e culturale del Kurdistan iracheno. Ben cinque università spiccano nella zona, tra le quali dal 2007 l’American University of Iraq, che ha rappresentato per l’area un passo strategico nella formazione di altissimo livello internazionale; è solo in lingua inglese e con un programma riconosciuto dagli Stati Uniti (ESL). Società aperta, liberale e tollerante rispetto ad altre città del Kurdistan, Al-Jazeera la considera un “energetico mix” ed è proprio questa vivacità che ha dato rifugio e patria ai grandi e importanti movimenti politici provenienti dall’Iran e culturali in Kurdistan; non è solo poesia, scienza e sviluppo, ma raccoglie in sé, storicamente, gruppi politici ancora attivi in certe aree della provincia che ne determinano e influenzano i rapporti interni e gli accordi internazionali, i loro leader vivono in Europa e in America e la rete è ancora attivissima. Centro universitario e letterario, tanti giornalisti, fondatori di giornali, diventati poi poeti internazionali, scrittori e intellettuali europei. Yoosef Lesani, farmacista, importante politico iraniano conosce bene Souleimani, da tanti anni vive e lavora a Torino. Vicepresidente dell’ Associazione Iran Libero e Democratico, non può più tornare a Sulaimani in Kurdistan e in Iran dov’è nato, ma è rimasto attivo in Europa come tanti altri in Germania e in Francia. Abbiamo chiesto a Yoosef Lesani quanto i media internazionali sono sensibili alla loro causa. “Certo, quella parte della stampa internazionale che è relativamente imparziale, lascia lo spazio all’attività democratica di CNRI – Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana”, commenta deciso sui media del Vicepresidente dell’Associazione Iran Libero e Democratico. “Molti giornalisti indipendenti scrivono degli articoli sui giornali digitali. Alcuni paesi hanno scelto una politica di accondiscendenza con il regime iraniano per motivi commerciali, economici e geopolitici. Ma moltissimi parlamentari e senatori in diverse occasioni e da diversi paesi nel mondo hanno sostenuto CNRI soprattutto la piattaforma dei 10 punti del Presidente CNRI di Maryam Rajavi per il futuro democratico dell’Iran”. A Torino, il 22 maggio alle ore 15, si parlerà proprio di Iran nel Dibattito Pubblico per un Iran Libero, Laico e Democratico nella Sala delle Colonne del Comune di Torino. Saranno presenti: la Sindaca Chiara Appendino, Marco Giusta Assessore ai Diritti, Cinzia Carlevaris Presidente della Commissione Consigliare dei Diritti e delle Pari Opportunità, Tullio Monti e Yoosef Lesani Presidente e Vicepresidente dell’Associazione Iran Libero e Democratico, Giulio Terzi di Sant’Agata Diplomatico, Valter Coralluzzo Relazioni Internazionali Università di Torino. “La vita degli intellettuali dissidenti in Iran è sempre a rischio perché la teocrazia e l’oscurantismo non li tollera”, continua Yoosef Lesani. “Diversi intellettuali sono stati assassinati da sicari del regime, ma tutto sommato il movimento degli intellettuali in Iran ha una vita clandestina. Anche all’estero il regime iraniano non ha risparmiato alcuni di noi, molti sono membri di Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI) e molti altri si trovano attorno a esso”. Il tributo alla causa di Sulaimani e dell’Iran democratico è molto alto; come Sherko Bekas, noto poeta, giornalista ed intellettuale fuggito anche lui in Europa. Fino a Musa Anter, scrittore, giornalista, drammaturgo di grande fama, incarcerato dodici volte per reati d’opinione a causa del suo impegno politico e contro le violazioni dei diritti umani e assassinato il 20 settembre 1992, a 74 anni, da uno “squadrone della morte” nelle strade di Diyarbakir. O Sara Omar, nata il 21 agosto 1986 a Suleimani, autrice danese-curda, attivista per i diritti umani e poeta. È la prima giornalista e scrittrice donna del Kurdistan riconosciuta a livello internazionale. Ha iniziato come poeta e ha pubblicato diversi articoli critici sui media mediorientali. Sara Omar è cresciuta in Kurdistan ma è diventata una rifugiata di guerra alla fine degli anni ’90 e ora vive in Danimarca. Sono ancora tanti i giornalisti curdi che negli ultimi 30 anni sono stati costretti a lasciare il paese, la lista è lunga. “Credo sia evidente che l’Iraq potrebbe svolgere un ruolo molto positivo e costruttivo nel cambiamento geopolitico Mediorientale, per la sua capacità e le risorse e sono proprio gli iracheni, soprattutto i giovani che hanno una grande voglia di andare avanti”. Così Lesani va oltre con lo sguardo e analizza la situazione irachena. “Ma l’ostacolo principale rimane sempre la presenza egemonica ed l’ingerenza del regime iraniano attraverso i miliziani sciiti filo iraniano che sono organizzati e finanziati dal regime con l’obiettivo di destabilizzare la fragile stabilità irachena. Negli ultimi anni diverse volte gli iracheni hanno manifestato contro la presenza e l’intervento iraniano, le recenti proteste dei giovani iracheni, come domenica 9 maggio con l’assalto al consolato iraniano nella città meridionale irachena di Karbala”. (Nella foto, courtesy Marioluca Bariona: panoramica di Sulaimani, o Al-Sulaymaniyah nel Kurdistan iracheno a 30 chilometri dal confine con l’Iran)

4/26/2021

House votes to limit arms sales to Saudi Arabia over Khashoggi killing

By Ivana Saric AXIOS The House voted 350-71 Wednesday evening to pass legislation that would limit U.S. arms sales to Saudi Arabia as a consequence of the 2018 killing of journalist Jamal Khashoggi by Saudi forces. Why it matters: President Biden came into office promising a "recalibration" of the U.S.' relationship with the Kingdom, as some critics say the U.S. hasn't gone far enough to punish Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman. Flashback: Rep. Gerry Connolly (D-Va.) reintroduced the bill in February, noting its intention is to hold Saudi Arabia accountable for the killing of Khashoggi. "Justice for Jamal demands a complete re-evaluation of the U.S. relationship with the Kingdom. The Protection of Saudi Dissidents Act will do that," Connolly said a the time. The big picture: The "Protection of Saudi Dissidents Act of 2021" would restrict the sale and export of arms unless the White House "certifies to the Congress that the Saudi government is not violating the human rights of dissidents or detainees." Of note: The president would be able to waive the limit in cases of national security necessity. The bill would require the White House to report to Congress about the repression of dissidents in Saudi Arabia. The halt would apply for 120 days, with the option to be renewed for a total of three years. What's next: The bill will go to the Senate for a vote.

3/27/2021

Gli occhi del mondo su Erbil, la visita del papa e il Mediterraneo dimenticato dalla stampa

ERBIL – by Adriana Fara - Photo di Stefano Stranges e Marioluca Bariona «Tacciano le armi», come ha sostenuto nel suo primo discorso a Baghdad Papa Francesco, parlando a tutti. E le armi hanno taciuto mentre i canti e i preparativi fervevano a Erbil. In un frenetico pomeriggio nel Kurdistan iracheno, in attesa dei Media Press Pass for Pope Francis per il 7 marzo allo Stadio Franso Hariri, può capitare di chiedere indicazioni a due ragazzi siriani che, invece di mandarti nella chiesa caldea che cercavi da 20 minuti, ti dirottano su un’altra chiesa ad Ankawa, Saints Peter and Paul nel sobborgo di Mar Auda, nel quartiere cristiano della città. E con grande sorpresa scopri di essere al centro della grande prova generale del comitato di accoglienza del Papa. Ben 200 ragazzi, tra i 5 e i 12 anni, impegnati con i loro insegnanti di lingua italiana nel più simpatico e spensierato motivo di benvenuto; un appuntamento unico per loro, sotto la scaletta dell’aereo papale, sulla pista dell’aeroporto americano di Erbil, sotto gli occhi di tutta la sicurezza del mondo. Per giornalisti e fotoreporter questa è la formula giusta: per errore, nel posto giusto e al momento giusto. Di questi momenti ne abbiamo vissuti diversi nei dieci giorni in Iraq, spesso per caso o anche insieme ai colleghi curdi e iracheni nel Saad Abdullah Conference Hall, all’entrata del Sami Abdulrahman Park della città la mattina del 7 marzo a Erbil, alle 6 per il controllo passaporti, e per l’avvio di quella che sarebbe diventata una giornata speciale. Aeroporto di Erbil, l’arrivo di papa Francesco da Baghdad. Fotografia di Stefano Stranges «Siamo più di 300, ci terranno qui fino alle 7, poi la sicurezza sposterà tutti noi in aeroporto con i bus. Ieri sera sono state fermate quattro persone, c’era movimento in alcune zone di Erbil». Parlo con Sayed, lavora come freelance per una radio curda e, mentre prendiamo il caffè nell’unico posto di ristoro, gli confermo la tensione della sera prima, vissuta anche vicino al nostro compound; alle 3.15 e alle 5 del mattino, spari neanche tanto lontani, vicino alla nostra casa in area periferica di Erbil. Poi il nostro autista confermerà i posti di blocco dell’esercito e alcuni fermi. Seivan Salim è l’unica fotoreporter curda presente al Saad Abdullah Conference. È di Duhok, nel Kurdistan iracheno. Rifugiata politica in Iran, ha studiato psicologia a Guilan, è tornata nel 2012, ha lavorato per Rudaw e l’Associated Press Agency, e poi su diversi progetti con agenzie umanitarie: UNESCO, UNICEF, UNFPA, War Child e The Lutheran World Federation. «La situazione dei media in Kurdistan è quella che vedi: è partitica, nulla di nuovo per noi. La stampa è in parte assoggettata, controllata, ma ci sono modi per poter lavorare». Parla con attenzione, Seivan, si avvicina più ai giornalisti stranieri che quelli locali, li saluta, ma si occupa prevalentemente di noi italiani. «Sono forse l’unica fotoreporter curda. Nel mio mestiere non ci sono donne. Ricordo tre anni fa un’altra ragazza non di Erbil. È difficile fare questo mestiere, anche se i colleghi sono sempre molto gentili». Seivan è stata istruttrice di fotografia per ragazze yazidi IDP a Dohuk, i suoi sono stati pubblicati da National Geographic, Le Monde, The Guardian, Daily Beast, Sunday Times e Daily Mail. La più straordinaria opera di Seivan è intitolata Escaped e tratta delle donne yazidi salvate: è stata esposta a Ginevra, Praga, Lubiana. Una mostra di tre mesi presso la sede delle Nazioni Unite a New York per due anni consecutivi e, più recentemente, in Kurdistan al Memoriale Nazionale di Barzani a Barzan e all’Institut Francais a Erbil. L’incontro con Seivan è determinate, lei ci dice come lavorare nel suo paese: «Mio marito è un videomaker-regista, lavoriamo spesso insieme, ma stiamo attenti. Anche in questi giorni è necessario stare attenti, vedi che la sicurezza non ti perde di vista». E non aveva torto Seivan, ma le notizie su quei giorni sono state date ai media solo ora. I servizi antiterrorismo iracheni (ICTS), il 16 marzo, hanno catturato un terrorista dello Stato islamico (ISIS) in un’operazione condotta nel distretto Abu Ghraib di Baghdad, ha annunciato un portavoce militare. L’arresto è stato uno dei numerosi raid contro le forze dell’Isis in tutto l’Iraq, ha dichiarato Yehia Rasool, Spokesman of the Commander-in-Chief delle Forze Irachene; le forze di sicurezza che hanno trovato un covo dell’Isis nell’area di Wadi al-Shai di Kirkuk e hanno condotto un’operazione di ricerca per i militanti nella provincia di Diyala. L’ufficio di sicurezza iracheno ha annunciato su Telegram che l’intelligence è riuscita ad arrestare un terrorista nel distretto di Daquq di Kirkuk; l’ISIS, a sua volta, ha affermato su al-Naba di aver ucciso e ferito almeno 36 persone in 21 attacchi in Iraq dal 4 marzo al 10 marzo. Giorni importanti, carichi di tensione durante gli spostamenti dal 4 all’8 marzo di Papa Francesco in Iraq, il lockdown regionale per il Covid e le frontiere molto sorvegliate, come fossero zone-cuscinetto. Rasool, a febbraio, ha avvertito della continua minaccia dell’ISIS, soprattutto nel vuoto di sicurezza nelle aree contese tra Erbil e Baghdad. Rudaw Media Network ha una rete di notizie curde che trasmette in Medio Oriente, Europa, Africa, Asia, Pacifico, Canada e Stati Uniti. Sarà proprio per tale riconosciuta professionalità che, durante la messa del Papa allo Stadio Hariri ad Erbil, un collega ha voluto approfondire il discorso fatto da Francesco su “Gesù nel Tempio” proprio con noi italiani: «È in italiano, anche se tradotto è un concetto importante, fondamentale, andrebbe approfondito, curato e reso comprensibile a tutti anche a noi musulmani». Rudaw è stato temporaneamente bandito nel Kurdistan siriano, a causa delle sue notizie di parte e delle presunte campagne diffamatorie contro i partiti politici curdi che si oppongono al Partito Democratico del Kurdistan della famiglia Barzani. Nel settembre 2017, la Turchia ha rimosso tre canali televisivi con sede nel nord dell’Iraq, compresa l’agenzia di stampa curda Rudaw. Il 28 ottobre 2017, l’ufficio dei Media della Commissione le Comunicazioni del Governo Iracheno ha emesso un decreto che ordinava la chiusura della trasmissione televisiva Rudaw, la messa al bando delle sue troupe e il sequestro delle loro apparecchiature in tutto l’Iraq. E proprio per questa ostinazione politica, non sono mancati i premi: World Association of Newspapers and News Publishers ha premiato Rudaw per aver esteso la sua portata a 100 milioni nei social media nel 2017. Il giornalista Majeed Gly, corrispondente curdo per Rudaw Media Network, è stato insignito del Ricardo Ortega Memorial Prize per i media radiotelevisivi dalla United Nations Correspondents Association (UNCA) presso la sua sede di New York. Immagine di Marioluca Bariona «È un popolo che vuole rinascere, che sta ricostruendo il tessuto sociale, anche attraverso nuove forme di comunicazione, anche reagendo gli attacchi dell’Isis», così commenta la visita del Papa Ivana Borsotto, neo presidente della Focsiv – Federazione degli Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontariato – rappresenta 87 ONG italiane che, da quasi 50 anni, lavorano con progetti di cooperazione allo sviluppo umano in oltre 80 Paesi in ogni parte del mondo e in Italia. «Sono molto affascinata anche dalla grande presenza delle donne in tutti i campi professionali, anche nel giornalismo. Torneremo con tutti i nostri soci per occuparci di loro, dei beni primari e con un aiuto fattivo alle comunità». Chi si occupa da sempre di comunicazione internazionale ha ben altri timori: «Spenti i riflettori, si sa bene cosa accade»: Giulia Pigliucci, capo ufficio stampa della Focsiv, commenta così queste intense giornate con Papa Francesco e le centinaia di giornalisti internazionali accreditati all’evento. «Il New York Times ci ha fotografato, eravamo lì davanti a Qaraqosh. Ma quanti di questi colleghi italiani andranno oltre l’evento? Siamo in Medio Oriente ma è anche casa nostra: noi viviamo sul Mediterraneo, ma ci occupiamo molto poco anche della nostra area geo-politica. I nostri quotidiani non seguono gli eventi come dovrebbero, questa è stata una missione storica, il Papa è stato “fermo” su questo viaggio così simbolico. È importante anche sottolineare come la nostra Cooperazione Italiana si è impegnata con un grande progetto per i prossimi tre anni in quest’area del mondo: questo è un incentivo in più a “collegarsi”, e a seguire con più attenzione ciò che accade in Iraq».

2/27/2021

US finds Saudi crown prince approved Khashoggi murder but does not sanction him

www.theguardian.com Stephanie Kirchgaessner in Washington Biden administration to target ‘counter-dissident’ activity and Saudi official but not Mohammed bin Salman personally. US intelligence agencies have concluded in a newly declassified intelligence report that Saudi crown prince, Mohammed bin Salman, approved the 2018 murder of the Washington Post journalist Jamal Khashoggi – but Washington stopped short of targeting the future Saudi king with financial or other sanctions. The four-page report released on Friday confirmed the long-suspected view that the 35-year-old future king had a personal hand in the violent murder of one of his most prominent critics, a columnist and former Saudi insider who was living in exile in the US and used his platform to decry the prince’s crackdown on dissent. The assessment’s release was accompanied by further actions from the Biden administration, including the unveiling of a new “Khashoggi policy” which is set to impose visa sanctions on individuals who, acting on behalf of a foreign government, engage in “counter-dissident” activities, including harassment, surveillance, and threats against journalists, activists, and dissidents. Khashoggi confidant Omar Abdulaziz: 'I’m worried about the safety of the people of Saudi Arabia' The US treasury also issued new sanctions against Ahmad Hassan Mohammed al Asiri, the former deputy head of Saudi Arabia’s General Intelligence Presidency, who it said was “assigned” to murder Khashoggi and was the ringleader of the operation, as well as several members of the hit squad that killed the journalist. Asked whether Joe Biden had concerns about Prince Mohammed’s position in Saudi succession, the White House press secretary, Jen Psaki, said it was for Saudi Arabia to “determine the path forward on their future leadership”. “I will say that the president has been clear, and we’ve been clear by our actions that we’re going to recalibrate the relationship,” Psaki said. Avril Haines, the director of national intelligence, told NPR that the report could complicate relations in the future. “I am sure it is not going to make things easier,” she said. But even as the Biden administration was praised for releasing the partially redacted assessment, there were hints of frustration in Washington that Prince Mohammed would not face personal accountability for the grisly murder. In Saudi Arabia, the mood was said to be one of relief. In a statement, the Saudi foreign ministry said the kingdom’s government “categorically rejects what is stated in the report provided to Congress”. Senator Ron Wyden, who wrote the law that ultimately forced the report to be published, said there was “no question” in his mind that more should be declassified. He added that more needed to be understood about the Saudi royal’s relationship with Donald Trump, whom he accused of covering up the murder as part of his “transactional” relationship with Saudi Arabia. Wyden’s call for personal sanctions against Prince Mohammed were echoed by Agnès Callamard, the special rapporteur for extrajudicial killings who investigated the murder. Advertisement “The United States government should impose sanctions against the Crown Prince, as it has done for the other perpetrators – targeting his personal assets but also his international engagements,” Callamard said. The partially redacted assessment, which was released by the Office of the Director of National Intelligence and relied heavily on information gathered by the CIA, said the agencies assessed that “Saudi Arabia’s Crown Prince Mohammed bin Salman approved an operation in Istanbul, Turkey to capture or kill Saudi journalist Jamal Khashoggi”. It based the assessment on the prince’s “control of decision-making in the kingdom, the direct involvement of a key adviser and members of [the prince’s] protective detail in the operation, and [his] support for using violent measures to silence dissidents abroad, including Khashoggi”. The US intelligence agencies’ assessment – which was released at about 9pm Saudi time – also found that the prince’s “absolute control” of the kingdom’s security and intelligence organisations made it “highly unlikely” that Saudi officials would have carried out an operation like Khashoggi’s murder without the prince’s approval. Included in the assessment were several bullet points that contributed to the agencies’ findings, including that Prince Mohammed had “probably” fostered an environment in which aides were afraid that they might be fired or arrested if they failed to complete assigned tasks, suggesting they were “unlikely to question” the prince’s orders or undertake sensitive tasks without his approval. The report pointed to the fact that the 15-member hit squad that arrived in Istanbul worked for or were associated with the Saudi Center for Studies and Media Affairs at the Royal Court – which at the time was led by Saud al-Qahtani, a close adviser to the prince who claimed publicly in 2018 that he did not make decisions without the prince’s approval. “Although Saudi officials had pre-planned an unspecified operation against Khashoggi, we do not know how far in advance Saudi officials decided to harm him,” the report concluded. While Prince Mohammed has previously denied ordering the killing or having any knowledge of it, the damning picture portrayed by the new report raises serious new questions about how the newly publicised information will affect the future heir’s relationship with the Biden administration and other foreign and business leaders. One Saudi dissident living in exile compared the administration’s actions to convicting a man of murder, but then allowing him to walk out of court. Advertisement “I am disappointed, but it is early and we expect more to come,” the dissident said, adding that he believed it was now up to Congress to pass targeted sanctions against Prince Mohammed under the global Magnitsky Act. The administration’s statements also alluded to other acts by Saudi Arabia, beyond Khashoggi’s murder, in what appeared to be a nod to reports that the CIA has intervened on at least two occasions – in Norway and in Canada – to warn that dissidents and activists were possibly under threat. Tony Blinken, the US secretary of state, said: “While the United States remains invested in its relationship with Saudi Arabia, President Biden has made clear that partnership must reflect US values. To that end, we have made absolutely clear that extraterritorial threats and assaults by Saudi Arabia against activists, dissidents, and journalists must end. They will not be tolerated by the United States.” The release of the report comes more than two years after Khashoggi entered the Saudi consulate in Istanbul on a mission to retrieve papers that would allow him to marry his Turkish fiancee, Hadice Cengiz, who has since emerged as a fierce advocate for justice for her late partner. Cengiz did not immediately comment on the report but tweeted a photo of Khashoggi. While Khashoggi had been assured by Saudi officials that he would be safe inside the consulate’s walls, details later emerged – pieced together through recording and other evidence gathered by Turkish authorities – that described how a team of Saudi agents, who had arrived in Istanbul on state-owned planes for the intended purpose of killing the journalist – subdued, killed and then dismembered Khashoggi using a bone saw. In one recording, a close ally of Prince Mohammed referred to the journalist as a “sacrificial lamb”. The decision to release the report and expected move to issue further actions represents the first major foreign policy decision of Biden’s presidency, months after he vowed on the presidential campaign trail to make a “pariah” out of the kingdom. The White House’s “recalibration” of its relationship with Saudi Arabia is a major departure from the close relationship the crown prince, who is known as MBS, had with Trump, and Trump’s adviser and son-in-law, Jared Kushner. Trump defended and brushed aside the findings of his own intelligence agencies, even after it became widely known through media reports that the CIA had concluded with a medium- to high-degree of confidence that Prince Mohammed had approved the murder. Advertisement Trump was reported to have bragged to the Washington Post reporter Bob Woodward that he had protected the crown prince from congressional scrutiny, telling Woodward: “I saved his ass.” The declassified US intelligence assessment was released after it was mandated by Congress. The Trump administration had ignored the law but the Biden administration signalled early on that it would be willing to release the document. “By naming Mohammed bin Salman as the amoral murderer responsible for this heinous crime, the Biden-Harris administration is beginning to finally reassess America’s relationship with Saudi Arabia and make clear that oil won’t wash away blood,” Wyden said.

2/17/2021

Bahrain, dieci anni dalla rivolta di San Valentino: a che punto è la notte?

Caffè dei Giornalisti 14 Febraio 2021 https://www.youtube.com/watch?v=xaTKDMYOBOU La National Security Agency ha sventato e dissinnescato due bombe artigianali, il 6 di febbraio 2021, nelle località di Al Naim e Jidhafs a Manama, in Bahrain. Le autorità hanno descritto l’evento come un attacco terroristico alla Banca Nazionale del Bahrain: i due ordigni erano posizionati nei bancomat. Le indagini hanno portato all’arresto di alcuni sospetti e il paese ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rinnovare l’embargo sulle armi all’Iran, terminato il 18 ottobre 2020.Secondo il governo del Bahrain, gli investigatori continuano a scoprire spedizioni di armi destinate alle cellule terroristiche. Nel dicembre dello scorso anno, gli Stati Uniti hanno definito la “Saraya Al Mukhtar, o Resistenza islamica del Bahrain”, come organizzazione terroristica. La Primavera Araba in Bahrain è arrivata dieci anni fa, il 14 febbraio 2011 in un freddo pomeriggio, quando ci fu la prima manifestazione della popolazione shiita a Manama, la famosa “Rivolta di San Valentino”. Furono scontri durissimi con la polizia locale, lacrimogeni, bird-shot, proiettili di gomma e tanto sgomento da parte delle autorità. Sorprendente, per la famiglia reale Āl Khalīfa, la grande presenza delle donne: a migliaia, e per la prima volta intere generazioni di donne a rappresentare la piazza in Pearl Roundabout. Migliaia di persone hanno rischiato la propria vita o il proprio sostentamento per lottare a favore del rispetto propri diritti fondamentali e ciò che hanno subito, da allora, è inaccettabile per qualsiasi individuo o Stato che desideri promuovere i diritti umani a livello globale. Ora, queste manifestazioni o raduni non autorizzati, come spesso vengono definiti dai giornali sauditi e bahreniti locali, non ci sono più. Complice la pandemia di Covid e la violenta repressione di questi lunghi anni sulla popolazione shiita del paese, che rappresenta il 70% (una percentuale altamente istruita e politicamente attiva) le proteste non sono più in scena. Amnesty International ha definito la più bella notizia di questo famigerato 2020 la liberazione, il 9 di giugno scorso, di Nabeel Rajab, fondatore e presidente del Centro dei Diritti Umani in Bahrain. 55 anni, detenuto nella prigione di Jau dal 2016, Rajab nel 2018 aveva ricevuto una condanna a 5 anni di reclusione per alcuni tweet, nei quali alludeva ad abusi compiuti in prigione e soprattutto esprimeva critiche al coinvolgimento bellico del Bahrain in Yemen. Forte di questa decisione inaspettata del Governo, l’Associazione dei Giornalisti Bahreniti ha quindi sensibilizzato il Primo Ministro Salmān bin Ḥamad Āl Khalīfa, in carica dall’11 novembre 2020, sulle scarcerazioni dei giornalisti ancora in stato di detenzione e sul loro futuro collocamento nei media del Governo, nel rispetto dei diritto “umanitario” e certo non della libera informazione. Diversa la situazione per gli attivisti. Il 25 gennaio 2021, 16 deputati in una lettera aperta consegnata all’Alto Rappresentante dell’UE Josep Borrell hanno chiesto un ‘intervento forte” per il danese-bahrenita Abdulhadi Al Khawaja e lo sceicco svedese-bahrenita Mohammed Habib Al Muqdad, che stanno scontando l’ergastolo per aver espresso pacificamente il loro diritto alla libertà di espressione, riunione e associazione durante la rivolta della Primavera Araba del 2011. Insieme ad altri prigionieri di coscienza come Hassan Mushaima, sono stati sottoposti a torture, maltrattamenti e negazione sistematica delle cure mediche. Dal 2011 ad oggi si è assistito a un grave deterioramento dei diritti umani nel paese; sei persone sono state giustiziate in Bahrein dal 2017, cinque delle quali sono state condannate come arbitrarie dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, Agnes Callamard, rispettivamente nel 2017 e nel 2019. E sono ancora 26 i detenuti nel braccio della morte. Sebbene il governo abbia rilasciato 1.486 prigionieri nel marzo 2020 a causa del COVID-19, la decisione ha escluso le centinaia di leader dell’opposizione, attivisti, giornalisti e difensori dei diritti umani, incarcerati con accuse relative alla libertà di espressione o di opinione politica, come l’ultima prigioniera politica Zakeya Al Barboori. Il DHRB – Americans for Democracy & Human Rights in Bahrain – denuncia la “continua repressione, gli attacchi alla libertà di espressione, del dissenso in Bahrain, con limitazioni all’uso dei social violando in modo netto la Press and Media Bill Drafted by the Cabinet of Bahrain nel 2019”. Questa legge è stata redatta per modificare la Press Law del 2002 e introduce il concetto di ““social media misuse”, cioè uso improprio dei social media, e sanzioni più severe in caso di violazione della legge. “Social media misuse” è un atto che minaccia la pace della comunità: può causare divisioni e indebolire l’unità nazionale. A tal fine, il disegno di legge si concentra in particolare sui reati di diffamazione, insulto, diffusione di voci e danneggiamento di individui, enti, entità e istituzioni statali. Questo disegno di legge si rivolge agli utenti indipendenti dei siti di social networking – arrivando a criminalizzare i tweet e altre attività sulle piattaforme dei media – così come i giornalisti e i direttori dei giornali indipendenti. Al-Wasat, l’unico giornale indipendente in Bahrain secondo la Bahrain Independent Commission of Inquiry (BICI), è stato costretto a chiudere nel 2017. Altri giornali hanno chiuso, pagato multe elevate e, in alcuni casi, i giornalisti sono stati costretti a scontare qualche mese in prigione per il solo motivo di condividere opinioni critiche sul governo. Il 30 maggio 2019, le autorità hanno inviato un sms a tutti i numeri di cellulare registrati del Bahrein con la minaccia di ritorsioni contro chiunque segua, sulle piattaforme dei social media, quelli che le autorità hanno definito “account pro-terrorismo”, inclusi gli account “che sono di parte o incitano discordia”. Nel gennaio 2020, il Department of Cybercrime ha interrogato diversi utenti di Twitter per aver pubblicato tweet che il Ministero della Difesa ha ritenuto pericolosi e atti a “danneggiare l’ordine generale”. Di seguito, il Ministero dell’Interno (MoI) ha quindi rilasciato una dichiarazione chiedendo agli utenti di non interagire con quegli account che, sempre secondo il ministero, violano l’ordine pubblico in Bahrain e minacciando quest’ultimi di azioni legali. La criminalizzazione dei tweet e delle attività sui social media colpisce un numero preoccupante di attivisti e giornalisti, molti dei quali sono stati “segnalati” dalle autorità per le loro attività su Twitter. Tra questi Jassim al-Abbas, lo storico e autore del blog “Years of al-Jareesh”, che è stato condannato nel gennaio 2020 con l’accusa di aver utilizzato il suo account per diffondere informazioni false. Allo stesso modo, i famosi avvocati per i diritti umani Abdullah Hashim e Abdullah al-Shamlawi sono stati condannati per il loro utilizzo di piattaforme social media, rispettivamente nel maggio 2019 e nel marzo 2020, il tutto per otto tweet tra maggio 2017 e aprile 2019, nei quali accusavano il governo di corruzione; Hashim è stato interrogato per aver condiviso notizie false, mentre Al-Shamlawi per due tweet critici sulle pratiche legate all’Ashura, la festa religiosa più importante per gli shiiti. La legge sulla stampa e sui media viola l’articolo 19 (2) dell’ International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR), che il Bahrein ha ratificato nel 2006. L’articolo 19 (2) afferma esplicitamente che “tutti hanno il diritto di libertà di espressione … di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni tipo, indipendentemente dalle frontiere, sia oralmente, per iscritto o a stampa, sotto forma d’arte o attraverso qualsiasi altro mezzo di sua scelta”. L’approvazione del disegno di legge sulla stampa e sui media del 2019 mostra fino a che punto il Bahrein abbia ignorato le numerose raccomandazioni che chiedono il rispetto dell’ICCPR che gli Stati hanno formulato durante il Third Cycle of the Universal Periodic Review nel 2018. La continua soppressione del dissenso e l’annullamento delle libertà in Bahrain violano la libertà di espressione e sono una violazione dei trattati internazionali. L’ADHRB invita la comunità internazionale a “sollevare pubblicamente la questione della libertà di espressione in Bahrein. Il Bahrein deve porre fine alla persecuzione de jure e de facto dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti, dei dissidenti e degli utenti dei social media liberando tutti i prigionieri politici e modificando le sue leggi per conformarsi all’articolo 19 (2) dell’ICCPR”. Ora la parola e la decisione spettano al nuovo Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e al Dipartimento di Stato; certo, gli equilibri in Golfo Persico sono molto delicati, con il “Patto di Abramo” e l’apertura al Qatar. Finita l’era dell’ex Presidente Trump, il caso Bahrain sarà disinnescato da “ordigni” di natura politica e umanitaria, e c’è da sperarlo.

2/04/2021

In prima linea e senza stringhe: due lavori per raccontare le migrazioni, sul campo

Caffè dei Giornalisti. www.caffedeigiornalisti.it Da Lipa, terra di nessuno innevata e fredda, tra Bosnia e Croazia. Tanto se ne è parlato in queste ultime settimane, ma ben poco è stato fatto per chi cerca sicurezza e trova solo respingimenti e violenza. Uno dei tanti “border” nel mondo, in cui la via di fuga si interrompe e si ferma per settimane, mesi, anni. Così come da Briançon, Montgenevre, Claviere, nella neve con bambini piccoli sulla schiena, senza attrezzature adatte, ma con il desiderio del “passaggio a ovest”. Sono due storie di frontiera, due modi di raccontare diversi, ma i temi così attuali le rendono forti e simili. La prima è di un grande fotoreporter e giornalista, che ha raccontato più frontiere oltre che le guerre nel mondo. Livio Senigalliesi, fotoreporter, giornalista, libero docente al Dipartimento di Antropologia dell’Università Bicocca di Milano, da trent’anni documenta conflitti armati e migrazioni. Insieme a Medici Senza Frontiere, ha vissuto un anno tra Turchia e i Balcani, seguendo le vie di fuga, i passaggi di persone in ombra: «Di Lipa ce ne sono tante: sono stato testimone di tutto ciò, più volte, sotto molti cieli e mari. A Lesbos, nel 2016, ero con la Sea-Watch, contavamo più di 60-70 navi dalla costa turca e in Grecia ne approdavano forse poco più della metà. E mi sono sempre chiesto: “E gli altri? Chi conterà mai quelli che non sono approdati su una costa, quelli in mare?”». Situazioni drammatiche, gente trattata non come esseri umani alle porte dell’Europa e in Europa. I migranti, oggi più che mai, sono oggetto di miseri ricatti e violenze inaudite, un problema che viene gestito con grande cinismo e una “cercata” disinformazione. «La polizia croata, quando ti ferma, spacca il tuo telefono, così che non puoi più comunicare coi tuoi familiari e non puoi chiedere aiuto, prende ogni cosa in tuo possesso e, se sei fortunato, te la cavi con tanti lividi e qualche ferita», racconta Senigalliesi. «La mia direzione è ostinata e contraria. Non ho mai chiuso gli occhi: bisogna studiare, parlare e andare sul campo per documentare. Sono andato nei Balcani nel ’91 e ci sono tornato per dieci anni, sempre in prima linea: prima in Croazia, in Bosnia e, infine, in Kosovo ,dove sono entrato nel 1998, un anno prima della guerra, per documentare le vie dei narcotrafficanti. Sono rimasto fino al termine del conflitto, nel 1999. Una tragedia umana alle porte dell’Europa: ho condiviso con loro la guerra e raccontato le ragioni dell’uno e dell’altro, ho provato la sofferenza, la fame e la paura dell’assediato, ho guardato negli occhi la violenza dell’assediante e, infine, la pace e la ricostruzione. Il mio libro, Diario dal Fronte, parla della vita di un reporter: sangue, urla, esplosioni e incendi e tante riflessioni sulle conseguenze della guerra. Un libro scomodo, che rivela le notizie nascoste dai media mainstream, per i fatti e i nomi riportati. Proprio per questo lavoro il Tribunale dei Crimini di Guerra dell’Aja ha deciso di acquisire il testo e di avviare delle indagini». La “prima linea” di Livio Sinigalilesi è diventata un documentario prodotto e pronto per la distribuzione dal 2020, ma il Covid ha fermato tutte le proiezioni nelle sale. In Prima Linea – On The Front Line è un documentario con la regia di Matteo Balsamo e Francesco Del Grosso, prodotto da Giotto Production in collaborazione con Merry-Go-Sound. Gli interpreti sono 14 fotogiornalisti italiani: Isabella Balena, Giorgio Bianchi, Ugo Lucio Borga, Francesco Cito, Mauro Galligani, Pietro Masturzo, Gabriele Micalizzi, Arianna Pagani, Franco Pagetti, Sergio Ramazzotti, Andreja Restek, Massimo Sciacca, Francesca Volpi e Livio Senigalliesi stesso. Il fronte è raccontato attraverso l’obiettivo di questi fotoreporter che, con i loro scatti, hanno mostrato l’inferno, gli orrori, le sofferenze e le cicatrici indelebili della guerra. Molte di queste immagini raccontano i “border”: tendopoli, campi, vite di persone normali fermate su una linea immaginaria. Perché la prima linea non è solo dove si spara e cadono le bombe, ma ovunque si “combatte” quotidianamente per la sopravvivenza. «La preparazione di un viaggio è una missione che dura anche dei mesi ed è fondamentale: allenamento fisico, essere in forma, e poi studiare, studiare, studiare… Capire la burocrazia di guerra, la logistica e mai diventare un “turista di guerra”. La fotografia diventa l’atto finale del lavoro straordinario che c’è a monte di tutto questo». Frontiera italo-francese: non sono migranti ma frontiere in cammino. Il cambio di rotta non scoraggia la loro forza e resistenza. «Noi stiamo viaggiando da due anni, arriviamo dalle montagne di là, da Kabul. In Italia, siamo arrivati a piedi una settimana fa e ora continuiamo, a piedi». Così racconta uno dei ragazzi incontrati sul Colle da Andrea Pellegrini. «Le frontiere diventano incomprensibili, senza aver chiara l’origine dei vari cammini: la rotta balcanica, il Mar Mediterraneo centrale, i mercati del lavoro forzato e le richieste europee. Le frontiere si modellano, si ripetono e si diversificano ma presentano tutte una caratteristica isomorfa: la politica del consenso interno oltre che strutturale». E proprio queste storie sono condensate in un lavoro intenso, giovane e ben raccontato: si chiama Senza Stringhe e fotografa la notte, e ciò che accade su un confine. Elena Lovato, Federica Tessari e Andrea Pellegrini sono stati coordinati dal fotoreporter professionista Stefano Stranges: sono i giovani giornalisti che hanno realizzato il documentario. C’è anche una storia a riguardo delle stringhe: Elena Pozzallo vive a Oulx, ha accolto un ragazzo del Camerun che oggi gestisce il Rifugio Solidale del posto contenente principalmente scarponi senza stringhe, facili da indossare per chi non ha mai visto la neve e deve affrontarla. «Scomodo è una realtà editoriale nata nel 2016, a Roma, in un liceo, e proseguita coinvolgendo diversi atenei italiani». Forte dei suoi studi in Cooperazione Internazionale, Federica parla della redazione: «Siamo quasi tutti venticinquenni e, ormai, oltre 500 sono gli attivisti e collaboratori. Il nostro è un mensile di 80 pagine, cartaceo, che viene distribuito nelle librerie gratuitamente: viviamo di autofinanziamento e riceviamo aiuti da Banca Etica, Green Peace, Treccani e Teatro India. Torino e Milano sono molto attive e il lavoro di redazione ci appassiona molto. Molti di noi collaborano anche sul sito web». Elena Lovato è l’ufficio stampa di Scomodo, sta terminando gli studi in Biologia: «Emotivamente questa esperienza è stata molto forte: vedere la gente tra la neve – come quella notte, erano in nove persone e una aveva in braccio un bambino di 12 giorni – scattare foto, parlare con loro… Il versante italiano è molto silenzioso, quello francese più attivo, vitale. L’ONG Médecins du Monde interviene sempre e salva la gente che attraversa quei sentieri». Stefano Stranges ha lavorato per tutto il mese di dicembre 2020 sulla frontiera italo-francese con i ragazzi: «Quando mi hanno chiamato dalla redazione, a ottobre, sono stato disponibile da subito, ho formato al fotoreportage tre giovani giornalisti e poi li ho trasferiti sul campo: tra la neve, il freddo, l’umanità che non si arrende e che vuole vivere a costo della propria vita. Sono contento di loro e del lavoro che hanno svolto di notte e di giorno, con grande impegno». «L’idea di sviluppare un fotoreportage che portasse la firma di Scomodo nasce dall’esigenza di sperimentare nuove forme di scrittura e di approfondimento giornalistico. In particolare, la scelta dell’argomento si è presentata quasi naturalmente: da un lato, per cercare di colmare un vuoto mediatico riguardante il fenomeno della migrazione transalpina e, dall’altro, per una sensibilità propria e specifica che caratterizza la redazione torinese, considerata la vicinanza territoriale al fenomeno stesso». Così, al termine di Senza Stringhe, la redazione spiega il progetto: che non è solo vicinanza territoriale ma attenzione umanitaria. Quella “mossa” sul campo che ai giornalisti non dovrebbe mancare mai.

1/18/2021

B-52 US bombers fly over Middle East; Iran condemns intimidation

//www.aljazeera.com/news/2021/1/18/b-52-us-bombers-fly-over-middle-east-iran-condemns-intimidation?utm_campaign=trueAnthem%3A%20Trending%20Content&utm_medium=trueAnthem&utm_source=facebook&fbclid=IwAR3WOtHnWX9lDBoqtLch72Z32G_DuvxZKIwTQRmWA2D1xKOZzLhDqcwGWd8" Iranian foreign minister says the US would be better off spending its military billions ‘on your taxpayers’ health’. The United States again flew B-52 bombers over the Middle East with Iran responding it should spend its military budget on healthcare for Americans rather than intimidation tactics. The US Central Command (CENTCOM) said on Sunday the “presence patrols” were flown “as a key part of CENTCOM’s defensive posture”. The latest military manoeuvres come as security analysts have warned that US President Donald Trump could take military action against Iran in his final days in office. In recent weeks, the US military has taken a series of steps designed to deter Iran while publicly emphasising that it is not planning – and has not been instructed – to take unprovoked action against Tehran. Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif condemned the B-52 mission on Sunday, saying if the move was an attempt to intimidate Tehran, then the US would be better off spending its military billions “on your taxpayers’ health”. “While we have not started a war in over 200 years, we don’t shy from crushing aggressors,” Zarif said on Twitter. The latest American Middle East flyover by the aircraft capable of carrying up to 32,000kg (70,000 pounds) of weapons – including nuclear bombs – occurred a day after the Islamic Revolutionary Guard Corps tested long-range missiles and drones against land and sea targets in Iran’s fourth large-scale military show of force in two weeks. It was the fifth B-52 operation in recent weeks and US Central Command said aircrews successfully completed the mission. Tensions high Tension has risen between the US and Iran following the assassination of Iranian nuclear scientist Mohsen Fakhrizadeh in Tehran in November. Iranian President Hassan Rouhani has accused Israel, a US ally in the region, of killing the scientist and vowed “strong retaliation”. Friction also increased around the January 3 anniversary of the assassination of Iran’s top general, Qaseem Soleimani, in an American drone strike in Baghdad, Iraq. A military confrontation would severely complicate foreign policy for US President-elect Joe Biden, who intends to restart diplomatic engagement with Tehran after assuming office on Wednesday. Biden has said he plans to rejoin the Iran nuclear deal with world powers – a landmark accord signed during President Barack Obama’s administration, which saw Tehran limit its nuclear enrichment in exchange for a lifting of international sanctions.

1/16/2021

Timeline: How the Arab Spring unfolded

"https://www.aljazeera.com/news/2021/1/14/arab-spring-ten-years-on" Ten years ago, protests swept across Arab nations that changed the course of history. On January 14, 2011, Tunisian President Zine El Abidine Ben Ali stepped down after weeks of protests, ending his 24-year rule. What began as a protest by Mohamed Bouazizi – a fruit vendor who set himself on fire – the month before, sparked the period of unrest that unseated Ben Ali. Keep Reading Arab Spring Cartoon: Now and Then … and 10 years on Cartoon: Winds of change, from Arab Spring to winter The Arab world must avoid another lost decade Protests and uprising were then witnessed across the region. Al Jazeera takes a look at the turn of events that changed the course of history. [Alia Chughtai/Al Jazeera] TUNISIA December 2010 December 17: Jobless graduate Bouazizi died after setting himself on fire when police refused to let him operate his cart. The self-immolation, following WikiLeaks’s publication of US criticism of the government, provokes young Tunisians to protest. December 29: After 10 days of demonstrations, President Ben Ali appears on television promising action on job creation, declaring the law will be very firm on protesters. January 2011 January 9: Eleven people die in clashes with security forces. Protesters set fire to cars in several Tunisian cities, while security forces respond violently. January 14: Ben Ali finally bows to the protests and flees to Saudi Arabia. January 17: Tunisia’s Prime Minister Mohamed Ghannouchi announces the formation of an interim unity government that includes figures from the previous government. But protesters throng the streets to reject it. February 2011 February 27 – Prime Minister Ghannouchi resigns. March 2011 March 9: Tunisian court rules the party of former President Ben Ali will be dissolved. The news is followed by street celebrations. October 2011 October 23: Polls open nine months after Tunisians first took to the streets. January 2012 January 14: Celebrations are witnessed in the capital to mark one year since the overthrow of Ben Ali. LIBYA January 2011 January 14: First reports of unrest in Libya. Muammar Gaddafi condemns the Tunisian uprising in a televised address. January 16: Protests erupt in Benghazi after the arrest of human rights activists. February 2011 February 20: The death toll passes 230; Gaddafi’s son addresses Libyan TV defending his father. February 25: As uprising reaches the heart of Tripoli, protests erupt across the Middle East. March 2011 March 9: Gaddafi warns the imposition of a no-fly zone in Libyan airspace will be met with armed resistance. March 18: The United Nations backs a no-fly zone. March 19: Operation Odyssey Dawn begins, marking the biggest assault on an Arab government since the 2003 Iraq invasion. March 23: Britain, France and the US agree NATO will take military command of Libya’s no-fly zone. March 28: Rebels advance on Sirte, Gaddafi’s home city, recapturing several towns without resistance on the way. April 2011 April 15: US President Barrack Obama commits to military action until Gaddafi is removed. April 25: Libyan government accuses NATO of trying to assassinate Gaddafi after two air raids in three days hit his premises in Tripoli. May 2011 May 1: The British embassy in Tripoli is set on fire and other Western missions ransacked in retaliation to NATO’s air raid. August 2011 August 26: In its first Tripoli news conference, the National Transitional Council says its cabinet will move from Benghazi to the capital. September 2011 September 8: While in hiding, Gaddafi issues a defiant message promising never to leave “the land of his ancestors”. September 25: A mass grave containing 1,270 bodies is discovered in Tripoli. October 2011 October 20: Cornered by rebel forces and pinned down by NATO air raids, Gaddafi is found hiding and killed. October 25: Gaddafi’s burial alongside his son ends the controversy over the public displaying of his body. November 2011 November 19: Celebrations as Gaddafi’s fugitive son Saif is arrested while attempting to flee to Niger. November 20: All leading figures from the Gaddafi regime are killed, captured or driven into exile. EGYPT January 2011 January 17: A man sets fire to himself next to the Parliament building in Cairo to protest the country’s economic conditions. January 25: The first coordinated demonstrations turn Cairo into a war zone as protesters demand the removal of President Hosni Mubarak. January 28: After four days of protests and 25 deaths, Mubarak makes his first TV appearance, pledging his commitment to democracy. He sacks his government but refuses to step down. January 31: The army declares itself allied to the protesters. February 2011 February 1: Mubarak declares he will not run in the next election but will oversee the transition. February 2: Mubarak supporters stage a brutal bid to crush the Cairo uprising. Using clubs, bats and knives, they start a bloody battle in Tahrir Square. February 11: Mubarak resigns and hands power to the military. February 13: The military rejects protesters’ demands for a swift transfer of power to a civilian administration. August 2011 August 1: Bringing in the tanks, the army violently retakes Tahrir Square. September 2011 September 27: The military regime announces parliamentary elections since Mubarak was overthrown. Protesters fear remnants of the old regime will stay in power. October 2011 October 6: Supreme Council of the Armed Forces unveil plans that could see it retain power until 2013. November 2011 November 13: Violence escalates as protests against the governing military government spread beyond Cairo and Alexandria. November 21: The interim government bows to growing pressure as violence leaves 33 dead and more than 2,000 injured. November 29: Egyptians vote in record numbers in the country’s first free ballot for more than 80 years. November 30: The Muslim Brotherhood’s Freedom and Justice Party looks on course to be the biggest winner after the first round of voting. December 2011 December 5: Egyptians go to the polls once more in runoff elections for parliamentary seats as no party gained more than 50 percent of the votes. December 7: A new government is sworn in by Kamal Ganzouri, who was appointed prime minister by the military rulers. May 2012 May 23-24: Egyptians vote in the first round of the presidential election with Ahmed Shafik and Mohammed Morsi in the lead. June 2012 June 2: Former President Mubarak sentenced to life in prison by an Egyptian court. June 24: Egypt’s election commission announces Muslim Brotherhood candidate Mohammed Morsi wins Egypt’s presidential runoff. BAHRAIN February 2011 February 4: Several hundred Bahrainis gather in front of the Egyptian embassy in the capital Manama to express solidarity with anti-government protesters there. February 14: “Day of Rage”: An estimated 6,000 people participate in demonstrations. Their demands include constitutional and political reform and socioeconomic justice. February 17: “Bloody Thursday”: At about 3am local time, police clear the Pearl Roundabout of an estimated 1,500 people in tents. Three people are killed and more than 200 injured during the raid. February 26: The king dismisses several ministers in an apparent move to appease the opposition. March 2011 March 1: An anti-government rally, called by seven opposition groups, sees tens of thousands of protesters taking part. March 14: Saudi Arabia deploys troops and armoured vehicles into Bahrain to help quell the unrest. March 15: Bahrain declares martial law. March 18: The Pearl Monument – the focal point of the protest movement – is demolished. March 27: Opposition party Al Wefaq accepts a Kuwaiti offer to mediate talks. March 29: Bahraini Foreign Minister Khalid ibn Ahmad Al Khalifah denies any Kuwaiti involvement. SAUDI ARABIA March 2011 March 6: Authorities ban public protests after demonstrations by minority Shia groups. September 2011 September 25: King Abdullah announces cautious reforms, including the right for women to vote and stand for election from 2015. YEMEN January 2011 January 24: Police arrest 19 opposition activists including Tawakil Karman, a female campaigner and Nobel Peace Prize winner, who called for the removal of President Ali Abdullah Saleh. March 2011 March 8: More than 2,000 inmates stage a revolt at a prison in the capital Sanaa and join calls by anti-government protesters for Saleh to step down. March 10: Saleh’s pledge to create a parliamentary system of government is rejected by the opposition. March 18: Forty-five people are killed after government forces open fire on protesters in Sanaa. April 2011 April 27: Security forces shoot at an anti-government demonstration, killing 12. June 2011 June 3: President Saleh survives an assassination attempt in which he is severely wounded. September 2011 September 23: Saleh returns unexpectedly after three months of recovering in Saudi Arabia. He calls for a truce after five days of violence in Sanaa in which 100 protesters are killed. September 25: Saleh calls for early elections in his first speech after returning to Yemen. November 2011 November 23: Agreement for an immediate transfer of power pledges immunity for Saleh and his family. December 2011 December 1: The political opposition and Saleh’s party agree to the makeup of an interim government. February 2012 February 27: Saleh officially resigns and hands over powers to Vice President Abd-Rabbu Mansour Hadi. SYRIA March 2011 March 15: Major unrest begins when protesters march in Damascus and Aleppo, demanding democratic reforms and the release of political prisoners. Rallies were triggered by the arrest of a teenage boy and his friends a few days earlier in the city of Deraa for graffiti denouncing President Bashar al-Assad. April 2011 April 9: Anti-government demonstrations spread across Syria. At least 22 are killed in Deraa. April 25: Tanks are deployed for the first time. April 28: Hundreds of governing Baath party members resign in protest as an increasingly bloody crackdown kills 500. June 2011 June 4: Security forces kill at least 100 protesters in two days of bloodshed. July 2011 July 25: The cabinet backs a draft law to allow rival political parties for the first time in decades. January 2012 January 10: In a televised speech, President al-Assad says he will not stand down and promises to attack “terrorists” with an iron fist. February 2012 February 3: The Syrian government launches an attack on the city of Homs. April 2013 April 16: The first truce in the battle of Aleppo is declared. June 2013 June 16: Iran sends 4,000 troops to aid Syrian government forces. September 2015 September 30: Formal permission is granted by Russia’s upper house for air raids in Syria. Al-Assad asks President Vladimir Putin for military aid. November 2015 November 24: Putin calls Turkey “accomplices of terrorists” and warns of “serious consequences” after a Turkish F-16 jet shoots down a Russian warplane. March 2016 March 14: Putin announces the withdrawal of the majority of Russian troops from Syria, saying the intervention has largely achieved its objective. JORDAN January 2011 January 14: Protests begin with demands for Prime Minister Samir Rifai’s resignation in addition to economic reforms. March 2011 March 24: About 500 protesters set up camp in the main square in the capital Amman. October 2011 October 7: Protests start again when former Prime Minister Ahmad Obeidat leads about 2,000 people in a march outside the Grand Husseini Mosque in central Amman. There were also marches in the cities of Karka, Tafileh, Maan, Jerash and Salt. October 2012 October 5: Thousands protest hours after King Abdullah II dissolved Parliament and called early elections. November 2012 November 13: Protests erupt nationwide in response to an increase in fuel prices and other basic goods announced by Prime Minister Abdullah Ensour. SUDAN December 2018 December 19: Hundreds protest in the northern city of Atbara against soaring bread prices. Demonstrations spurred by a broader economic crisis spread to Khartoum and other major cities. April 2019 April 11: The army overthrows President Omar al-Bashir, ending his 30 years in power. The generals announce two years of military rule followed by elections. Street celebrations turn into more demonstrations as hundreds of thousands demand handover to civilians. June 2019 June 3: Security forces raid a sit-in protest outside the defence ministry in Khartoum. Crowds flee in panic. In the days that follow, opposition-linked medics say more than 100 people were killed in the assault. June 16: Al-Bashir appears in public for the first time since his overthrow as he is taken from prison to be charged with corruption-related offences. He has already been charged with incitement and involvement in the killing of protesters. July 2019 July 5: A military council and a coalition of opposition groups agree to share power for three years after mediation by Ethiopia and pressure from the African Union and world powers. July 17: A political accord is signed that defines the transition’s institutions. Differences remain over the wording of a constitutional declaration. July 29: At least four children and one adult are shot dead when security forces break up a student protest against fuel and bread shortages in the city of El-Obeid. Source : Al Jazeera and News agencies