9/27/2021

Il grido di Alizada Khaliq, vignettista afghano: sono in pericolo, rischio la vita

Caffè dei Giornalisti 27 settembre 2021 by Adriana Fara Le Nazioni Unite hanno affermato che, dall’inizio dell’anno, più di 18 milioni di persone – circa la metà della popolazione afghana – hanno bisogno di aiuti a causa della seconda siccità del Paese negli ultimi quattro anni. Secondo Al Jazeera, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dichiarato la scorsa settimana che l’Afghanistan è “sull’orlo di un drammatico disastro umanitario” e ha deciso di impegnarsi con i talebani per aiutare la popolazione del paese. L’Italia detiene la presidenza annuale a rotazione del G20 e sta cercando di ospitare un vertice speciale sull’Afghanistan mentre, venerdì scorso, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dichiarato di aver rilasciato due licenze generali: una consente al governo degli Stati Uniti, alle ONG e ad alcune organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, di impegnarsi in transazioni con i talebani o la rete Haqqani, entrambe sotto sanzioni, che sono necessarie per fornire assistenza umanitaria. In attesa del G20 sull’Afghanistan e di tutte le rispettabili iniziative umanitarie e sanzionatorie, quali anche il non riconoscimento dell’Emirato Islamico, le condizioni di vita, di sicurezza delle donne, dei giornalisti e gli attivisti è drammatica. Sono 135 i media che hanno chiuso, secondo l’Afghan Federation of Journalist. Chi decide di “coprire” le notizie rischia aggressioni, torture e anche di morire. Gli altri devono riportare solo ciò che i nuovi capi delle redazioni, messi dal nuovo governo, vogliono che venga pubblicato. Ci sono giornalisti che si sono nascosti, e così attivisti, a centinaia: così racconta Alizada Khaliq. Khaliq, di professione giornalista, fondatore di giornali, vignettista, attivista in grave pericolo, cambia casa, area, città quando può spostarsi in sicurezza. Ha cancellato tutti i suoi social, non dà numeri di telefono, usa poco Whatsapp, scrive con attenzione e ti dice che tutto è controllato: lui è ricercato, come la sua famiglia. E quando si parla di famiglia in Afghanistan e in altri paesi mediorientali si può arrivare a parenti prossimi o alla seconda linea parentale. “Nel 2005 ho creato la rivista mensile Shakh Goy, che si è fermata dopo sei numeri. Ho iniziato a lavorare come fumettista in due giornali nel 2006, il lavoro è continuato fino ad agosto 2021; essere un fumettista in Afghanistan è molto rischioso, sono stato in pericolo di morte più volte”, continua Alizada. “Dopo il 2014 l’intensità delle minacce è stata più forte, mi sono un po’ nascosto e funzionava, perché lavoravo online”. Le sue vignette sono uniche, riconoscibili. Lui è critico con tutti i governi, anche l’ultimo di Mohammad Ashraf Ghani Ahmadzai, le scelte economiche, finanziarie, l’utilizzo delle risorse minerarie, l’incapacità di dare al popolo una qualità di vita meritata, in uno dei paesi più poveri del mondo. “Nel 2016 ho creato “Caricature: un mensile, ma si è interrotto per problemi di sicurezza e finanziari. Nel 2017 sono dovuto fuggire in Pakistan, sono tornato due anni dopo, fino alla caduta del governo afghano sotto i talebani. Ho lavorato in condizioni difficili online, uscivo meno per mantenere la mia famiglia e avere più sicurezza”. Una sicurezza negata a molti, come spiega il vignettista afghano: “Negli ultimi anni, a Kabul sono stati attivati gruppi di assassini politici e di pressione su attivisti e su di noi. Dopo la caduta di Kabul, ho cercato di uscire con un visto umanitario di evacuazione dell’aeroporto, ma non ci sono riuscito. Durante i miei oltre 15 anni di lavoro ho pubblicato circa 4.000 vignette, un gran numero di queste erano contro i talebani, ovviamente erano arrabbiati. Adesso sono a Kabul, abito in diversi posti nascosti, se necessario, se esco, mi nascondo il viso con una sciarpa, mi maschero, uso occhiali che mi coprono interamente il viso. Sono molto preoccupato: se i talebani mi arrestano, potrebbero uccidermi. Centinaia di vignette contro di me sono disponibili negli archivi dei giornali e su Internet. Il mio futuro e della mia famiglia non è mai stato così incerto. Chiedo aiuto e asilo alla comunità internazionale e al governo amico dell’Italia”. Il caso di Alizada Khaliq è stato segnalato alle Nazioni Unite e, attraverso contatti internazionali, inserito nei lunghi elenchi per ottenere il permesso di uscire dal paese in qualunque modo. Ma quanti altri? Chi scriverà delle grandi ricchezze e delle sconcertanti commesse della Cina e della Russia, degli interessi del Golfo Persico in Afghanistan. Al Jazeera ha pubblicato un rapporto interessante sulle materie prime. Nelle profondità, quasi inesplorate, di uno dei paesi più poveri del mondo, si trovano almeno 1 trilione di dollari di risorse minerarie non sfruttate, secondo un rapporto pubblicato dal Ministry of Mines and Petroleum dell’Afghanistan. Si stima che il paese dell’Asia meridionale di 38 milioni di persone detenga oltre 2,2 miliardi di tonnellate di minerale di ferro, 1,3 miliardi di tonnellate di marmo e 1,4 milioni di tonnellate di minerali di terre rare. Sempre da fonti Al Jazeera, l’Afghanistan detiene anche circa 2.698 kg di giacimenti d’oro lungo due principali cinture d’oro: Badakhshan a sud-ovest di Takhar e Ghazni a sud-ovest di Zabul; si stimano di 1,4 milioni di tonnellate di minerali di terre rare tra cui litio, uranio (usato per il combustibile nucleare) e molti altri; uno dei più grandi giacimenti di minerali è a Khanneshin, nella provincia di Helmand. Il paese ha anche una stima di 152 milioni di tonnellate di barite, comunemente usata dall’industria petrolifera e del gas nelle trivellazioni. La guerra civile, su tali ricchezze, potrebbe essere fatale. Le intimidazioni, le minacce e gli omicidi degli operatori dell’informazione hanno una radice comune: il “bavaglio” ha sempre l’acido sapore del denaro. Una delle vignette di è Alizada Khaliq contro i talebani è stata pubblicata a pagina 2 di questa testata, Daily Outlook Afghanistan.

9/07/2021

Fuga dall’Afghanistan: che ne sarà dell’informazione libera?

CAFFE DEI GIORNALISTI https://caffedeigiornalisti.it/fuga-dallafghanistan-che-ne-sara-dellinformazione-libera/ By Adriana Fara 6 settembre 2021 Diciotto veterani, in media, muoiono per suicidio ogni singolo giorno in America, non in un posto lontano ma proprio qui in America. Non c’è niente di basso grado o basso rischio o basso costo in nessuna guerra. È ora di porre fine alla guerra in Afghanistan. ” Dal discorso del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden Il massiccio e caotico ponte aereo degli Stati Uniti e dei suoi alleati internazionali nelle ultime due settimane ha evacuato circa 123.000 persone da Kabul, ma decine di migliaia che hanno aiutato i paesi occidentali insieme ai giornalisti rimangono lì. L’IFJ- International Federation of Journalists – sostiene che situazione per gli operatori dei media sul campo è estremamente difficile, con centinaia di giornalisti e le loro famiglie disperate, senza passaporti, visti e fondi per sopravvivere. Ora solo gli stringer e TOLO News coprono alcuni eventi, sotto osservazione, sottoposti a possibili aggressioni e intimidazioni persino negli studi televisivi, dove tutte le security sono state disarmate. Prossimamente, tutti gli uffici diplomatici che hanno chiuso a Kabul e le loro ambasciate si trasferiranno a Doha: potrebbe essere la svolta per ottenere maggiori garanzie dal governo afghano di rispetto delle persone, dell’informazione e dell’attivismo politico, come si è visto in questi ultimi giorni con le manifestazioni delle donne di Herat. Ma gran parte del ruolo del Qatar è ancora nascosto: il perché è legato al ruolo politico di grande mediatore tra l’America e l’Emirato Islamico. Secondo il Washington Post, il Qatar è stato l’intermediario tra gli Stati Uniti e i talebani anche sette anni fa durante i negoziati per il rilascio del sergente dell’esercito Bowe Bergdahl, scambiato con cinque prigionieri talebani afgani e poi accolto in Qatar. Tutti gli eventi dal 15 agosto sono stati trasmessi in diretta su Al Jazeera e i giornalisti hanno avuto accesso esclusivo ai funzionari talebani e all’ingresso nel palazzo presidenziale di Kabul. Mentre Kabul veniva invasa, migliaia di afgani imploravano i diplomatici del Qatar, non solo di farli volare fuori dal paese, ma di aiutarli a superare in sicurezza i blocchi stradali dei talebani e la folla disperata che circondava l’aeroporto. L’ambasciatore Saeed bin Mubarak Al Khayarin ha guidato personalmente le missioni di soccorso attraverso la città con una manciata di membri dello staff dell’ambasciata con veicoli blindati, come quelli delle Nazioni Unite organizzati con navette, trasportando attivisti per i diritti delle donne, giornalisti internazionali e operatori dei media afghani in fuga, su Doha e Dubai. Un giornalista ha detto all’IFJ: “Stiamo combattendo la dura e difficile guerra per la libertà di stampa con i talebani da 20 anni, e siamo in cima alla lista delle minacce e stiamo ancora lottando a Kabul per aiutare i giornalisti in una situazione molto difficile”. L’IFJ ha istituito uno speciale Fondo di Solidarietà per l’Afghanistan all’interno del Fondo per la Sicurezza dell’IFJ per dare un ulteriore sostegno e invita tutti a fare una donazione, i governi stranieri, le organizzazioni della società civile e le organizzazioni dei media che operano in Afghanistan; per coordinare e sostenere i giornalisti afgani locali, la loro protezione attraverso una rete di case sicure e supporto professionale e famigliare. Un gruppo di 150 tra giornalisti, cameraman e fotografi afghani ha scritto una lettera aperta alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani per la tutela dei media e per essere protetti in un momento in cui l’Afghanistan ricade sotto il dominio dei talebani. In risposta sono arrivate le 100 firme dei colleghi italiani per sollecitare le istituzioni nazionali e internazionali a interventi umanitari e di aiuto ai giornalisti afghani. “Continuiamo a raccogliere segnalazioni di colleghi in grave difficoltà in Afghanistan e segnaliamo al Ministero della Difesa ogni nominativo”, conferma il Segretario Generale della FNSI Raffaele Lo Russo. “Non possiamo restare indifferenti, dobbiamo operare in rapidità per garantire un aiuto concreto a loro e alle loro famiglie”. “Siamo giornalisti italiani. La maggior parte di noi ha seguito guerre e repressioni in tutto il mondo. Ci sentiamo ora in obbligo di rispondere all’appello disperato dei. Centocinquanta reporter afghani chiedono protezione e aiuto perché sono sicuri obiettivi dei talebani. Sono tanti i colleghi assassinati in Afghanistan, anche francesi e tedeschi, 15 afghani solo nell’ultimo anno e mezzo e tante giornaliste come Malalai Maiwand a Jalalabad”. Questo è quanto si legge nell’appello rivolto dai giornalisti italiani al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al premier Mario Draghi e al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ma non tutti pensano che i riflettori della stampa afghana e internazionale devono essere allontanati da quel Paese perché rappresentano la forza vitale, la “prima linea” che può ancora seguire gli eventi e raccontarli al mondo. “Sono 30 anni che vado in Afghanistan ho tanti amici, tanti giornalisti, se sono preoccupato, certo si molto, alcuni devo portarli via di lì perché rischiano troppo”: così commenta gli eventi Lorenzo Cremonesi, inviato speciale dal Medio Oriente del Corriere della Sera. “Ma è anche vero che tutti questi appelli a lasciare il paese mi lasciano senza fiato: stiamo abbandonando la nave, uomini e donne dell’informazione che abbiamo formato noi, bella gente, veritiera, aperta al mondo, li stiamo portando via terrorizzati, forse dovremmo aiutarli tutti a restare e a resistere, a scrivere a riprendere nelle loro mani la professione, a supportarli garantendogli la vita e il loro giusto peso in questo nuovo stato”, continua Cremonesi. “Sono andato a Kabul, ma volevo restare assumendomi le mie responsabilità. Non credo che ai talebani interessi una cattiva immagine, è gente molto dura, sono combattenti e non sono più quelli del 2001, distrutti, incattiviti e feroci. Noi gli stiamo portando via la società civile, quella dotta, colta, forse è un passo che va negoziato bene e senza vantaggi per noi, ma solo per chi decide di rimanere con il supporto della comunità internazionale e di importanti mediatori”. La grande evacuazione con la morte dei giovanissimi marines e le oltre 200 vittime rimaste uccise sui bordi di un rio invalicabile vicino ai cancelli dell’Abbey Gate dell’aeroporto di Kabul è stata definita una operazione folle. Ma qualcosa è accaduto laggiù di insensatamente forte e accadeva sempre: “Abbiamo portato fuori da Kabul all’Abbey Gate 115 persone, nostri collaboratori, dipendenti, ex collaboratori e anche un traduttore di RAI2. E’ stata una lotta contro il tempo, con la folla che premeva ai cancelli dell’aeroporto, i cellulari che si scaricavano, i taxi disponibili alle ricariche e a far riposare i bambini piccoli esausti, le paure, i drammi di chi perdeva figli e amici nella calca, la nostra preghiera di urlare i nomi dei nostri operatori nella notte per farli avvicinare al gate”: così racconta Roberto Bruni, Chief Executive Officer della Ciano International. “Ora che siamo esausti non abbiamo ancora finito, c’è ancora molto da fare in Afghanistan e qui in Italia per farli vivere in dignità e sicurezza. A Kabul la situazione, da nostre fonti, è drammatica. Stiamo cercando di capire quale confine può concedere il passaggio, l’Uzbekistan è chiuso, così il Tagikistan, solo l’Iran rimane aperto agli afghani hazari e ai tanti giornalisti e professionisti che sono riusciti a uscire dal paese. Il Pakistan sta “selezionando” i permessi umanitari e come sempre applica le sue politiche. Auspichiamo una soluzione umanitaria congiunta, una certezza di espatrio in sicurezza per le migliaia di persone che ancora devono e vogliono lasciare il paese”.