9/07/2021

Fuga dall’Afghanistan: che ne sarà dell’informazione libera?

CAFFE DEI GIORNALISTI https://caffedeigiornalisti.it/fuga-dallafghanistan-che-ne-sara-dellinformazione-libera/ By Adriana Fara 6 settembre 2021 Diciotto veterani, in media, muoiono per suicidio ogni singolo giorno in America, non in un posto lontano ma proprio qui in America. Non c’è niente di basso grado o basso rischio o basso costo in nessuna guerra. È ora di porre fine alla guerra in Afghanistan. ” Dal discorso del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden Il massiccio e caotico ponte aereo degli Stati Uniti e dei suoi alleati internazionali nelle ultime due settimane ha evacuato circa 123.000 persone da Kabul, ma decine di migliaia che hanno aiutato i paesi occidentali insieme ai giornalisti rimangono lì. L’IFJ- International Federation of Journalists – sostiene che situazione per gli operatori dei media sul campo è estremamente difficile, con centinaia di giornalisti e le loro famiglie disperate, senza passaporti, visti e fondi per sopravvivere. Ora solo gli stringer e TOLO News coprono alcuni eventi, sotto osservazione, sottoposti a possibili aggressioni e intimidazioni persino negli studi televisivi, dove tutte le security sono state disarmate. Prossimamente, tutti gli uffici diplomatici che hanno chiuso a Kabul e le loro ambasciate si trasferiranno a Doha: potrebbe essere la svolta per ottenere maggiori garanzie dal governo afghano di rispetto delle persone, dell’informazione e dell’attivismo politico, come si è visto in questi ultimi giorni con le manifestazioni delle donne di Herat. Ma gran parte del ruolo del Qatar è ancora nascosto: il perché è legato al ruolo politico di grande mediatore tra l’America e l’Emirato Islamico. Secondo il Washington Post, il Qatar è stato l’intermediario tra gli Stati Uniti e i talebani anche sette anni fa durante i negoziati per il rilascio del sergente dell’esercito Bowe Bergdahl, scambiato con cinque prigionieri talebani afgani e poi accolto in Qatar. Tutti gli eventi dal 15 agosto sono stati trasmessi in diretta su Al Jazeera e i giornalisti hanno avuto accesso esclusivo ai funzionari talebani e all’ingresso nel palazzo presidenziale di Kabul. Mentre Kabul veniva invasa, migliaia di afgani imploravano i diplomatici del Qatar, non solo di farli volare fuori dal paese, ma di aiutarli a superare in sicurezza i blocchi stradali dei talebani e la folla disperata che circondava l’aeroporto. L’ambasciatore Saeed bin Mubarak Al Khayarin ha guidato personalmente le missioni di soccorso attraverso la città con una manciata di membri dello staff dell’ambasciata con veicoli blindati, come quelli delle Nazioni Unite organizzati con navette, trasportando attivisti per i diritti delle donne, giornalisti internazionali e operatori dei media afghani in fuga, su Doha e Dubai. Un giornalista ha detto all’IFJ: “Stiamo combattendo la dura e difficile guerra per la libertà di stampa con i talebani da 20 anni, e siamo in cima alla lista delle minacce e stiamo ancora lottando a Kabul per aiutare i giornalisti in una situazione molto difficile”. L’IFJ ha istituito uno speciale Fondo di Solidarietà per l’Afghanistan all’interno del Fondo per la Sicurezza dell’IFJ per dare un ulteriore sostegno e invita tutti a fare una donazione, i governi stranieri, le organizzazioni della società civile e le organizzazioni dei media che operano in Afghanistan; per coordinare e sostenere i giornalisti afgani locali, la loro protezione attraverso una rete di case sicure e supporto professionale e famigliare. Un gruppo di 150 tra giornalisti, cameraman e fotografi afghani ha scritto una lettera aperta alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani per la tutela dei media e per essere protetti in un momento in cui l’Afghanistan ricade sotto il dominio dei talebani. In risposta sono arrivate le 100 firme dei colleghi italiani per sollecitare le istituzioni nazionali e internazionali a interventi umanitari e di aiuto ai giornalisti afghani. “Continuiamo a raccogliere segnalazioni di colleghi in grave difficoltà in Afghanistan e segnaliamo al Ministero della Difesa ogni nominativo”, conferma il Segretario Generale della FNSI Raffaele Lo Russo. “Non possiamo restare indifferenti, dobbiamo operare in rapidità per garantire un aiuto concreto a loro e alle loro famiglie”. “Siamo giornalisti italiani. La maggior parte di noi ha seguito guerre e repressioni in tutto il mondo. Ci sentiamo ora in obbligo di rispondere all’appello disperato dei. Centocinquanta reporter afghani chiedono protezione e aiuto perché sono sicuri obiettivi dei talebani. Sono tanti i colleghi assassinati in Afghanistan, anche francesi e tedeschi, 15 afghani solo nell’ultimo anno e mezzo e tante giornaliste come Malalai Maiwand a Jalalabad”. Questo è quanto si legge nell’appello rivolto dai giornalisti italiani al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al premier Mario Draghi e al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ma non tutti pensano che i riflettori della stampa afghana e internazionale devono essere allontanati da quel Paese perché rappresentano la forza vitale, la “prima linea” che può ancora seguire gli eventi e raccontarli al mondo. “Sono 30 anni che vado in Afghanistan ho tanti amici, tanti giornalisti, se sono preoccupato, certo si molto, alcuni devo portarli via di lì perché rischiano troppo”: così commenta gli eventi Lorenzo Cremonesi, inviato speciale dal Medio Oriente del Corriere della Sera. “Ma è anche vero che tutti questi appelli a lasciare il paese mi lasciano senza fiato: stiamo abbandonando la nave, uomini e donne dell’informazione che abbiamo formato noi, bella gente, veritiera, aperta al mondo, li stiamo portando via terrorizzati, forse dovremmo aiutarli tutti a restare e a resistere, a scrivere a riprendere nelle loro mani la professione, a supportarli garantendogli la vita e il loro giusto peso in questo nuovo stato”, continua Cremonesi. “Sono andato a Kabul, ma volevo restare assumendomi le mie responsabilità. Non credo che ai talebani interessi una cattiva immagine, è gente molto dura, sono combattenti e non sono più quelli del 2001, distrutti, incattiviti e feroci. Noi gli stiamo portando via la società civile, quella dotta, colta, forse è un passo che va negoziato bene e senza vantaggi per noi, ma solo per chi decide di rimanere con il supporto della comunità internazionale e di importanti mediatori”. La grande evacuazione con la morte dei giovanissimi marines e le oltre 200 vittime rimaste uccise sui bordi di un rio invalicabile vicino ai cancelli dell’Abbey Gate dell’aeroporto di Kabul è stata definita una operazione folle. Ma qualcosa è accaduto laggiù di insensatamente forte e accadeva sempre: “Abbiamo portato fuori da Kabul all’Abbey Gate 115 persone, nostri collaboratori, dipendenti, ex collaboratori e anche un traduttore di RAI2. E’ stata una lotta contro il tempo, con la folla che premeva ai cancelli dell’aeroporto, i cellulari che si scaricavano, i taxi disponibili alle ricariche e a far riposare i bambini piccoli esausti, le paure, i drammi di chi perdeva figli e amici nella calca, la nostra preghiera di urlare i nomi dei nostri operatori nella notte per farli avvicinare al gate”: così racconta Roberto Bruni, Chief Executive Officer della Ciano International. “Ora che siamo esausti non abbiamo ancora finito, c’è ancora molto da fare in Afghanistan e qui in Italia per farli vivere in dignità e sicurezza. A Kabul la situazione, da nostre fonti, è drammatica. Stiamo cercando di capire quale confine può concedere il passaggio, l’Uzbekistan è chiuso, così il Tagikistan, solo l’Iran rimane aperto agli afghani hazari e ai tanti giornalisti e professionisti che sono riusciti a uscire dal paese. Il Pakistan sta “selezionando” i permessi umanitari e come sempre applica le sue politiche. Auspichiamo una soluzione umanitaria congiunta, una certezza di espatrio in sicurezza per le migliaia di persone che ancora devono e vogliono lasciare il paese”.